Narges Mohammadi e il coraggio dei due figli, che la Nobel non ha visto crescere
di Lirio AbbateTaghi Rahmani, marito di Narges Mohammadi, con Ali, uno dei due figli
Due ragazzi leggono una lettera davanti a centinaia di persone nella sala del Gaumont des Champs-Elysées, e la loro voce trema, sono commossi. Quello che interpretano sono le parole della loro mamma, Narges Mohammadi, che è in carcere in Iran da molti anni perché si è sempre battuta per la difesa dei diritti delle donne e la libertà di tutti i persiani. Le parole di Narges si diffondono in tutto il teatro, ci calano addosso assieme a tutta la commozione e il dolore che pare si possa toccare con mano.
Ali e Kian sono due giovani gemelli di diciassette anni che la loro mamma non è riuscita a veder crescere, ma in questa serata che si è svolta lo scorso 12 dicembre a Parigi organizzata da Reporters sans Frontières, che le ha assegnato il premio per la libertà di stampa nella categoria coraggio, ci sono davanti a noi tue testimoni che sostengono con forza una donna, la loro madre che non vedono da nove anni, che è diventato un simbolo di resistenza ma anche una vittima dei soprusi dittato…
Due ragazzi leggono una lettera davanti a centinaia di persone nella sala del Gaumont des Champs-Elysées, e la loro voce trema, sono commossi. Quello che interpretano sono le parole della loro mamma, Narges Mohammadi, che è in carcere in Iran da molti anni perché si è sempre battuta per la difesa dei diritti delle donne e la libertà di tutti i persiani. Le parole di Narges si diffondono in tutto il teatro, ci calano addosso assieme a tutta la commozione e il dolore che pare si possa toccare con mano.
Ali e Kian sono due giovani gemelli di diciassette anni che la loro mamma non è riuscita a veder crescere, ma in questa serata che si è svolta lo scorso 12 dicembre a Parigi organizzata da Reporters sans Frontières, che le ha assegnato il premio per la libertà di stampa nella categoria coraggio, ci sono davanti a noi tue testimoni che sostengono con forza una donna, la loro madre che non vedono da nove anni, che è diventato un simbolo di resistenza ma anche una vittima dei soprusi dittatoriali. E questi due giovani le stanno accanto, seppur separati dal carcere. Con loro c’è anche il loro papà, Taghi Rahmani, attivista iraniano per i diritti umani, il quale ascolta e gli vengono le lacrime agli occhi. Ma tutti e tre appaiono uniti, nonostante il dolore e il sacrificio che mostrano con signorilità.
Il comitato per il Nobel, assegnando il premio per la pace, ha affermato che “la coraggiosa lotta di Narges Mohammadi ha comportato enormi costi personali. Il regime iraniano l'ha arrestata 13 volte, condannata cinque volte e condannata a un totale di 31 anni di carcere e 154 frustate”. Mohammadi è ancora detenuta nel carcere di Evin e il comitato ha espresso l'auspicio che l'Iran rilasci l'attivista.
Lo scorso dicembre i due ragazzi leggono quello che lei ha scritto dal carcere, la loro voce trema: «In questo Paese, in mezzo a tutte le sofferenze, a tutte le paure e a tutte le speranze, e quando, dopo anni di prigionia, mi trovo di nuovo dietro le sbarre e non riesco più nemmeno a sentire le voci dei miei figli, è con il cuore pieno di passione, speranza e vitalità, piena di fiducia nel raggiungimento della libertà e della giustizia nel mio Paese che trascorrerò del tempo in prigione», chiudendo la lettera con un appello a mantenere viva “la speranza della vittoria”.
Alla fine, dopo un lunghissimo applauso del pubblico, ci siamo abbracciati.
Narges Mohammadi l’ho conosciuta così, tramite la voce e le espressioni dei suoi figli e di suo marito che trasmettono la sua lotta per la libertà di stampa e i diritti umani, diventando un simbolo di coraggio. Anche in carcere non smette di denunciare la terribile situazione dei detenuti, in particolare delle donne. La sua vita è una lotta contro l’oppressione delle donne in Iran. Il suo coraggio e la sua determinazione adesso sono un esempio.