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Barghouti “L’Anp è finita, adesso un governo di unità per convivere con Israele”

(afp)

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Il leader della resistenza non violenta: “La guerra non ha portato a nulla: perché non proviamo a vivere con gli israeliani?”
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RAMALLAH – Anche per Mustafa Barghouti, 69 anni, e da 16, mediatore tra Fatah e Hamas per un governo di unità nazionale, cerniera con gli islamisti, quello del 7 ottobre non è stato un attacco, ma piuttosto, “radit fi’il”: la reazione. La sua Mubadara, terza forza in Parlamento, è l’anima della resistenza non violenta. In arabo, significa “L’Iniziativa”. Quella per cui si è battuto tutta la vita. Ma non è così.

Cosa ha pensato il 7 ottobre?

«Mi hanno colpito la scala dell’attacco e la vulnerabilità di Israele. Ma non è stata solo questione di intelligence. Più che un fallimento tecnico, è stato un fallimento morale. Israele ci monitora uno a uno, ma ha perso il senso complessivo. Perché ci ha sempre considerato di serie B. Come ha detto il ministro della Difesa, Yoav Gallant: “Human animals”. Armati di quattro razzi di latta. Non ha visto la sofferenza, la disperazione, il rancore che montavano. L’odio. E non ha capito di che sarebbe stato capace».

RAMALLAH – Anche per Mustafa Barghouti, 69 anni, e da 16, mediatore tra Fatah e Hamas per un governo di unità nazionale, cerniera con gli islamisti, quello del 7 ottobre non è stato un attacco, ma piuttosto, “radit fi’il”: la reazione. La sua Mubadara, terza forza in Parlamento, è l’anima della resistenza non violenta. In arabo, significa “L’Iniziativa”. Quella per cui si è battuto tutta la vita. Ma non è così.

Cosa ha pensato il 7 ottobre?

«Mi hanno colpito la scala dell’attacco e la vulnerabilità di Israele. Ma non è stata solo questione di intelligence. Più che un fallimento tecnico, è stato un fallimento morale. Israele ci monitora uno a uno, ma ha perso il senso complessivo. Perché ci ha sempre considerato di serie B. Come ha detto il ministro della Difesa, Yoav Gallant: “Human animals”. Armati di quattro razzi di latta. Non ha visto la sofferenza, la disperazione, il rancore che montavano. L’odio. E non ha capito di che sarebbe stato capace».

E a Gaza ora c’è un morto ogni 5 minuti.

«In una popolazione che per il 43% ha meno di 14 anni. Israele in questo momento è guidato dal dolore. E soprattutto, da Netanyahu. Che è nell’angolo. Perché sa che a guerra conclusa perderà il potere, l’immunità e finirà in carcere. Sa che il giudizio della Storia sarà peggio di quello dei tribunali. Ed è pronto a tutto per rimediare. Uno così, è pericoloso. Per i palestinesi. E per gli israeliani».

L’obiettivo di Israele è eliminare Hamas. Ma è possibile?

«No. Ed è il motivo per cui l’obiettivo vero secondo me è forzare l’Egitto ad aprire Rafah. Perché i palestinesi lascino Gaza. Per sempre. Con Hamas che cerca invece di trattenerli per evitare i bombardamenti a tappeto sui tunnel. Tutta Gaza è ostaggio. Non solo i 199 israeliani».

Cosa resterà di Hamas?

«Resteranno alcuni leader, molti combattenti e moltissimi sostenitori. Non è possibile eliminarli tutti. Tanto più che non stanno solo a Gaza. Ma soprattutto, resterà quello che è sempre rimasto di tutti quelli che di volta in volta definite “terroristi”: l’idea. Arafat era visto esattamente come oggi Yahya Sinwar».

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Che ripercussioni avrà tutto questo sulla Cisgiordania? Le bandiere verdi di Hamas sono ovunque. Sarà il secondo fronte?

«L’esercito ha bloccato ogni strada della Cisgiordania. Questo è già il secondo fronte, se calcoli quante migliaia di soldati sono bloccati qui per bloccarci. E comunque questa domanda va fatta ai coloni. Sono loro a sparare».

E il governo di unità nazionale che sembrava pronto?

«Formeremo tutti insieme un nuovo governo dopo nuove elezioni».

Tutti insieme? Hamas è avanti in tutti i sondaggi.

«La nostra nuova legge elettorale è proporzionale proprio per garantire un governo di coalizione. Ed evitare le faide».

Per ora alla Muqata c’è ancora Abu Mazen, per il quale Hamas non rappresenta i palestinesi.

«È l’Autorità Palestinese a non rappresentare più nessuno. E non è solo questione di Abu Mazen. Esiste un governo, con delle istituzioni e dei poliziotti. Sono spariti tutti».

C’è anche un terzo fronte. A Nord. Il fronte con Hezbollah.

«Che è imprevedibile. Il rischio è reale: Hezbollah non esclude di intervenire. E la sua decisione non dipende solo dall’evoluzione della guerra a Gaza. In questo momento tutto il mondo arabo è con i palestinesi, se non proprio con Hamas: la pressione ad agire è fortissima. Non è retorica: basta niente perché si infiammi tutto».

Non temete di essere trascinati in una guerra altrui, d tornare pedine di un gioco più ampio?

«Certo. Ma sono dinamiche su cui la nostra influenza è minima. Come anche quella di Israele: perché se c’è una cosa che abbiamo in comune, è che veniamo usati. E anche per questo è tempo di parlarci. Perché alla fine, siamo noi a stare qui. Non quelli che tifano dagli spalti».

Gli Accordi di Oslo sono morti?

«Quasi 500mila coloni abitano in Cisgiordania, in oltre 130 insediamenti e 100 avamposti. Altri 200mila sono a Gerusalemme. Siamo sparsi in più di 165 frantumi di terra. Avere due stati, qui, ormai è un problema geografico, prima ancora che politico».

Pensa che uno stato unico sia ancora possibile?

«Finora abbiamo provato solo l’Occupazione, o la guerra. E non ha funzionato. Perché non proviamo piuttosto a vivere tutti insieme? Tutti uguali?».

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