Che cos’è Hamas, chi la finanzia, quali sono i suoi obiettivi e perché ha attaccato Israele proprio ora
di Enrico FranceschiniLONDRA – Ogni volta che il conflitto israeliano-palestinese si avvicina a una possibile svolta di pace, qualcuno cerca di riportarlo verso la guerra ad oltranza come unica soluzione. Non è certamente un caso che il massiccio attacco lanciato dai fondamentalisti islamici di Hamas nella striscia di Gaza fino all’interno dello Stato ebraico avvenga mentre sono in corso i negoziati per uno storico accordo fra Israele e Arabia Saudita a cui partecipa l’Autorità Nazionale Palestinese, l’entità che dal 1993 governa i territori autonomi palestinesi in Cisgiordania.
Un attacco a sorpresa iniziato, e anche questo non è certo un caso, nel cinquantesimo anniversario della guerra dello Yom Kippur del 1973, quando un’altra aggressione araba colse altrettanto di sorpresa Israele e per qualche giorno dette l’impressione di poter prevalere. Ci sono però anche altre ragioni nella nuova crisi che infiamma il Medio Oriente. Ecco una scheda per capire cos’è Hamas, chi la finanzia e cosa può…
LONDRA – Ogni volta che il conflitto israeliano-palestinese si avvicina a una possibile svolta di pace, qualcuno cerca di riportarlo verso la guerra ad oltranza come unica soluzione. Non è certamente un caso che il massiccio attacco lanciato dai fondamentalisti islamici di Hamas nella striscia di Gaza fino all’interno dello Stato ebraico avvenga mentre sono in corso i negoziati per uno storico accordo fra Israele e Arabia Saudita a cui partecipa l’Autorità Nazionale Palestinese, l’entità che dal 1993 governa i territori autonomi palestinesi in Cisgiordania.
Un attacco a sorpresa iniziato, e anche questo non è certo un caso, nel cinquantesimo anniversario della guerra dello Yom Kippur del 1973, quando un’altra aggressione araba colse altrettanto di sorpresa Israele e per qualche giorno dette l’impressione di poter prevalere. Ci sono però anche altre ragioni nella nuova crisi che infiamma il Medio Oriente. Ecco una scheda per capire cos’è Hamas, chi la finanzia e cosa può accadere adesso.
Un’organizzazione terroristica
Acronimo di Harakat al-Muqawama al-Islamiyya (Movimento Islamico di Resistenza), Hamas è un’organizzazione politica e paramilitare palestinese, islamista, sunnita e fondamentalista. La sua leadership è suddivisa tra un’ala politica, che governa Gaza da quando nel 2006 Hamas vinse le elezioni legislative (le ultime che sono state fatte), diventando il primo partito nella striscia di terra delimitata tra Egitto, Israele e il Mediterraneo in cui vivono circa 2 milioni di palestinesi; e un’ala militare, denominata Brigate Ezzedin al-Qassam. Sia l’ala politica che l’ala militare sono considerate un’organizzazione terroristica da numerosi Paesi occidentali o alleati dell’Occidente, fra cui Stati Uniti, Unione Europea, Canada, Giappone e Israele; mentre Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda considerano un’organizzazione terroristica soltanto l’ala militare.
Gli obiettivi di Hamas
Hamas nasce nel 1987 per iniziativa dello sceicco Ahmad Yassin, che diventa il suo leader religioso, coadiuvato da Abd al-Aziz al Rantisi e Mahmud al-Zahar, capi politico-militari, sullo sfondo della prima Intifada, la “rivolta delle pietre” innescata da giovani palestinesi contro le forze israeliane nei Territori Occupati. In sostanza Hamas è il braccio palestinese dei Fratelli Musulmani, un’organizzazione fondamentalista araba presente in vari Paesi, e si propone di combattere Israele con attentati terroristici. La carta costitutiva di Hamas afferma che “non esiste soluzione alla questione palestinese se non nella guerra santa” e prefigura come obiettivo il ritorno dell’intera Palestina ai suoi confini del 1948, comprendenti lo stato di Israele odierno. Ma nel 2009 Khaled Meshal, capo dell’ala politica di Hamas, si dichiarò favorevole a una soluzione che includesse uno stato palestinese con Gerusalemme est come capitale “sui confini del 1967”, cioè in pratica soltanto in Cisgiordania e a Gaza, i territori che Israele conquistò quell’anno nella guerra dei Sei Giorni e che occupa da allora (tranne la striscia di Gaza, da cui si è completamente ritirata nel 2005, e il 20 per cento circa della Cisgiordania, dove si trovano le maggiori città palestinesi, amministrato autonomamente dall’Autorità Nazionale Palestinese a partire dagli accordi di pace con Israele del ’93).
Lo sceicco Yassin sosteneva che allo stato attuale delle cose era difficile “immaginare la liberazione di tutta la nostra nazione, per cui accetteremmo una liberazione per fasi”. Nel 2017, pur senza riconoscere Israele, la leadership di Hamas ha ribadito l’accettazione di uno stato palestinese nei confini del ’67. Alcuni commentatori non escludono che Hamas potrebbe essere coinvolta in un negoziato di pace, come del resto fece un altro gruppo considerato per lungo tempo un’organizzazione terroristica, l’Olp di Yasser Arafat, poi premiato con il Nobel per la pace insieme al premier israeliano Yitzhak Rabin e al ministro degli Esteri israeliano Shimon Peres.
Chi finanzia Hamas
Inizialmente i fondi che arrivano ad Hamas provengono da Arabia Saudita e Siria. In seguito, il principale finanziatore di Hamas diventa l’Iran, che invia una media di 100 milioni di dollari l’anno in denaro, aiuti umanitari e armi alla striscia di Gaza: pur essendo un Paese islamico scita, dunque non sunnita come i palestinesi, Teheran vede in Hamas uno dei gruppi fondamentalisti alleati con cui combattere la sua guerra per procura contro Israele. Le Guardie della Rivoluzione iraniane fanno pervenire fondi anche alla Jihad islamica, l’altra organizzazione terroristica palestinese che opera sia nella striscia di Gaza che in Cisgiordania. Ma Hamas riceve finanziamenti pure dal Qatar e da altri Paesi arabi. Inoltre, ad Hamas arrivano indirettamente le donazioni umanitarie inviate a Gaza dall’Onu, dall’Unione Europea, dalla Norvegia, dal Giappone, dall’Australia e da altre nazioni. Da ultimo va ricordato che una fonte cruciale di finanziamento per la striscia è Israele, che trasferisce a Gaza i salari delle migliaia di palestinesi ammessi a lavorare come pendolari nello Stato ebraico: una cooperazione economica che viene tuttavia sospesa per lunghi periodi quando il conflitto si riaccende, come in questi giorni.
Il successo politico di Hamas
La vittoria di Hamas nelle elezioni legislative palestinesi del 2006 colse di sorpresa Mahmud Abbas, il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp). Fino ad allora, come il suo predecessore Arafat, Abbas aveva esteso la propria autorità sia sulla Cisgiordania sia su Gaza. Ma Hamas ha gradualmente aumentato il consenso in tutti i territori palestinesi, particolarmente in quelli più poveri della striscia. Ci è riuscita per tre ragioni: uno stile più ascetico rispetto a quello dell’Anp di Abbas, percepito come corrotto dalla maggioranza della popolazione (i dirigenti dell’Anp vivono in case di lusso e si spostano in Mercedes, lo sceicco Yassin abitava in una catapecchia con il pavimento di terra e girava a piedi); la predicazione fondamentalista islamica rispetto al laicismo dell’Anp; e il radicalismo militare, contrario a ogni concessione a Israele. Il risultato è che da quasi due decenni la leadership palestinese, unitaria sotto Arafat, si è ritrovata divisa in due fazioni che si combattono politicamente e talvolta anche militarmente: l’Anp, che governa le città della Cisgiordania, sebbene con crescente difficoltà perché anche lì crescono i favori per Hamas e per la Jihad islamica (per questo Abbas rinvia di anno in anno nuove elezioni, temendo di perderle anche in “casa”); e Hamas, che governa la striscia di Gaza e aumenta i consensi in Cisgiordania. Un dualismo con posizioni differenti sul conflitto con Israele, che ha perciò contribuito a paralizzare il negoziato di pace.
Le guerre di Hamas
In una prima fase delle sue operazioni, Hamas ha attaccato Israele soltanto con attentati terroristici. I primi erano azioni di kamikaze: terroristici suicidi che si facevano saltare in aria alla fermata del bus o nelle discoteche piene di civili israeliani. Tra questo spiccano gli attentati a Gerusalemme nel 1997 e a Rishon LeZion nel 2002 (16 vittime civili israeliane ciascuno) e quello su un bus ad Haifa nel 2003 (17 vittime, nella maggior parte bambini e adolescenti). Gli attacchi suicidi si sono moltiplicati durante la Seconda Intifada, caratterizzata appunto da attentati di kamikaze, che hanno fatto in tutto centinaia di vittime israeliane. Dal 2001, Hamas ha cominciato ad attaccare Israele anche con razzi, importati clandestinamente attraverso i tunnel al confine fra Egitto e Gaza o fatti con mezzi rudimentali ma egualmente efficaci. Ormai si può parlare di “guerre di Gaza” per la frequenza con cui scoppiano conflitti fra Hamas e Israele. Eccone alcuni: con un raid in territorio dello Stato ebraico, nel 2006 Hamas cattura Gilad Shalit, un soldato israeliano, provocando settimane di raid aerei e incursioni per cercare di liberarlo (fu rilasciato cinque anni dopo in uno scambio di prigionieri); nel 2008 Hamas lancia razzi sulla città israeliana di Sderot, Israele risponde con un’offensiva militare che dura 22 giorni in cui muoiono 13 israeliani e 1400 palestinesi; nel 2014 il rapimento di tre adolescenti israeliani da parte di Hamas provoca sette settimane di guerra con la morte di 73 israeliani e 2100 palestinesi; nel 2021 Hamas lancia razzi su Gerusalemme, Tel Aviv e altre città israeliane in risposta a scontri sulla spianata delle Moschee di Gerusalemme fra palestinesi e forze israeliane durante il Ramadan, Israele risponde con bombardamenti aerei, muoiono in tutto 13 israeliani e 260 palestinesi. Altre fiammate analoghe scoppiano nel 2022. Ma non c’era mai stata un’incursione di militanti armati di Hamas delle dimensioni di quella odierna, accompagnata da lancio di razzi: un’azione da cui aspettarsi una delle risposte israeliane più dure di sempre. La differenza, nelle guerre di Gaza, è che Hamas attacca popolazioni civili colpendo a casaccio, che si tratti di attentati suicidi o lancio di razzi su città, mentre i raid israeliani dall’aria e da terra cercano di colpire obiettivi mirati, ovvero installazioni o leader militari e politici di Hamas, anche se queste azioni fanno anche “danni collaterali”, come li chiama Israele, causando ingenti vittime fra i civili palestinesi.
Le ragioni del nuovo attacco
Ci sono almeno tre possibili motivazioni dietro la clamorosa incursione a sorpresa di queste ore. La prima è il negoziato per uno storico accordo di pace fra Israele e Arabia Saudita, che sarebbe il tassello definitivo e più importante degli accordi di Abramo firmati da Israele con tre Paesi arabi (Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco) durante la presidente Trump. Alla trattativa, mediata dagli Stati Uniti, partecipa l’Autorità Nazionale Palestinese, rappresentata dai più stretti consiglieri del presidente Abbas. Fra le condizioni dell’accordo richieste dai sauditi ci sono concessioni di Israele all’Anp, concordate da Riad con i palestinesi, per rimettere in moto il processo di pace, bloccato da anni. Se il negoziato avesse successo, Abbas incasserebbe una significativa vittoria politica, in grado di rilanciarlo dopo un lungo periodo di stasi in cui ha perso sempre più favori tra i palestinesi. Attaccare Israele in modo così clamoroso, provocando una prevedibile letale risposta israeliana, metterà verosimilmente Abbas in difficoltà a raggiungere un’intesa con i sauditi e, indirettamente, con il governo israeliano di Benjamin Netanyahu. È una tattica che si è vista spesso nel conflitto israeliano-palestinese: i radicali di entrambe le parti soffiano sul fuoco per impedire che i moderati trovino un accordo di compromesso. Una seconda ragione è il precedente storico della guerra dello Yom Kippur, quando nel 1973 Egitto, Siria e altri Paesi arabi attaccarono Israele nella data più sacra del calendario ebraico, prendendo di sorpresa le forze israeliane e avendo la meglio per qualche giorno, prima che Israele riuscisse a rispondere. Alla fine, fu lo Stato ebraico a vincere, ma quella guerra rimane il momento più alto di orgoglio per il mondo arabo in settant’anni di conflitti fra ebrei e arabi in Medio Oriente. Ricreare un momento simile può mirare a suscitare un analogo orgoglio, dimostrando che i palestinesi, guidati da Hamas, possono cogliere Israele impreparata, almeno per qualche giorno o qualche ora: un’impreparazione che, detto per inciso, qualcuno proverà a collegare alle proteste anche da parte di ambienti militari israeliani contro la riforma della giustizia portata avanti da Netanyahu, dividendo il proprio Paese e suscitando allarme per la sicurezza nazionale. Un terzo possibile motivo dell’attacco di Hamas è la rivalità con altri gruppi fondamentalisti, in primo luogo la Jihad islamica, che negli ultimi mesi ha rubato la scena e portato via consensi ad Hamas, specie in Cisgiordania, come si è visto negli attentati e negli scontri che ne sono risultati nella città di Jenin. Infine, non bisogna dimenticare le divisioni all’interno della stessa Hamas tra ala politica e ala militare, e all’interno delle due ali fra radicali e moderati: anche questo può avere influito sulla decisione di attaccare Israele in modo così spettacolare. Sebbene un attacco per l’appunto così in grande stile richieda una pianificazione che sarebbe difficile organizzare senza un ampio consenso nella leadership del gruppo, e non solo in Hamas: un’azione che scatena la guerra può essere stata presa soltanto con il beneplacito dei finanziatori di Hamas, principalmente dell’Iran, allo scopo di rimescolare le carte su tutta la linea, dal negoziato Israele-Sauditi a quello sul nucleare iraniano. Il Grande Gioco mediorientale passa ancora una volta dal conflitto israeliano-palestinese.