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L’ira di Teheran per il Nobel a Mohammadi: “Scelta politica”. Biden: “Liberatela”

Il governo contro “una decisione faziosa che premia una criminale”. Per i media statali è in linea con le politiche delle cancellerie occidentali
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«Atto politico e parziale»: il governo iraniano ha reagito con stizza all’assegnazione del Nobel per la pace a Narges Mohammadi, l’attivista dei diritti delle donne in prigione ormai da tanti anni, dopo essere già stata arrestata 13 volte e condannata 5 per un totale di 31 anni di carcere e 154 frustrate.

Un commento ufficiale è arrivato a fine giornata, affidato ai media da Nasser Kanani, portavoce del Ministero degli Esteri: «Rileviamo che il Comitato per il Nobel ha voluto premiare una criminale giudicata colpevole di ripetute violazioni delle leggi. Scelta faziosa che condanniamo, una mossa in linea con le politiche interventiste e anti-iraniane di alcuni governi europei». L…

«Atto politico e parziale»: il governo iraniano ha reagito con stizza all’assegnazione del Nobel per la pace a Narges Mohammadi, l’attivista dei diritti delle donne in prigione ormai da tanti anni, dopo essere già stata arrestata 13 volte e condannata 5 per un totale di 31 anni di carcere e 154 frustrate.

Un commento ufficiale è arrivato a fine giornata, affidato ai media da Nasser Kanani, portavoce del Ministero degli Esteri: «Rileviamo che il Comitato per il Nobel ha voluto premiare una criminale giudicata colpevole di ripetute violazioni delle leggi. Scelta faziosa che condanniamo, una mossa in linea con le politiche interventiste e anti-iraniane di alcuni governi europei». L’ennesimo complotto ordito dagli occidentali, insomma, già da tempo accusati da Teheran di aver ordito le proteste esplose oltre un anno fa, dopo la morte della giovane Mahsa Amini per mano della polizia morale. Una tesi ieri rilanciata d’altronde pure dall’agenzia Fars, voce semi-ufficiale del governo: «Mohammadi premiata per le sue azioni contro la sicurezza nazionale». E dall’altra agenzia di stampa statale, Irna: «Da tempo il premio per la Pace ha abbandonato il suo percorso diventando mezzo per soddisfare i desideri politici degli occidentali esercitando pressioni su Paesi con cui hanno inimicizie di lunga data», hanno scritto, nel tentativo di sminuire la portata e l’impatto del prestigioso riconoscimento. Tanto più che tra Teheran, Oslo (dove si sceglie appunto il solo Nobel per la Pace) e Stoccolma (sede della Fondazione Nobel) ci sono state tensioni recenti. Anche quest’anno infatti – come già nel 2022 con una decisione presa subito dopo l’inizio delle proteste – gli ambasciatori di Iran, Russia e Bielorussia non saranno invitati alla cerimonia di premiazione dei “laureati”. Mentre l’Iran ha duramente condannato i roghi del Corano compiuti dal rifugiato iracheno Salwan Momika in Svezia a giugno e luglio, bollandoli come «offese ai diritti e i valori di oltre due miliardi di musulmani, destinate a rimanere nella memoria dei liberi pensatori di tutto il mondo».

Sempre ieri Berit Reiss-Andersen, l’avvocatessa ed esponente politica laburista, a capo del Comitato norvegese, ha chiesto alle «autorità iraniane di prendere la decisione giusta, rilasciando Narges in modo che possa venire personalmente a ricevere questo onore». Auspicio poi ribadito pure dal presidente americano Joe Biden in una lunga dichiarazione dove ha esortato «il governo iraniano a liberarla immediatamente con le altre sostenitrici dell’uguaglianza di genere», ben conscio di aver recentemente fatto sbloccare 6 miliardi di dollari per riportare a casa cinque cittadini americani prigionieri a Teheran, con l’obiettivo di rilanciare nuove intese con gli iraniani pericolosamente riavvicinatisi a Mosca, accordi che ora il premio potrebbe allontanare.

Le affermazioni sono state d’altronde prontamente sbeffeggiate su X, l’ex Twitter, da Seyed Mohammad Marandi, il professore conservatore di letteratura inglese, già consulente della delegazione iraniana ai negoziati di Vienna sul nucleare: « È fin troppo ovvio, non vi pare? Il riconoscimento per la “Pace” mostra solo quanto siano interconnesse le diverse entità dell’Occidente che ha fallito il tentativo di cambio di regime. E invece non cambierà nulla».

Non la pensano così alcuni prigionieri eccellenti – e tra questi l’ex ministro degli Interni Mostafa Tajzadeh – di quella stessa Evin dove è rinchiusa Mohammadi: «L’onore da lei ottenuto è un tesoro nazionale, risultato della sua pazienza, resistenza, perseveranza e lotta contro ogni forma di discriminazione e ingiustizia». 

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