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Usa, sfida tra estremisti per il leader della Camera: due litiganti all’ombra di Trump

L’ex presidente sostiene Jordan, il più ostile a Kiev. Ma potrebbe anche correre in proprio
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NEW YORK – Donald Trump irrompe nella disputa sul futuro capo della Camera americana, con due mosse. Primo, l’appoggio a Jim Jordan, il candidato più estremista e contrario agli aiuti militari all’Ucraina; secondo, la velata ipotesi che se i deputati del suo partito proprio non riuscissero a mettersi d’accordo sul successore di Kevin McCarthy, lui potrebbe offrirsi di fare lo Speaker ad interim fino alla soluzione dello scontro, o comunque alle presidenziali del 2024.

Così l’ex capo della Casa Bianca riesce ancora ad attirare l’attenzione su di sé, ma soprattutto trasforma la scelta del leader dell’istituzione che aveva lasciato assalire il 6 gennaio 2021 in un referendum sulla sua popolarità e presa sul Gop. Non a caso, forse, il capo dei deputati democratici Hakeem Jeffries suggerisce invece dalle colonne del Washington Post l’alternativa di creare una coalizione tra i moderati di entrambi i partiti, per garantire la funzionalità dell’Aula e quindi dello Stato. Quando si dice cade…

NEW YORK – Donald Trump irrompe nella disputa sul futuro capo della Camera americana, con due mosse. Primo, l’appoggio a Jim Jordan, il candidato più estremista e contrario agli aiuti militari all’Ucraina; secondo, la velata ipotesi che se i deputati del suo partito proprio non riuscissero a mettersi d’accordo sul successore di Kevin McCarthy, lui potrebbe offrirsi di fare lo Speaker ad interim fino alla soluzione dello scontro, o comunque alle presidenziali del 2024.

Così l’ex capo della Casa Bianca riesce ancora ad attirare l’attenzione su di sé, ma soprattutto trasforma la scelta del leader dell’istituzione che aveva lasciato assalire il 6 gennaio 2021 in un referendum sulla sua popolarità e presa sul Gop. Non a caso, forse, il capo dei deputati democratici Hakeem Jeffries suggerisce invece dalle colonne del Washington Post l’alternativa di creare una coalizione tra i moderati di entrambi i partiti, per garantire la funzionalità dell’Aula e quindi dello Stato. Quando si dice cadere dalla padella alla brace, e rimpiangere ciò che ti auguri.

Dopo la clamorosa bocciatura di McCarthy, alcuni parlamentari estremisti come Marjorie Taylor Greene avevano suggerito che Trump facesse lo Speaker, perché la Costituzione non richiede che sia un membro del Congresso. Lui come al solito era rimasto lusingato dall’adulazione dei colleghi, lasciando intendere che molti lo avevano chiamato e quindi ci stava pensando, anche se in teoria la Rule 26 del gruppo repubblicano alla Camera obbligherebbe alle dimissioni qualunque leader incriminato per reati che prevedono una possibile condanna ad almeno due anni di prigione. Giovedì però ha compiuto un passo formale, appoggiando il presidente della Commissione Giustizia Jim Jordan: «Era una stella anche prima di fare il suo viaggio di successo a Washington. Sarà un grande Speaker e ha il mio completo e totale appoggio».

Così dunque la sfida si accende, con uno scontro annunciato tra Jordan e il vice di McCarthy, Steve Scalise. Entrambi sono più conservatori di McCarthy, ma con sfumature diverse. Jordan è un ex insegnante di lotta dell’Ohio, accusato di aver chiuso gli occhi su abusi sessuali contro i suoi allievi. È il cofondatore del gruppo superconservatore House Freedom Caucus, e la settimana scorsa è stato uno dei 117 repubblicani che hanno votato contro gli aiuti all’Ucraina: «Le priorità degli americani sono altre: confini sicuri e ordine pubblico. Non capisco perché dobbiamo spendere così i loro soldi, senza avere un obiettivo chiaro». Scalise è un italo-americano della Louisiana ed era il numero due di McCarthy. Nel 2017 era stato ferito durante una sparatoria contro un gruppo di deputati che giocavano a baseball, e ora soffre di mieloma multiplo. È conservatore come Jordan, ma la settimana scorsa ha votato con i 101 deputati repubblicani favorevoli a continuare l’assistenza a Kiev.

I repubblicani si riuniranno martedì per valutare le candidature, che includono anche altri, e mercoledì potrebbero votare il nuovo Speaker. Ora si tratta di vedere se l’intervento di Trump farà pendere la bilancia verso Jordan, costringendo il partito ad allinearsi alla sua volontà, oppure se i moderati si coalizzeranno intorno a Scalise, bloccando l’elezione dell’uomo di Donald. Per riuscirci avrebbero bisogno di sole 5 defezioni, perché il Gop ha una maggioranza di 9 voti, se i democratici resteranno compatti nella loro opposizione. Se nessuno prevarrà, servirà un compromesso. E allora magari Trump spera di tornare in gioco.

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