Che cos’è Gaza e come è cambiata nei secoli: dai filistei alla vittoria di Hamas
di Enrico FranceschiniPer le strade di Gaza il giorno l'attacco alla Watan Tower
(reuters)A Gaza si entrava così. Arrivavi di primo mattino a Erez, il check-point israeliano al confine settentrionale della striscia, mostravi le credenziali di giornalista ai soldati o alle soldatesse di turno nei gabbiotti blindati ad aria condizionata, venivi interrogato su dove andavi e perquisito con il metal-detector. Nel frattempo, alzando lo sguardo nella direzione opposta, vedevi centinaia di palestinesi in fila per fare il percorso inverso, uscire da Gaza e andare a lavorare in Israele: i pendolari che si guadagnavano da vivere nello Stato ebraico, come carpentieri, agricoltori, meccanici e ogni sorta di mestiere, per rientrare nella striscia alla sera e portare in famiglia un salario in shekel, la valuta nazionale israeliana, che è poi la stessa in vigore a Gaza.
Fino al 2007, centomila palestinesi al giorno, un ventesimo della popolazione odierna di Gaza, contribuivano quotidianamente all’economia israeliana, un traffico interrotto quando Hamas ha preso il controllo della str…
A Gaza si entrava così. Arrivavi di primo mattino a Erez, il check-point israeliano al confine settentrionale della striscia, mostravi le credenziali di giornalista ai soldati o alle soldatesse di turno nei gabbiotti blindati ad aria condizionata, venivi interrogato su dove andavi e perquisito con il metal-detector. Nel frattempo, alzando lo sguardo nella direzione opposta, vedevi centinaia di palestinesi in fila per fare il percorso inverso, uscire da Gaza e andare a lavorare in Israele: i pendolari che si guadagnavano da vivere nello Stato ebraico, come carpentieri, agricoltori, meccanici e ogni sorta di mestiere, per rientrare nella striscia alla sera e portare in famiglia un salario in shekel, la valuta nazionale israeliana, che è poi la stessa in vigore a Gaza.
Fino al 2007, centomila palestinesi al giorno, un ventesimo della popolazione odierna di Gaza, contribuivano quotidianamente all’economia israeliana, un traffico interrotto quando Hamas ha preso il controllo della striscia, tuttavia ripreso nel 2021, arrivando nel 2022 a 20 mila permessi di lavoro al giorno.
“La terra di nessuno”
Ma torniamo al check-point per i giornalisti, i diplomatici, gli operatori di Ong, che a Gaza volevano entrare. Superati gli ultimi controlli, un corridoio conduceva a una porta girevole che si apriva su una “terra di nessuno”: definizione da prendere alla lettera, perché non c’era un’anima in quel chilometro di strada da attraversare a piedi sotto un sole accecante, neppure un edificio, un’automobile, nulla. In fondo alla no man’s land ti aspettava il check-point palestinese, ben diverso da quello israeliano: una sbarra da passaggio a livello, solitamente già alzata; una casupola fatiscente, con la bandiera palestinese sul tetto; un paio di poliziotti stravaccati sulle seggiole, spesso stremati dal caldo e apparentemente poco interessati a controllare i documenti dei visitatori. Un’occhiata alla tessera stampa e facevano segno di passare. Al di là del check-point, ad attendere il cronista, c’era lo stringer locale, come si dice nel gergo dei media, un giornalista o interprete palestinese che, in cambio di un compenso, ti caricava sulla sua scassata macchina e ti portava a scoprire Gaza, presentando contatti, organizzando interviste, facilitando le comunicazioni.
Se dovevi fermarti per la notte, ti accompagnava in uno dei piccoli alberghi della striscia. All’ora di pranzo o di cena, divideva un pasto con te in uno dei ristorantini che sorgevano davanti al mare: dove, mentre mangiavi a un tavolino all’aperto, potevi vedere i ragazzini palestinesi che facevano il bagno o giocavano a pallone sulla spiaggia, mentre i vecchi pescavano e venditori ambulanti offrivano la loro povera mercanzia, bibite, frutta, dal dorso di un asinello.
Yassin e Arafat
Tutto intorno c’era Gaza, palazzine moderne e catapecchie, bottegucce e supermercati, traffico indiavolato di veicoli, motorette, carretti trainati da cavalli, mucchi di spazzatura, fogne a cielo aperto, antenne satellitari sui balconi, vicoli maleodoranti e preghiere di muezzin dagli altoparlanti delle moschee. Una volta lo stringer mi portò a intervistare lo sceicco Yassin, fondatore e leader spirituale di Hamas, paraplegico costretto su una sedia a rotelle, a lungo incarcerato da Israele come terrorista, liberato da Netanyahu come gesto riparatore verso la Giordania, dopo il fallito avvelenamento di un altro capo di Hamas ad Amman, e accolto a Gaza come un santo (sarebbe poi morto raggiunto da un missile israeliano): mi colpì il pavimento in terra della sua modesta abitazione.
Un’altra volta andammo a incontrare Yasser Arafat, che dopo gli accordi di pace con Israele aveva a Gaza il proprio quartier generale: quel giorno ricevette con tutti gli onori un parlamentare italiano, l’ex-magistrato di Mani Pulite Antonio Di Pietro. “Gli italiani”, disse il capo dell’Olp, “sono i miei migliori amici”. Un po’ era vero. Ma diceva la stessa cosa a tutti.
Gaza dai filistei a Lawrence d’Arabia
Tremila anni prima di Yassin e Arafat, a Gaza vivevano i filistei, il popolo contro cui combatte Sansone in un celebre episodio della Bibbia. In seguito, la striscia viene conquistata da Alessandro Magno, dai Romani, dai Persiani, dal Califfato dei Rashidun, dai Cavalieri Templari, dal Sultanato mamelucco e dall’Impero Ottomano. Dopo la sconfitta turca nella Prima guerra mondiale, orchestrata in Medio Oriente dal leggendario colonnello Lawrence, l’ufficiale inglese passato alla storia come Lawrence d’Arabia, dal 1923 al 1948 Gaza e l’intera Palestina ottomana diventano una colonia britannica.
Dopo la guerra del ’48 con cui nasce lo stato di Israele, Gaza rimane per quasi vent’anni un protettorato dell’Egitto. Con la guerra del ’67, Israele conquista anche la striscia. Dopo gli accordi di pace del ’93, l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) guidata da Arafat ottiene di amministrarne autonomamente larghe parti. Nel 2005, Israele si ritira completamente da Gaza, smantellando una dozzina di insediamenti di coloni e le basi militari. A quel punto, teoricamente, Gaza è del tutto libera.
La vittoria di Hamas
Ma nel 2006 i fondamentalisti islamici di Hamas vincono le elezioni legislative, prendono il potere nella striscia e, dopo una guerra civile fra palestinesi, scacciano l’Anp, ora guidata da Abu Mazen, il successore di Arafat, che mantiene un fragile comando sulla Cisgiordania. Con i suoi confini chiusi da Israele (tranne per i lavoratori pendolari nei periodi di stabilità) ed Egitto (tranne per i tunnel clandestini da cui passano le armi), alcuni la definiscono “la più grande prigione a cielo aperto” della terra: oggi ha 2 milioni e 300 mila abitanti su una superficie di 365 chilometri quadrati (un decimo della Valle d’Aosta, più piccola regione italiana).
Da allora quasi ogni anno scoppiano le cosiddette “guerre di Gaza”, con lanci di razzi, incursioni palestinesi e rappresaglie aeree israeliane. Ma dopo l’attacco palestinese di sabato contro Israele, a Gaza è cominciata una guerra che potrebbe incendiare il Medio Oriente. Adesso, per molto tempo, dal check-point Erez non passerà più nessuno.