Netanyahu paga le liti con i militari. Ora il premier punta all’unità nazionale
di Francesca CaferriIl giorno più lungo di Benjamin Netanyahu arriva a una svolta intorno alle nove di sera, quando un comunicato del Likud, il partito del premier, informa che il primo ministro ha invitato i leader dell’opposizione Yair Lapid e Benny Gantz a unirsi al governo di unità nazionale che dovrà guidare Israele nella risposta all’attacco senza precedenti lanciato da Hamas sabato mattina.
È la fine del governo più a destra della Storia del Paese, quello che ha permesso a Netanyahu di governare basandosi sui voti di politici come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, entrambi ben noti per le loro posizioni radicali nei confronti dei palestinesi. Una svolta che una buona parte di Israele aspettava da nove mesi, quando sono iniziate le proteste contro la riforma giudiziaria voluta dal governo che mirava a mettere sotto controllo politico la Corte Suprema, minando così l’indipendenza della magistratura e con essa la natura stessa dello Stato ebraico. A legare quelle manifestazioni a quello che è accad…
Il giorno più lungo di Benjamin Netanyahu arriva a una svolta intorno alle nove di sera, quando un comunicato del Likud, il partito del premier, informa che il primo ministro ha invitato i leader dell’opposizione Yair Lapid e Benny Gantz a unirsi al governo di unità nazionale che dovrà guidare Israele nella risposta all’attacco senza precedenti lanciato da Hamas sabato mattina.
È la fine del governo più a destra della Storia del Paese, quello che ha permesso a Netanyahu di governare basandosi sui voti di politici come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, entrambi ben noti per le loro posizioni radicali nei confronti dei palestinesi. Una svolta che una buona parte di Israele aspettava da nove mesi, quando sono iniziate le proteste contro la riforma giudiziaria voluta dal governo che mirava a mettere sotto controllo politico la Corte Suprema, minando così l’indipendenza della magistratura e con essa la natura stessa dello Stato ebraico. A legare quelle manifestazioni a quello che è accaduto ieri è un filo rosso diventato evidente nel marzo scorso, quando migliaia di riservisti si unirono alle proteste minacciando di non presentarsi in servizio, minando così la spina dorsale della sicurezza israeliana, costruita sulla loro esperienza e sulle loro altissime capacità.
Da allora, il nesso fra la sicurezza dello Stato e quella personale del premier (gli oppositori lo accusano di volere la riforma giudiziaria per proteggersi dalle inchieste per corruzione in cui è indagato) è argomento di polemica costante in Israele. Evidenziato per primo dal ministro della Difesa Yoav Gallant, che Netanyahu voleva cacciare per aver messo in guardia dai rischi per la sicurezza che andare avanti con la riforma avrebbe significato. E poi ribadito da militari, esperti, ex capi dei Servizi segreti come Tamir Pardo e anche dall’attuale capo di Stato maggiore Herzi Halevi.
Questo scollamento ha davvero influito su quello che è accaduto ieri? La percezione di una falla nelle Forze armate più forti della regione ha incoraggiato la messa a punto di un piano che evidentemente ha richiesto mesi di studio e preparazione? Una commissione d’inchiesta già lanciata dovrà rispondere a queste domande. A gestirla sarà con tutta probabilità Gantz che nel nuovo governo pretenderà di sedere sulla poltrona di ministro della Difesa, un ruolo che ha già occupato in passato e in cui può fare pesare tutta la sua esperienza di ex Capo di Stato maggiore.
A lui spetterà dunque capire come sia stato possibile che Israele vivesse quello che tutti i maggiori commentatori internazionali ieri non hanno esitato a definire un «fallimento epocale»: ovvero come il più grande e il meglio preparato servizio di intelligence della regione non abbia saputo intercettare i segnali di quello che è accaduto ieri. Nonostante abbia a disposizione una rete di migliaia di informatori fra le fila dei più acerrimi nemici. E nonostante abbia fra le mani alcuni degli strumenti di spionaggio più avanzati del mondo: uno fra tutti il discusso sistema di intercettazione telefonica Pegasus.
Gantz in passato è stato alleato ma prima di tutto nemico di Netanyahu: è l’uomo che più di ogni altro è riuscito a mettere in difficoltà il primo ministro, battendolo anche alle urne. Ma fallendo poi nel navigare le strettoie della politica israeliana in cui invece il premier è maestro indiscusso. Non è difficile immaginare che userà il nuovo scenario per sferrare al rivale un colpo definitivo.
Ma per scoprirlo servirà tempo. Ci sarà una risposta durissima, questo è chiaro a tutti. Ma dove porterà il Paese e il leader che più a lungo di ogni altro lo ha guidato è impossibile prevederlo ora: attaccare Gaza con tanti ostaggi israeliani nella Striscia avrà conseguenze pesantissime per un Paese che da sempre si fa onore di non lasciare indietro nessuno dei suoi, vivo o morto che sia. Trattare per la loro liberazione metterebbe il primo ministro di fronte a condizioni presumibilmente inaccettabili.
Una cosa appare certa: la guerra dello Yom Kippur, spesso evocata ieri, segnò la fine della carriera politica di Golda Meir. Bibi il mago, l’uomo che finora si è sempre rialzato dalle sconfitte affossando gli avversari, questa volta dovrà compiere il più difficile dei suoi giochi di prestigio se vorrà sfuggire alla sorte dell’unica donna che lo ha preceduto alla guida di Israele.