✕

Attacco a Israele, massacri e rapimenti: la battaglia casa per casa

(afp)
La popolazione braccata nelle strade, il Paese ora è sotto shock. I civili presi in ostaggio e portati a Gaza sarebbero 164. Il Paese è paralizzato, mancano notizie sui dispersi: come l’11 settembre le famiglie postano le foto per ritrovare i parenti spariti
2 minuti di lettura

GERUSALEMME — Panico. Disperazione. Terrore. E incertezza. La prima guerra dalla fondazione di Israele nel 1948 che arriva fin dentro il cuore del suo territorio, sulle strade, nelle case di villaggi e kibbutzim, è l’abisso di un padre, Yoni Asher, che racconta al Canale 12 di aver visto la moglie e i due bambini di tre e cinque anni in un video che mostra gli ostaggi di Hamas portati a Gaza.

È il pianto di un neonato trovato da solo in una casa a Kfar Aza, senza genitori, anche loro probabilmente rapiti dai terroristi. Sono le suppliche di centinaia, migliaia di persone, barricate nelle stanze bunker con i miliziani sulle strade e a volte anche nelle abitazioni, che chiedevano all’esercito di mandare aiuto, spesso invano. È l’anziana israeliana in sedia a rotelle sullo sfondo del selfie di un militante di Hamas che sorride da sotto il passamontagna facendo il segno della vittoria. È la corsa disperata di centinaia di ragazzi, che erano arrivati nel deserto a pochi chilometri dal…

GERUSALEMME — Panico. Disperazione. Terrore. E incertezza. La prima guerra dalla fondazione di Israele nel 1948 che arriva fin dentro il cuore del suo territorio, sulle strade, nelle case di villaggi e kibbutzim, è l’abisso di un padre, Yoni Asher, che racconta al Canale 12 di aver visto la moglie e i due bambini di tre e cinque anni in un video che mostra gli ostaggi di Hamas portati a Gaza.

È il pianto di un neonato trovato da solo in una casa a Kfar Aza, senza genitori, anche loro probabilmente rapiti dai terroristi. Sono le suppliche di centinaia, migliaia di persone, barricate nelle stanze bunker con i miliziani sulle strade e a volte anche nelle abitazioni, che chiedevano all’esercito di mandare aiuto, spesso invano. È l’anziana israeliana in sedia a rotelle sullo sfondo del selfie di un militante di Hamas che sorride da sotto il passamontagna facendo il segno della vittoria. È la corsa disperata di centinaia di ragazzi, che erano arrivati nel deserto a pochi chilometri dal confine con la Striscia per un rave, sono stati presi d’assalto dai terroristi e hanno tentato di scappare. Ore dopo tantissime famiglie rimanevano ancora senza notizie e cercano i loro cari pubblicandone le foto online, un po’ come avvenne in America l’11 settembre 2001, quando però le bacheche erano reali.

Cinquant’anni dopo la Guerra del Kippur, ancora una volta in un giorno di festa. Ieri Israele si è svegliata di nuovo sorpresa dal nemico. Era Shabbat e Simchat Torah, la ricorrenza in cui gli ebrei festeggiano il termine del ciclo annuale di lettura del Pentateuco. Una giornata normalmente trascorsa tra canti, balli e caramelle per i bambini. Dall’alba però hanno cominciato a suonare le sirene, in tutto il Paese, inclusa, caso rarissimo, a Gerusalemme. Nelle sinagoghe e nelle strade hanno cominciato a filtrare le notizie. Come accadde con la guerra del Kippur nel 1973, tanti giovani sono stati richiamati alle armi e hanno scambiato gli scialli da preghiera con le uniformi militari.

Per tutta la giornata le notizie si sono ricorse peggiorando di ora in ora. I terroristi arrivati via deltaplano, via mare, e sfondando le barriere di terra, a sera controllavano ancora alcuni villaggi israeliani. Dodici ore dopo l’inizio dell’attacco il bilancio era di almeno duecento vittime civili, 1200 feriti, e decine di ostaggi, civili e militari. Un incubo che pare uscito da un romanzo distopico, con nessuno nei vertici del paese in grado di produrre una lista di nomi delle vittime, dei feriti, dei prigionieri.

Quella degli ostaggi aggiunge una dimensione tragica mai affrontata da Israele in queste dimensioni, con analisti ed esperti militari che descrivono lo scenario di un numero imprecisato di bambini, anziani e ufficiali in ostaggio come indicibile.

«Stanno sparando contro casa nostra; stanno cercando di sfondare la porta della stanza bunker», la testimonianza di una donna incinta residente del Kibbutz Sufa, barricata con il figlio di due anni. «Vi scongiuro mandate aiuto», ha aggiunto, raccontando che il marito e altri tre uomini del kibbutz stavano cercando di combattere i terroristi. «Quattro persone non possono farcela da sole».

«Vi prego, inviate l’esercito», l’appello disperato di Eli Messika del Kibbutz Be’eri nel tentativo di raggiungere le autorità. «Ci sono feriti qui. Ci sono case in fiamme».

A sera Israele è sotto shock e paralizzato, anche perché migliaia di razzi, oltre tremila, hanno continuato a tenere la popolazione nei rifugi, tra sirene ed esplosioni, con i missili che hanno colpito anche Tel Aviv e i suoi dintorni. Oggi le scuole rimarranno chiuse, i servizi, trasporto pubblico, supermercati, operanti in modalità di emergenza.

E con il passare delle ore, cresce anche la rabbia per le tante domande senza risposte. Perché l’intelligence ha fallito e nel cinquantesimo anniversario della guerra del Kippur l’esercito si è fatto trovare così impreparato? E soprattutto, come è possibile che dopo un’intera giornata gli appelli disperati per notizie e chiarimenti siano rimasti inascoltati?

Su una cosa tutti concordano. Le guerra sarà lunga. E Israele, come dopo il 1973, non sarà più quella di prima.

Leggi i commenti