Hamas trascina Israele in guerra
di Daniele RaineriPalestinesi prendono il controllo di un carro armato israeliano
(afp)Con un’operazione senza precedenti il gruppo palestinese Hamas sfonda alle prime luci dell’alba la barriera di contenimento che isola la Striscia di Gaza da Israele, approfitta dello stato di choc e paralisi dell’esercito israeliano che per ore non riesce a reagire, prende il controllo temporaneo di un pezzo dello Stato ebraico e manda i suoi uomini armati fra le vie e le case dei kibbutz – davanti alle telecamere dei telefoni degli israeliani, che accovacciati dietro alle finestre riprendono l’impensabile.
È il materializzarsi delle peggiore paure dei cittadini della fascia di centri abitanti attorno alla Striscia e per estensione di tutto il Paese: quelli di Hamas sono pericolosi, ma erano confinati per sempre e senza possibilità di avanzare di un solo metro dietro ai reticolati della barriera di sicurezza. E ai loro razzi pensava il sistema di difesa Iron Dome, in grado di intercettarli con efficienza. Invece crolla tutto. La sicurezza non esiste più. Da quel momento in poi, p…
Con un’operazione senza precedenti il gruppo palestinese Hamas sfonda alle prime luci dell’alba la barriera di contenimento che isola la Striscia di Gaza da Israele, approfitta dello stato di choc e paralisi dell’esercito israeliano che per ore non riesce a reagire, prende il controllo temporaneo di un pezzo dello Stato ebraico e manda i suoi uomini armati fra le vie e le case dei kibbutz – davanti alle telecamere dei telefoni degli israeliani, che accovacciati dietro alle finestre riprendono l’impensabile.
È il materializzarsi delle peggiore paure dei cittadini della fascia di centri abitanti attorno alla Striscia e per estensione di tutto il Paese: quelli di Hamas sono pericolosi, ma erano confinati per sempre e senza possibilità di avanzare di un solo metro dietro ai reticolati della barriera di sicurezza. E ai loro razzi pensava il sistema di difesa Iron Dome, in grado di intercettarli con efficienza. Invece crolla tutto. La sicurezza non esiste più. Da quel momento in poi, per il gruppo palestinese che fin dalla sua fondazione predica la necessità di uccidere con ogni mezzo civili e soldati israeliani – investirli con le macchine, accoltellarli a sorpresa, sparargli quando è possibile – sono ore di festa. I nemici sono a portata di grilletto. Sparano a casaccio contro le macchine che passano in autostrada. Liquidano con poche raffiche gli ignari, donne e uomini, che aspettano alle fermate degli autobus. Entrano nelle case. Prima contrabbandare un’arma in territorio israeliano e affidarla a un volontario perché lanciasse un attacco – e poi finisse in cella o ucciso – era un’operazione che richiedeva settimane di pazienza e di attesa. Adesso c’è soltanto l’imbarazzo della scelta.
Per questo raid il gruppo palestinese sceglie parapendii a motore che aprono la via e permettono di superare i reticolati. I primi incursori creano un varco, squadre di uomini armati già appostate sono pronte a passare e ad attaccare le postazioni subito dietro dei soldati israeliani – a presidio ridotto perché è una mattina di shabbat. Il tutto è fatto senza che l’intelligence israeliana, che in teoria tutto sorveglia e tutto intercetta, abbia il presentimento di alcunché. Ci sono anche gommoni che ci provano dal mare. Espugnate le postazioni e ammazzati i soldati, alcuni ancora in mutande, è il momento di spalancare i cancelli: uno scaglione di dodici pick up – contati in video – carichi di uomini armati sui cassoni è il primo a passare e punta verso l’autostrada. C’è una falla enorme nella vigilanza ipertecnologica su Gaza. Vanno in tutte le direzioni. Zikit. Sderot. Kfar Azza. Nahal Oz. Beeri. Reim. Magen.
I primi uomini di Hamas a uscire dalla Striscia sanno a quel punto che qualsiasi bersaglio colpiscano è un successo, secondo la loro dottrina. Sopra le loro teste passano più di duemila razzi, da Sud verso Nord – a fine giornata saranno oltre 3mila – che sono molti di più di quelli che Hamas un tempo riusciva a sparare nei brevi round di guerra contro Israele. Questa volta li lancia in poche ore. I razzi vanno sistemati in anticipo e caricati in posizioni pre-scavate, nascoste nel terreno e nella sabbia e sotto teli, pronti a essere puntati e sparati quando arriva il momento dell’attacco. Di nuovo, come Hamas abbia fatto tutto senza farsi scoprire in un rettangolo strasorvegliato da droni, satelliti e informatori locali, è ancora da comprendere. Dispone con molta probabilità di un sistema di comunicazione protetto. I razzi esplodono nel Sud e nel centro di Israele, secondo la tattica della saturazione che è capace di mandare in palla il sistema Iron Dome – costretto a calcolare la traiettoria di troppi razzi che partono tutti nello stesso momento.
Fuori dalla Striscia è il panico. Corpi di ebrei abbattuti a gruppi di tre o quattro sui marciapiedi. Fucilati dentro le macchine, che con il motore acceso continuano ad andare fino a quando non sbattono contro qualcosa. Un video girato in diretta con il telefono mostra qualcuno seguire Hamas dentro a uno di quei piccoli rifugi armati stipato di gente che aveva cercato riparo dai razzi. Il pavimento è pieno di persone uccise a colpi di kalashnikov, un paio si muovono ancora, si prendono un altro paio di proiettili. «Dio è il più grandeeee», commentano gli spettatori della diretta. Sono immagini troppo crude per i notiziari, per i giornali e per Instagram. Così è possibile che molti non le vedranno mai, pur vivendo nell’illusione di sapere e vedere tutto. Resta la cifra degli israeliani ammazzati: sono più di 250, i feriti almeno 1400. E il bilancio salirà.
Il contingente di Hamas è diviso in due reparti con compiti diversi. Il primo reparto è quello degli istishadeen, coloro che accettano di morire. Non sono shahid, martiri già dichiarati e pronti a farsi esplodere. Escono da Gaza consapevoli che potrebbero non fare ritorno, è lo scenario che si aspettano. Devono sparpagliarsi fra le case, fare il numero più alto di vittime possibile, consumare le forze e l’attenzione delle forze di reazione israeliane che intanto si sono mobilitate. Aggrediranno 22 villaggi, sette sono occupati, si sceglieranno una postazione e resisteranno fino all’ultimo proiettile. A sera ci sono ancora alcune sacche, secondo i soldati israeliani incaricati di snidarli. L’altro reparto di Hamas comincia a catturare israeliani, civili e militari, e a trasferirli dentro alla Striscia di Gaza. Caricano famiglie con bambini sul cassone dei pickup. Tentano di sfondare le porte blindate dei mamad, le stanze di sicurezza che per legge ogni casa israeliana deve avere, e dentro le famiglie contano i colpi e si chiedono: quanto resisterà ancora? Una donna con i capelli ricci, le mani legate e vistose macchie di sangue sui pantaloni all’altezza dell’inguine è scaricata a Gaza – anche questa scena la vedranno in pochi, come i cumuli di morti. Anziane. Soldati spogliati. Creano con una mossa preventiva la difesa che complicherà in modo terribile l’operazione militare “Spada di ferro” che il primo ministro Benjamin Netanyahu annuncia in mattinata, per reagire e per entrare dentro alla Striscia gi Gaza. Con un numero imprecisato di ostaggi, almeno 50 tra civili e militari (ma Hamas sostiene siano 164), sparpagliati secondo un ordine strategico dentro la Striscia, possono rallentare l’esercito israeliano.
Nel 2011 Israele rilasciò mille prigionieri in cambio del soldato Gilad Shalit, catturato vicino a Gaza nel 2006, e in passato ha spesso negoziato anche soltanto per recuperare i corpi dei suoi soldati. Adesso Hamas in poche ore fa il più grande bottino di prigionieri da scambiare degli ultimi cinquant’anni. Il gruppo palestinese raccoglie anche i cadaveri dei soldati, li porta in macchina dentro alla Striscia, ci balla sopra con i piedi. Tutto fa punteggio, anche i morti, prima che le forze israeliane si mettano in moto e riprendano l’iniziativa attorno alla Striscia. Hamas dichiara di puntare alla liberazione di tutti i settemila prigionieri palestinesi. Mette Netanyahu davanti a un dilemma politico enorme: il primo ministro è costretto a fare un’operazione massiccia contro Hamas, ma deve anche tentare di salvare la vita degli ostaggi. È sicura una cosa: comincerà uno stillicidio di video dei sequestrati, per mettere sotto pressione l’opinione pubblica.
L’idea di un trionfo diplomatico quasi raggiunto, l’accordo di normalizzazione con i sauditi, di colpo sembra remotissima.
Dietro al contingente di Hamas dai varchi abbattuti cominciano a sciamare persone qualsiasi, a piedi e in motocicletta, si fanno selfie vicino a un carro armato, vanno e vengono dai kibbutz israeliani con il telefono in mano, portano anziane rapite sul sellino delle moto. Non era previsto che cominciassero a uscire anche loro, ma c’è una sospensione dell’ordine e ne approfittano. Il capo militare di Hamas, Mohamed Deif, dice che tutti i musulmani dovrebbero uscire di casa e fare la stessa cosa, partecipare all’attacco. È un invito alla Cisgiordania, dove da due anni bande di giovani guerriglieri snobbano Hamas perché la considerano troppo politica e poco aggressiva e quindi fanno attacchi di testa loro. Adesso il gruppo di Gaza si prende il ruolo, davanti a tutti i giovani, di unica forza capace di infliggere danni seri contro Israele. Anche nelle città israeliane gli arabi stanno guardando, gli stessi che all’ultimo round di conflitto con Gaza avevano creato per qualche giorno a uno stato di quasi-rivolta.
Benjamin Netanyahu annuncia «siamo in guerra» e tiene a specificare: «Questa non è un’operazione, è proprio una guerra». I primi raid aerei uccidono più di duecento palestinesi, secondo le loro fonti. Il ministro dell’Energia, Yisrael Katz, firma l’ordine di interruzione della fornitura di energia elettrica a Gaza. Non c’è un limite di tempo o di risorse per l’offensiva forse per occupare la Striscia - come non succede dal 2005 - che potrebbe cominciare fra poche ore. Parte l’ordine di chiamata per decine di migliaia di riservisti israeliani - almeno 4 divisioni - ed è il segno che on sarà uno scambio di bombardamenti che dura un paio di settimane.