Israele verso una guerra nuova. Tutte le incognite: geografia, rischio perdite umane e allargamento del conflitto
di
Gianluca Di Feo
La convinzione è che non è mai stata vissuta una crisi così drammatica, di fronte alla quale l’Israeli Defence Force deve inventarsi una guerra nuova
Aggiornato alle 6 minuti di lettura
Prima di sfoderare la “Spada d’Acciaio” Israele deve rimettere insieme lo scudo. Eliminare i terroristi di Hamas infiltrati tra le sue case, ricostruire una barriera efficiente lungo il confine con Gaza, allestire uno schermo protettivo sulla frontiera libanese, blindare la West Bank dal rischio di un’intifada che si faccia guerriglia. La storia del Paese è sempre stata condizionata dalla geografia, l’estensione limitata che impone la priorità di rendere sicure le linee interne prima di muovere l’attacco. Ma oggi c’è una sola convinzione: non è mai stata vissuta una crisi così drammatica e la risposta sarà diversa. Più determinata, più profonda, più devastante e allo stesso tempo più incerta. L’alto comando dell’Idf, la sigla delle Israeli Defence Force, deve inventare una guerra nuova. E trovare la maniera di spiazzare l’avversario.
Prima di sfoderare la “Spada d’Acciaio” Israele deve rimettere insieme lo scudo. Eliminare i terroristi di Hamas infiltrati tra le sue case, ricostruire una barriera efficiente lungo il confine con Gaza, allestire uno schermo protettivo sulla frontiera libanese, blindare la West Bank dal rischio di un’intifada che si faccia guerriglia. La storia del Paese è sempre stata condizionata dalla geografia, l’estensione limitata che impone la priorità di rendere sicure le linee interne prima di muovere l’attacco. Ma oggi c’è una sola convinzione: non è mai stata vissuta una crisi così drammatica e la risposta sarà diversa. Più determinata, più profonda, più devastante e allo stesso tempo più incerta. L’alto comando dell’Idf, la sigla delle Israeli Defence Force, deve inventare una guerra nuova. E trovare la maniera di spiazzare l’avversario.
Una guerra nuova
È inutile guardare ai conflitti del passato per prevedere cosa accadrà nei prossimi giorni. Il manuale di Ehud Eilam sul modo israeliano di combattere, che analizza le campagne dal 1948 in poi, è improvvisamente diventato carta straccia. Ai vecchi problemi se ne sono aggiunti altri e soprattutto c’è la consapevolezza di un colossale buco di conoscenze sulla preparazione del nemico, che è riuscito a infliggere una ferita senza precedenti. Questo smacco adesso è il punto di partenza per ogni pianificazione: c’è una corsa frenetica a recuperare informazioni sulla reale capacità degli avversari. Allo stesso tempo viene ripristinata la rete organizzativa sul Fronte Sud, amputata dal raid palestinese contro il quartiere generale della Divisione Gaza: gran parte degli ufficiali, a partire dal generale Avi Rosenfeld, sono sopravvissuti al massacro e hanno subito ricominciato a lavorare dal ministero della Difesa. Sono loro a dovere concepire la manovra contro la Striscia.
È la grande incognita che incombe sulla pianificazione della guerra. Su quanti fronti dovrà combattere Israele? Il governo ha preparato da anni un’offensiva contro Hezbollah, il movimento sciita che controlla gran parte del Libano meridionale fino alla periferia di Beirut. La sostanziale sconfitta subìta nel 2006, quando neppure le brigate corazzate più potenti del pianeta sono riuscite a battere la ragnatela di cunicoli e squadre d’assalto imbastita a nord del fiume Litani, non è stata dimenticata. Trentadue giorni di bombardamenti aerei e attacchi terrestri non hanno fermato la pioggia di razzi contro il Paese. E almeno dal 2018 i generali hanno messo in guardia il governo: l’intervento nel conflitto civile siriano al fianco di Damasco ha reso Hezbollah ancora più forte.
I miliziani sciiti sono diventati un vero esercito, che ha ricevuto addestramento e armamenti non solo dagli iraniani ma pure dai russi, sperimentando nuove tattiche negli scontri casa per casa contro gli insorti sunniti e contro le falangi dello Stato islamico. Può contare su migliaia di veterani esperti nel combattimento urbano, su un arsenale gonfio di ordigni micidiali in grado di bersagliare ogni città israeliana: razzi, missili, droni killer. Negli scorsi mesi ci sono stati numerosi raid per fermare le consegne da Teheran, colpendo spesso l’aeroporto di Damasco. Ma se l’intelligence ha saputo controllare la situazione in Siria, nel Sud del Libano la raccolta di notizie è molto più carente: è il tema raccontato nell’ultima serie tv di Fauda, che descrive la difficoltà di penetrare le relazioni tra jihadisti palestinesi e sciiti libanesi.
(afp) L’incognita di Hezbollah
Oggi tutti si chiedono cosa farà di Hezbollah. Sayyed Hashem Safieddine, capo del comitato esecutivo del movimento, ha lodato l’aggressione di Hamas e ha avvisato il governo Nethanyahu: «La battaglia non si limita a Gaza e l’intera comunità dei credenti si deve schierare nell’eroica sfida al nemico. Hezbollah non sarà mai neutrale e i combattenti della resistenza sono pronti a entrare in guerra». Se i proclami sono bellicosi, però, i segnali dal terreno paiono cauti. Finora gli sciiti si sono limitati a un’azione simbolica - pochi proiettili di mortaio contro un’antenna radar nella zona delle fattorie di Sheeba, un territorio conteso da tre nazioni – a cui gli israeliani hanno replicato senza causare vittime. La strategia del leader Sayyed Hasan Nasrallah nell’ultima stagione è stata più attenta alle dinamiche libanesi che non agli interessi iraniani: un conflitto darebbe il colpo di grazia al Paese, che vive la più cupa crisi economica, politica e sociale della storia. I vertici di Hezbollah però sanno che la resa dei conti con Israele è inevitabile e potrebbero essere tentati di cogliere il momento di apparente fragilità.
Le stesse valutazioni si fanno nel quartiere generale di Tshal: Israele non sarà mai sicura senza eliminare o comunque ridimensionare la minaccia sciita. Gaza e il Libano sono due incognite della stessa equazione, che deciderà il futuro del Paese. Per questo la guerra potrebbe venire scatenata su entrambi i fronti. E la richiesta a Washington di trasferire i missili per Iron Dome – nello scorso maggio gli Usa avevano due batterie operative e una in formazione – serve proprio a potenziare lo sbarramento anti-razzi nel Nord: Hezbollah ne potrebbe lanciare decine di migliaia, nascosti in postazioni sotterranee collegate via cavo per mantenere segrete le comunicazioni. Nel 2006 l’aviazione non è stata in grado di spazzarle via e l’unica maniera di scoprirle è obbligare a tirarle fuori.
Il fattore umano
Una vera offensiva in Libano però comporta l’impiego di tanti uomini e perdite consistenti. Nel 2006 furono spediti 30 mila militari, con 1465 tra caduti e feriti. La strategia israeliana ha sempre enfatizzato la potenza di fuoco – artiglieria e cacciabombardieri – rispetto alla manovra sul terreno proprio per limitare il tributo di sangue. Una scelta che nel passato nasceva dal calcolo della superiorità demografica araba, ma che dall’inizio del millennio ha dovuto misurarsi con il cambiamento della società: nell’era del benessere le giovani leve hanno perso “il senso della missione”, il richiamo alla lotta per la sopravvivenza che aveva animato i superstiti dell’Olocausto e i loro figli. Lo ha descritto Ron Leshem nel meraviglioso romanzo “Tredici soldati”, ispirato dalla vera storia del plotone di ventenni assediato da Hezbollah nelle rovine del castello crociata di Beaufort (“Benvenuti a Beaufort. Se esiste il paradiso, il panorama è questo, se esiste l’inferno, ci si vive così”): «Da un decennio a questa parte – ha sottolineato Leshem - l’esercito è diventato l’esercito dei poveri e dei più deboli. I soldati vengono dal nord e dal sud. Sono i nuovi immigrati… i giovani religiosi che ritengono valga la pena di combattere per la terra, educati sin da piccoli ad amarla. I figli dell’élite invece fanno il servizio militare a Tel Aviv, in un ufficio. Ciò che conta per loro sono il danaro e il successo».
Nelle operazioni contro Gaza del 2008-9 i palestinesi disponevano di circa 15 mila miliziani, privi di preparazione per gli scontri urbani e con pochi missili anti-tank. Uno scenario che si è sostanzialmente ripetuto nel 2014, nonostante la maggiore presenza di tunnel. Gli israeliani avevano mezzi superiori, progettati per lo scopo, e reparti preparati a muoversi nell’oscurità: hanno sfruttato il tiro coordinato di artiglieria e aerei per coprire l’avanzata delle colonne corazzate, in modo da dividere la Striscia in tante parti e frammentare le difese. Ora le avanguardie schierano di robot da battaglia e sistemi di intelligenza artificiale che individuano i nemici dietro alle finestre. Ma i terroristi hanno dimostrato una capacità di coordinamento superiore a ogni aspettativa: gli iraniani li hanno educati a tattiche efficaci, dotandoli di ordigni che possono neutralizzare anche i potenti tank Merkava. E soprattutto Hamas sta aspettando l’attacco, dietro lo scudo di centinaia di ostaggi inermi: un’altra situazione che complica qualsiasi intervento.
(afp) Per questo la manovra dovrà essere imprevedibile, secondo la massima di Sun Tsu: “Colpisci il nemico dove non è preparato. Vai a fondo dove non se l’aspetta”. Non sarà facile. Un altro dei pilastri della dottrina israeliana è sempre stato la rapidità: il modello della guerra chiusa in sei giorni nel 1967 o dell’avanzata fino a Beirut in una settimana nel 1982. Nel 2006 la riluttanza del governo a mandare in Libano l’esercito prolungò gli scontri per 32 giorni, impedendo di azzerare le forze di Hezbollah. Già, ma quali sono oggi gli obiettivi di Israele?
“Il primo – ha detto ieri Netanyahu - è ripulire il territorio dai nemici che l’hanno infiltrato e riportare la calma negli insediamenti aggrediti. Il secondo è imporre un prezzo pesante, anche nella Striscia. Il terzo è blindare le altre aree in modo che nessuno faccia l’errore di unirsi alla guerra”. Queste però sono le premesse al conflitto, non gli scopi da raggiungere che ovviamente restano segreti. E neppure i bombardamenti in corso su Gaza che, secondo generale Daniel Hagari, il portavoce delle forze armate, “aumenteranno e vogliono eliminare tutte le infrastrutture di Hamas, le case dei suoi comandanti e simboli del suo potere” possono racchiudere la risposta al colpo più feroce mai subìto da Israele. La mobilitazione di 300 mila riservisti indica la magnitudo del terremoto in arrivo. Nelle precedenti campagne a Gaza c’era solo la volontà di contenere Hamas: ferirla senza ammazzarla. Ora l’unico obiettivo che può restituire credibilità a Israele è la distruzione definitiva dell’organizzazione jihadista. Il che significa non solo irrompere nella Striscia, ma occuparla per il tempo necessario ad annientare ogni deposito militare e ogni officina bellica. E non esclude lo scenario della doppia campagna, seppur forse con finalità diverse: azzerare Hamas e depotenziare Hezbollah. Un impegno massiccio e lungo, che costerà un sacrificio di vite enorme, con effetti imprevedibili sugli equilibri dell’intero Medio Oriente.
L’ombra di Teheran
Al momento non ci sono prove di un coinvolgimento diretto dell’Iran nell’assalto e pure le armi utilizzate sembrano tutte occidentali o costruite a Gaza. La matrice dell’aggressione però è chiaramente iraniana. La tattica è quella dello sciame, concepita dai Guardiani della Rivoluzione per battere la superiorità tecnologica dei loro avversari. E pure l’addestramento degli incursori jihadisti pare frutto delle lezioni dei pasdaran, maestri nel convertire reclute inesperte in macchine di morte. Di sicuro, gli ayatollah hanno ottenuto un risultato strategico dall’umiliazione di Israele e dalla crepa nella normalizzazione delle relazioni con il mondo arabo. La rappresaglia si spingerà fino all’Iran? Il regime forse lo spera, perché darebbe l’opportunità per spegnere le proteste interne e spianare il dissenso in nome della lotta contro quello che loro chiamano il “Grande Satana”. Anche su questo fronte, i piani di assalto israeliani sono pronti da anni con una vasta lista di bersagli da colpire con il first strike dei “caccia invisibili” F35 dell’aeronautica. Poi toccherebbe alla barriera dei sistemi contraerei Arrow il compito di intercettare la reazione dei missili balistici iraniani. Un duello ai limiti dell’Apocalisse: Teheran ha un arsenale di ogive chimiche, Israele di testate atomiche. Il peggiore degli scenari, anche perché difficilmente permetterebbe agli Stati Uniti di rimanere neutrali. Oggi c’è una sola certezza: abbiamo davanti settimane terribili.