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E ora Hamas punta all’Anp: “Vogliamo governare anche a Ramallah”

Medici e guardie israeliane uccise a Sderot

 

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Si festeggia per strada nei territori dopo il blitz dei miliziani Barghouti: “Hanno dimostrato che anche Israele è vulnerabile”
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Amman — Arrivano foto di feste per strada persino da Ramallah. Che in genere, guarda il calcio in TV anche quando a Gaza si bombarda, e tutti gli altri guardano al-Jazeera. Mentre gli analisti internazionali prevedono l’annientamento di Hamas, tra i palestinesi tira un’aria molto diversa: è tutto già un successo. Ed è chiaro da subito, nessuno dice più “Hamas”. Ora è già: “la Resistenza”.  In un giorno, l’operazione “Tempesta al-Aqsa” è diventata un’operazione di tutti.

A quanto sembra, Hamas non aveva avvisato nessuno. Di certo, non gli israeliani, con cui, nonostante tutto, ha da tempo dei canali di comunicazione sottobanco, e a cui durante questi mesi di Intifada ha garantito il rispetto di tutta una serie di red lines, sostenendo che il riarmo mirava essenzialmente a questioni interne: a un riequilibrio con Fatah. E niente di più. Cosa che a Tel Aviv, ai falchi del governo è suonata perfetta: con così tanti M16 in giro, le questioni interne sarebbero presto degene…

Amman — Arrivano foto di feste per strada persino da Ramallah. Che in genere, guarda il calcio in TV anche quando a Gaza si bombarda, e tutti gli altri guardano al-Jazeera. Mentre gli analisti internazionali prevedono l’annientamento di Hamas, tra i palestinesi tira un’aria molto diversa: è tutto già un successo. Ed è chiaro da subito, nessuno dice più “Hamas”. Ora è già: “la Resistenza”.  In un giorno, l’operazione “Tempesta al-Aqsa” è diventata un’operazione di tutti.

A quanto sembra, Hamas non aveva avvisato nessuno. Di certo, non gli israeliani, con cui, nonostante tutto, ha da tempo dei canali di comunicazione sottobanco, e a cui durante questi mesi di Intifada ha garantito il rispetto di tutta una serie di red lines, sostenendo che il riarmo mirava essenzialmente a questioni interne: a un riequilibrio con Fatah. E niente di più. Cosa che a Tel Aviv, ai falchi del governo è suonata perfetta: con così tanti M16 in giro, le questioni interne sarebbero presto degenerate in faide. E gli arabi, al solito, si sarebbero scannati tra di loro. Ma Hamas non aveva avvisato nemmeno gli altri palestinesi, dice a Repubblica Mustafa Barghouti, veterano dei mediatori. Eppure, anche per uno così, medico, laico, socialista e icona della non violenza, nominato più volte per il Nobel per la pace, l’attacco del 7 ottobre adesso non è un attacco, ma più esattamente, una reazione. Alla ferocia dei coloni. E a tormenti senza fine. «Pensa alle immagini, dice: se non leggi la didascalia, se non leggi che è un kibbutz, diresti sia Hebron, Nablus. Jenin. E dopo un’iniziativa così, Hamas è inarrestabile, perché ha dimostrato che era giusto pensare l’impensabile, e non avere limiti: ha dimostrato che Israele non è invulnerabile. E se oggi è in difficoltà su questo, dice, domani magari sarà in difficoltà su altro. Di altro tipo».

E infatti Barghouti non sta mediando con gli israeliani: ma per un governo di unità nazionale.  «Vogliamo Ramallah», ripetono tutti quelli di Hamas. Ramallah e basta. E a confermarlo, è l’intervento solo apparente di Hezbollah, che dal Libano ha sparato un paio di missili puntando non su Israele, ma sulle Sheeba Farms, territorio occupato, e quindi, giuridicamente, legittimo obiettivo militare. Non è il momento dell’escalation. Non ancora, se non altro. Per ora, la sfida è per Ramallah: la sfida, per Hamas, è essere al potere, riunire Gaza alla Cisgiordania, con Mahmoud Abbas che ha 88 anni, ormai, e dunque, sta per lasciare l’Autorità Palestinese - se non per sua volontà, dicono, per volontà di Dio. Non si vota dal 2006. E il suo mandato è scaduto nel 2009. Dovessero infine esserci elezioni, Hamas è largamente avanti in tutti i sondaggi, e ha già vinto alle elezioni studentesche di Birzeit e an-Najjah, tradizionale test delle elezioni generali. Ma non dovessero esserci, non importa. Ora, l’Autorità Palestinese, istituita dagli Accordi di Oslo, e accusata di essere funzionale all’Occupazione, non è più un punto fermo. In fondo, dice Hasan Ayoub, il sociologo che più l’ha studiata, «il 10 agosto, per recuperare autorevolezza, Mahmoud Abbas ha rimosso 12 governatori su 15, e da allora tecnicamente, la Cisgiordania è senza governo: ma nessuno ha notato la differenza».

Il modello è la Harb Tammuz, “la guerra di luglio”. La guerra con cui nel 2006 Israele fu costretto a ritirarsi dal Libano. Che si ritrovò in macerie, e non si è più ripreso: ma per gli arabi, è una guerra che è stata una vittoria. E cominciò in modo molto simile a questa. Con delle incursioni di Hezbollah oltre frontiera. E soprattutto, con il sequestro di alcuni soldati dell’Idf. E gli ostaggi sono, appunto, la vera novità di questi giorni. Anche perché ora, sono centinaia. Insieme ai tunnel, sono i nostri scudi, dicono da Hamas: perché la leadership resti viva. Perché poi, l’altro modello, dicono, è Shujaiyya. Che è la zona di Gaza in cui in quella che finora, è stata la più lunga delle guerre, la guerra del 2014, Israele entrò via terra. Era la prima volta che entrava con i carri armati, e sembrò un segno di forza: ma in realtà, perse molti uomini. E si fermò dopo pochi metri. A riprova che se si combatte per strada, fuori dai blindati, lontani dai joystick dei droni, dalla guerra come la Playstation, si è alla pari. Strada per strada, dicono, gli israeliani hanno paura.

Ma i ventenni di Ramallah, abituati alla movida? Non avranno altrettanta paura? Se la guerra gli arriva in casa, oltre che su Instagram? Ehab Ewedat, a lungo manager dell’Area D, il primo ostello della città, ribattezzato così per essere altro rispetto alle tre aree, A,B,C, in cui gli Accordi di Oslo hanno suddiviso, e intrappolato, i palestinesi: e frequentato clandestinamente anche da tanti israeliani. «Ma figurati. I primi giorni sono sempre tutti con Hamas. Ogni guerra», dice. E poi? «E poi finiscono tutti al cimitero».

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