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Netanyahu: “Hamas come l’Isis”. La Striscia assediata. Pronta l’invasione

Richiamati 300mila riservisti per l’attacco, tagliati luce, acqua e gas a Gaza. I miliziani: “Pronti a uccidere gli ostaggi. Negoziati solo se c’è una tregua”
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GERUSALEMME — Israele è pronto alla controffensiva. Sono trecentomila i riservisti richiamati alle armi in poco più di quarantotto ore. Ferito, ancora incredulo dopo quello che il presidente Isaac Herzog ha definito il giorno peggiore dalla fine della Shoah, lo Stato ebraico si prepara a entrare a Gaza con una mobilitazione record.

«So che avete delle esperienze terribili, ma ciò che si troverà ad affrontare Hamas lo sarà ancora di più», ha promesso il primo ministro Benjamin Netanyahu, parlando con alcuni sindaci e rappresentanti degli enti locali del Sud del Paese. «Vi chiedo di rimanere forti, perché cambieremo il Medio Oriente». Il premier nel corso della giornata ha parlato di nuovo anche con il presidente Usa Joe Biden, spiegandogli la necessità dell’invasione e chiedendo munizioni e incursori, e ha incassato il via libera della Casa Bianca.

GERUSALEMME — Israele è pronto alla controffensiva. Sono trecentomila i riservisti richiamati alle armi in poco più di quarantotto ore. Ferito, ancora incredulo dopo quello che il presidente Isaac Herzog ha definito il giorno peggiore dalla fine della Shoah, lo Stato ebraico si prepara a entrare a Gaza con una mobilitazione record.

«So che avete delle esperienze terribili, ma ciò che si troverà ad affrontare Hamas lo sarà ancora di più», ha promesso il primo ministro Benjamin Netanyahu, parlando con alcuni sindaci e rappresentanti degli enti locali del Sud del Paese. «Vi chiedo di rimanere forti, perché cambieremo il Medio Oriente». Il premier nel corso della giornata ha parlato di nuovo anche con il presidente Usa Joe Biden, spiegandogli la necessità dell’invasione e chiedendo munizioni e incursori, e ha incassato il via libera della Casa Bianca.

Le incognite rimangono, a partire dalla preparazione logistica delle truppe, molte delle quali, radunate in fretta, lamentano la mancanza di equipaggiamenti di base, abiti caldi, cibo. Ma soprattutto la necessità di definire quali siano gli obiettivi da raggiungere, in considerazione del fatto che in passato le invasioni di terra (sempre limitate, dopo che Israele si è ritirata nel 2005) non hanno raggiunto gli obiettivi prefissati. Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant ripetono che Hamas pagherà un prezzo senza precedenti, ma non è chiaro in cosa il concetto si traduca in termini strategici e se per esempio Gerusalemme punti a mettere fine al suo regime. Nel frattempo, la morsa intorno al gruppo che controlla la Striscia si stringe. L’aviazione continua i bombardamenti, che secondo quanto riportato dall’esercito a partire da sabato hanno colpito circa 2.500 obiettivi, inclusi depositi e fabbriche di armi, centri di comando e controllo, e lanciarazzi (provocando, secondo il ministero della Sanità della Striscia, oltre 650 morti). Ieri poi Gallant ha annunciato di aver ordinato un assedio totale: «Gaza sarà completamente chiusa. Non saranno consegnati elettricità, cibo o carburante. Stiamo combattendo contro dei barbari e agiremo di conseguenza».

Il punto di domanda più drammatico rimane quello della sorte degli oltre cento ostaggi in mano ad Hamas e alla Jihad Islamica, tra cui anche bambini, donne, anziani, soldati e ufficiali. In serata, le Brigate al-Qassam di Hamas hanno minacciato di giustiziarli se Israele continuerà a bombardare. «A qualsiasi attacco contro civili innocenti senza preavviso verrà risposto con rammarico con l’esecuzione di uno dei prigionieri sotto la nostra custodia, e trasmetteremo in diretta la sua esecuzione», ha detto il portavoce Abu Obeida. Tuttavia, come riportato dalla radio militare citando fonti governative, Israele non ha intenzione di fermarsi, neanche di fronte alla tragedia degli ostaggi e al rischio di colpirli. In serata un alto funzionario di Hamas, Moussa Abu Marzouk, ha detto che il gruppo sarebbe aperto a discussioni per una tregua, avendo «raggiunto gli obiettivi», una dichiarazione che fa a pugni con la realtà.

La giornata di ieri ha visto ancora i soldati combattere al Sud, con il portavoce dell’esercito Daniel Hagari che solo nel tardo pomeriggio ha annunciato il pieno controllo di tutti i kibbutz e i villaggi, pur avvertendo che dei terroristi potrebbero ancora trovarsi in territorio israeliano. Nel frattempo ancora decine di razzi sono stati lanciati contro Israele, che hanno provocato diversi feriti, anche gravi, e colpito persino la zona di Gerusalemme, incluso il villaggio arabo di Abu Gosh e la città palestinese di Betlemme. E si sono verificati anche scontri al Nord, con colpi di mortaio e uomini armati che hanno tentato di infiltrarsi in Israele dal Libano: almeno cinque miliziani sono rimasti uccisi nell’attacco dell’artiglieria israeliana, con il rischio di aprire un ulteriore fronte di guerra sempre più concreto.

Per le strade di Israele intanto si respirava un’atmosfera di quiete piena di tensione. Chiuse le scuole, ridotto il trasporto pubblico, 300mila uomini richiamati alle armi, nelle città scompare il proverbiale traffico e si rimane in attesa. L’intera popolazione si mobilita per soldati e rifugiati dal Sud. L’organizzatissima rete che fino alla scorsa settimana si occupava di mettere su le proteste contro il governo si trasforma in network di solidarietà. Sul web e su WhatsApp partono le raccolte fondi per le unità di riservisti che, richiamati all’improvviso, non hanno portato da casa né ricevuto l’equipaggiamento adeguato, dalla biancheria alle giacche pesanti, mentre tante famiglie usano le proprie cucine per preparare pasti caldi o aprono le proprie case per ospitare gli sfollati del Sud.

In serata, Netanyahu ha parlato di nuovo alla nazione, cercando di uscire dall’angolo in cui lo ha costretto l’enormità dell’accaduto (900 vittime confermate): paragona Hamas all’Isis, promette una risposta militare senza precedenti e invita le opposizioni a unirsi a lui in un esecutivo di unità nazionale, con le trattative per un esecutivo temporaneo ormai in stato avanzato. Il primo ministro poi smentisce con forza anche la notizia che l’Egitto lo avesse avvertito di qualcosa di grosso in arrivo da Gaza. «È una menzogna».

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