Israele, la testimonianza dal kibbutz di Be’eri: “Al confine con Gaza ci siamo sempre sentiti al sicuro. Stavolta nessuno ci ha protetti”
di Michela Bompani“Se ci fossero state le serrature nelle porte”. Parla con la voce rotta, un giovane studente di Be’eri, uno dei kibbutz più colpiti dalla furia del pogrom perpetrato dai terroristi di Hamas in Israele, sabato scorso. Studia Medicina all’università in Italia, “in una città del Nord”, ma non vuole che si scriva il suo nome, e neppure l’ateneo in cui è iscritto, perché ha paura. La stessa che ha spinto il Ministero dell’Interno ad alzare il livello di protezione di tutte le istituzioni e i siti ebraici sul territorio nazionale. La sua famiglia è stata colpita, conta un morto e due persone irrintracciabili, “ma non voglio personalizzare perché tutte le famiglie, a Be’eri, sono state colpite”, dice.
“Se ci fossero state le serrature nelle porte”. Parla con la voce rotta, un giovane studente di Be’eri, uno dei kibbutz più colpiti dalla furia del pogrom perpetrato dai terroristi di Hamas in Israele, sabato scorso. Studia Medicina all’università in Italia, “in una città del Nord”, ma non vuole che si scriva il suo nome, e neppure l’ateneo in cui è iscritto, perché ha paura. La stessa che ha spinto il Ministero dell’Interno ad alzare il livello di protezione di tutte le istituzioni e i siti ebraici sul territorio nazionale. La sua famiglia è stata colpita, conta un morto e due persone irrintracciabili, “ma non voglio personalizzare perché tutte le famiglie, a Be’eri, sono state colpite”, dice.
“Be'eri è un piccolo kibbutz al Sud di Israele, un villaggio di provincia, dove ci si sposta in bicicletta e i bambini giocano sui marciapiedi”, comincia a raccontare, al telefono, da una località di sicurezza, e lontano dal confine con Gaza, dove la sua famiglia è stata portata in fretta e furia dall’esercito israeliano, “non hanno avuto il tempo di prendere gli occhiali, le medicine”. Lo studente universitario è arrivato lunedì mattina in Israele, accorso dall’Italia dai genitori e fratelli e riferisce ciò che gli hanno raccontato i suoi familiari, gli hanno confermato i parenti, gli amici, prima al telefono, e poi direttamente.
L’irruzione dei terroristi
“Sembrava una normale giornata tranquilla nel kibbutz – dice, e descrive i vialetti ordinati, i giardini, le strade luminose – invece, sabato, alle 6 e mezza del mattino, dopo l’allarme suonato per i missili, le persone si erano messe al riparo nelle case, ma dopo poco sono arrivati a Be’eri molti terroristi palestinesi del gruppo Hamas, più di 100, con macchine e moto: hanno fatto irruzione nelle case, sono entrati e hanno cominciato a sparare, senza distinguere tra bambini, donne, anziani. Hanno sparato a tutti. Hanno ucciso famiglie intere che si tenevano abbracciate, tremando di paura”. E non sono stati uccisi solo con armi da fuoco, gli abitanti di Be’eri. Alla domanda se sappia che si siano verificati stupri, il giovane risponde: “Per rispetto delle vittime, risparmio le descrizioni degli atti terrificanti che i miliziani palestinesi hanno compiuto. Ho il cuore spezzato”.
“Morti per asfissia”
Eppure, gli abitanti avevano seguito tutte le procedure: “In ogni casa, nel kibbutz, c’è una stanza protetta, rafforzata per resistere ai missili, e tutte le famiglie, dopo l’allarme, si sono riparate nelle proprie stanze di sicurezza. Molte però non avevano la serratura, perché a Be’eri non si usano, spesso le porte di casa vengono tenute aperte, non c’è motivo per chiuderle. È un posto tranquillo, dove si era preparati a eventuali attacchi con missili dalla Striscia”. Il giovane studente prende fiato. “I terroristi hanno fatto irruzione casa per casa, hanno sparato e ucciso, entrando anche nelle stanze di sicurezza rimaste aperte, oppure, nei casi in cui le famiglie fossero riuscite a barricarsi all’interno, hanno dato fuoco alle stanze e le persone sono morte per asfissia da fumo”.
Nel kibbutz tutte le mamme sono iscritte a una chat: “Su quella chat sono cominciati, sabato mattina, ad arrivare messaggi raccapriccianti, di donne che chiedevano aiuto, imploravano soccorsi per salvare le proprie famiglie, i bambini, perché c’erano i terroristi in casa. Quella chat racconta la cronaca di un massacro, minuto dopo minuto”. Sul suo telefono mostra un video, realizzato dall’organizzazione Zaka, con una sfilata di portantini che conducono via decine di corpi dal kibbutz: “La conta dei morti ufficiale è lenta: siamo arrivati a 108, in un villaggio di poco più di mille abitanti, ma ancora molti devono essere riconosciuti e tanti mancano all’appello”.
La prima difesa
Sabato, la prima difesa, a Be’eri, hanno cercato di organizzarla gli uomini del kibbutz: “A Be’eri, proprio per la vicinanza con Gaza, c’era un piccolo gruppo di cittadini, armato, cui era affidato il compito di sicurezza del kibbutz e inizialmente hanno cercato di difendere le famiglie. Solo dopo diverse ore sono arrivate le forze dell’esercito israeliano”. Da ieri sera il kibbutz è vuoto, l’esercito ha portato gli abitanti lontano, e al sicuro, sia perché le operazioni di “bonifica” non sono del tutto completate, sia perché gli abitanti di Be’eri e di un’altra ventina di kibbutzim vicini al confine non siano coinvolti nelle operazioni militari in corso.
Quello che tutti confermano, dice il giovane studente, è la tragicità di un evento “impensabile”: “I cittadini di Be’eri erano abituati a piccole escalation, al lancio di razzi, sapevano di doversi riparare nelle stanze protette. Tutte le persone che hanno deciso di vivere nei dintorni della Striscia di Gaza sapevano, però, che la vita è sicura, c’è l’esercito al confine, i sistemi di allarme, ma questa volta le persone hanno sentito che non c’era chi li proteggesse. E anche l’esercito ci ha messo tempo prima di intervenire”. La voce è rotta dall’emozione: “Il dolore è infinito e non ha un rimedio. La guerra contro Hamas è in corso. Ma domani tutti i cittadini di Be’eri dovranno tornare alla propria vita, alla propria casa. Soltanto, non sarà mai più come prima”.