Hezbollah è alle porte, la paura di una scintilla che incendi la Linea Blu
dal nostro inviato Daniele RaineriTEL AVIV – «La domanda che si stanno facendo tutti gli israeliani è: perché Hezbollah non è ancora entrata in guerra? Perché non approfitta della certezza che ci sarà un’operazione militare di Israele contro Hamas nella Striscia di Gaza per attaccare da Nord, sapendo che le forze israeliane saranno per forza di cose occupate su due fronti e quindi più deboli?». Sarit Zehavi è la fondatrice dell’Alma Research Center, un think tank che si occupa in modo specifico di sicurezza sul fronte nord, quello che contrappone Israele al gruppo libanese Hezbollah. Zehavi vive a soli 12 chilometri dal confine con il Libano. «Non ho mai visto un movimento dell’esercito israeliano così grande in questa zona da quando ci vivo. Stanno posizionando carri armati. Ho mandato via i miei figli e lo stesso hanno fatto le altre famiglie che vivono in questa zona, almeno quelle che possono permetterselo. Poi ci sono le famiglie che vivono ancora più su, a venti metri dal confine: quelle ieri sono sta…
TEL AVIV – «La domanda che si stanno facendo tutti gli israeliani è: perché Hezbollah non è ancora entrata in guerra? Perché non approfitta della certezza che ci sarà un’operazione militare di Israele contro Hamas nella Striscia di Gaza per attaccare da Nord, sapendo che le forze israeliane saranno per forza di cose occupate su due fronti e quindi più deboli?». Sarit Zehavi è la fondatrice dell’Alma Research Center, un think tank che si occupa in modo specifico di sicurezza sul fronte nord, quello che contrappone Israele al gruppo libanese Hezbollah. Zehavi vive a soli 12 chilometri dal confine con il Libano. «Non ho mai visto un movimento dell’esercito israeliano così grande in questa zona da quando ci vivo. Stanno posizionando carri armati. Ho mandato via i miei figli e lo stesso hanno fatto le altre famiglie che vivono in questa zona, almeno quelle che possono permetterselo. Poi ci sono le famiglie che vivono ancora più su, a venti metri dal confine: quelle ieri sono state evacuate d’urgenza».
Se cominciasse la guerra a Nord, lungo la cosiddetta Linea Blu, sarebbe un evento cataclismatico, da far sembrare quello che è accaduto finora un preludio minore. Hezbollah, il Partito di Dio, ha a disposizione dieci volte il numero di razzi e missili del gruppo Hamas a Gaza, anche perché gode di uno stato di relativa libertà rispetto alla Striscia — dove procurarsi le armi è più complicato. Ed è anche molto più organizzato. L’esercito israeliano calcola che potrebbe lanciare quattromila razzi al giorno e quindi sovraccaricare i sistemi di difesa Iron Dome, al punto da bucarli. E se lo facesse di concerto con Hamas sarebbe molto peggio. Inoltre a Est del confine libanese c’è il confine tra Israele e Siria, dove l’Iran in caso di allargamento del conflitto potrebbe trasportare migliaia di volontari, milizie arruolate un po’ dappertutto, dall’Iraq allo Yemen al Pakistan, che potrebbero aggiungersi al quadro. Non c’è più nulla da escludere e per questo Israele richiama trecentomila riservisti — incluse le donne. La minaccia di una guerra a tenaglia, Gaza a Sud e confine libanese e siriano, sospende questi giorni all’attesa di notizie da Nord. Secondo lo Yedioth Ahronoth, Israele avrebbe mandato tramite la Francia una minaccia a Hezbollah: se attaccate noi uccidiamo il presidente siriano Bashar al Assad e distruggeremo Damasco, le portaerei americane vi colpiranno. Assad in questo caso è un alleato che è anche un bersaglio facile.
Questa volta, tra le colline di pietra dura che costringono la barriera di cemento e le fortificazioni a fare curve strane e la vegetazione folta, le milizie del Partito di Dio proverebbero ad avanzare, perché la loro dottrina militare non è più, come nell’ultima guerra che risale al 2006, “la non sconfitta è una vittoria”. Sono più ambiziosi, vogliono anche loro occupare un pezzo di territorio nemico. Per ora Hezbollah si comporta in modo aggressivo ma trattenuto, rispetto al suo potenziale. Ha lanciato quattro piccole operazioni in due giorni, che però non ha rivendicato (anzi ha negato la sua responsabilità), ha sparato sporadici colpi di mortaio, ha mandato una squadra di quattro infiltrati con armi — che hanno ucciso due soldati prima di essere uccisi a loro volta. L’intento è costringere le forze israeliane a essere vigili e a non spostare forze a Sud. Poco dopo i raid degli aerei israeliani nel Sud del Libano hanno bombardato e ucciso quattro uomini di Hezbollah. Ieri sulla televisione israeliana si dava conto dell’ammassarsi di migliaia di combattenti libanesi sul confine e lo Stato maggiore avvertiva i cittadini israeliani di procurarsi scorte di cibo e acqua per tre giorni. Il presentimento è che la guerra stia per cominciare su una scala mai sperimentata negli ultimi cinquant’anni.
Zehavi è convinta che l’escalation anche in Libano sia «inevitabile, perché Israele non può più permettersi di avere queste presenze ostili ai confini, altrimenti quello che è successo sabato si ripeterà. Quel giorno ci costringe a ripensare tutto, c’è un prima e c’è un dopo».
E come spiega quella domanda insoluta, perché il Partito di Dio non attacca ancora? «Perché l’Iran vorrebbe e di sicuro ha molta trazione sul gruppo, ma gli altri libanesi sono stanchi di conflitti, la loro economia è un disastro, se Hezbollah attaccasse — con tutto quello che ne consegue: massicci raid aerei di Israele sul Libano — il prezzo politico da pagare sarebbe molto alto».