Voci dall’inferno delle bande di Haiti: “Ecco come viviamo con la morte addosso. Dio ci ha abbandonati?”
di Daniele MastrogiacomoUn uomo ferito durante uno scontro tra bande a Port-au-Prince portato in moto in ospedale
(afp)Le voci arrivano da lontano. Sembrano tutte uguali. Esprimono dolore, angoscia, paura, ansia. E morte. Quando esci di casa, quando ti fai coraggio e ti butti per strada. Con le gang che ti aspettano lungo il percorso, per aggredire, derubare, violentare, sequestrare, ammazzare. Dal 7 luglio 2021 Haiti vive nel caos. Quel giorno un commando di mercenari stranieri ha ucciso il presidente Jovenel Moïse. I mandanti sono locali: sfruttano la rabbia della gente e si liberano dell’uomo che aveva deciso di interrompere il flusso di armi, droga, preziosi, petrolio del mercato clandestino. Viene sostituito dal premier Ariel Henry. Ma il suo incarico è temporaneo.
Dovrebbe indire elezioni che non verranno mai fatte. Così crollano tutte le istituzioni: senza deputati non c’è Congresso, senza Congresso non si elegge un nuovo presidente, senza presidente non c’è l’incarico a un premier che non forma un governo. La criminalità approfitta del vuoto, prende sempre più potere con la forza, arruola ex p…
Le voci arrivano da lontano. Sembrano tutte uguali. Esprimono dolore, angoscia, paura, ansia. E morte. Quando esci di casa, quando ti fai coraggio e ti butti per strada. Con le gang che ti aspettano lungo il percorso, per aggredire, derubare, violentare, sequestrare, ammazzare. Dal 7 luglio 2021 Haiti vive nel caos. Quel giorno un commando di mercenari stranieri ha ucciso il presidente Jovenel Moïse. I mandanti sono locali: sfruttano la rabbia della gente e si liberano dell’uomo che aveva deciso di interrompere il flusso di armi, droga, preziosi, petrolio del mercato clandestino. Viene sostituito dal premier Ariel Henry. Ma il suo incarico è temporaneo.
Dovrebbe indire elezioni che non verranno mai fatte. Così crollano tutte le istituzioni: senza deputati non c’è Congresso, senza Congresso non si elegge un nuovo presidente, senza presidente non c’è l’incarico a un premier che non forma un governo. La criminalità approfitta del vuoto, prende sempre più potere con la forza, arruola ex poliziotti, si divide in gang con almeno 2 mila miliziani. Si impone con la violenza, scatena il panico, lucra sulla povertà e la paura. In due anni si contano 3 mila morti, cinquemila rapiti, decine di migliaia di feriti.
Ad agosto scorso la popolazione reagisce. Si fa giustizia da sola. Forma pattuglie di difesa, lancia la sua “bwa kale”, una ritorsione selvaggia. Lincia i banditi arrestati, li brucia in una sorta di rito purificatorio. Muoiono tra le fiamme 460 membri delle gang. La patria del voodo sprofonda nell’inferno: ci sono 200 mila sfollati, 30 mila si rifugiano nello stadio nazionale, 5,2 milioni soffrono la fame, 3 sono bambini. Una Apocalisse.
Ce la raccontano vittime e protagonisti. Siamo riusciti a raccogliere le loro testimonianze. Agghiaccianti. Lo facciamo grazie all’aiuto di Medici senza frontiere, una delle pochissime ong ancora rimasta nell’ex isola degli schiavi. Voci senza volto che arrivano dall’Inferno.
Joseph: “Voglio vivere”
“Mia sorella è stata derubata due volte. Mio cugino una. In famiglia non si è salvato nessuno. A me è andata meglio. Sono rimasto coinvolto in un fuoco incrociato tra le gang. I proiettili fischiavano da tutte le parti. Mi sono buttato a terra, ho finto di essere morto. La gente mi chiede sempre: ma perché vivi ancora ad Haiti? Cosa ci fai in quel casino. Ho riposto: sì, lo so. Ma non ho soldi, dove vado. E poi, in fondo, non voglio partire. Resisto. Ma a un certo punto la resistenza si esaurisce, mi rendo conto che non ha molto senso. La maggioranza degli haitiani non ha bisogno di essere ricca. Chiede solo vivere bene, di avere un po’ di pace. I morti? Ci sono abituato. Sono abituato a vedere corpi a terra, in mezzo al sangue, persone che agonizzano senza la forza di gridare. Sono abituato a vedere cadaveri bruciati. In realtà, sono abituato a vedere tutto. A volte la vittima è qualcuno che conosci. Altre sono degli sconosciuti. Gente che è crepata senza un perché. Le chiamano vittime collaterali. Ma qui siamo tutti delle vittime collaterali”.
Christine, assediata dalle gang
“Quando parlo di terrore, parlo di violenza armata. Sto parlando di violenza fisica e psicologica. Sto parlando della povertà, di omicidi. È davvero il terrore. Ci sono tante zone in cui non puoi andare. Se metti piede lì, sei morto. Esistono diversi gruppi armati che occupano quasi tutti i quartieri della capitale. Ad Haiti ce ne sono oltre 90; l'80 per cento a Port-au-Prince. Dominano tutte le periferie. Hanno costretto la gente a sfollare, a lasciare le proprie case, a trovarne altre, lontane. Ma sai che anche lì non sarai al sicuro. E’ un esodo continuo. Molti vanno nel centro della Capitale. Ma anche qui le gang hanno cominciato a installarsi. La popolazione è vittima due volte. Sfollata, vaga senza una meta. Sempre nel mirino delle gang”.
Baptiste, prigionieri del pizzo
“Queste gang combattono tra loro e contro la polizia perché vogliono conquistare territorio. Lo fanno perché possono incassare il pizzo. Tutti coloro che fanno commercio, le industrie, le fabbriche, le scuole, gli ospedali, per funzionare devono pagare le ‘tasse’. Essere padroni del campo significa anche poter rapire, chiedere riscatti, incassare molti più soldi. La gente è terrorizzata perché tutti rischiano di essere sequestrati, stuprati, uccisi. La violenza fa parte del nostro quotidiano. C’è sempre stata. Ma un tempo divampava in periodi particolari, prima e durante le elezioni. Era occasionale, non una costante come ora. Abbiamo assistito progressivamente a questa trasformazione. Ci sono aree senza legge, vere giungle selvagge. Un tempo erano considerate ‘vivibili’ oggi sono diventate terreno di battaglia. Se vuoi uscire di casa devi chiedere il permesso al capo banda. Lo puoi fare con la luce, quando sorge il sole. Al tramonto si torna di corsa a casa. Quando sei per strada non ti senti mai sicuro. Ti possono rapire, ovunque”.
Jovenel, scomparsa la vita sociale
“Non possiamo dire che oggi la vita sociale sia soltanto ridotta. In realtà, non esiste. I nostri artisti, ad esempio, non si esibiscono più ad Haiti, né negli Stati Uniti né nella Repubblica Dominicana. Prima c'erano attività, feste, incontri, riunioni, concerti, teatri. Oggi tutto questo è sparito. Volevo comprare un’auto. Poi ho pensato che la maggior parte delle persone rapite guidava una macchina. Ho avuto paura. Ci ho rinunciato. Come ho rinunciato a ballare. A me piace molto. Piaceva anche a mia moglie, spesso andavano da qualche parte dove c’era musica. Adesso è impossibile. Non c’è più musica, non si balla in nessun posto. Perfino andare in chiesa è diventato pericoloso. La vita sociale praticamente è sparita. Viviamo di ricordi. A volte vorremmo uscire con il nostro bambino, vedere qualche posto, andare a comprare un gelato, lasciare questa gabbia che chiamiamo casa. Tutto quello che fai è andare al lavoro, tornare a casa, andare al lavoro, tornare a casa. Questo non è vivere, è sopravvivere. Prima potevamo andare ovunque. Al mare, in campagna. Ora siamo dei prigionieri. Con la morte addosso.
Rose: “Che cosa racconto a mia figlia?”
“Ho una figlia di 4 anni. Non la porto con me. La lascio a casa. A volte rimane traumatizzata da quello che sente in giro. Mi chiede quando torno, cosa le porto. Cerco di calmarla, le racconto una favola. Ma sono schiacciata dalla frustrazione perché sono costretta a restare fuori. Rientrare dopo il lavoro è troppo pericoloso. Quando riesco a tornare vuole dormire nel mio letto. Non vuole separarsi. Io non chiudo occhio finché non si addormenta. Lei capisce cosa sta accadendo. Si sveglia di colpo e grida. Mi afferra la mano, me la stringe, poi chiude gli occhi ed esclama: ‘Sono morta, sono stata uccisa’. Capisce che sono le armi, quei colpi che sente, ad uccidere le persone anche se non è consapevole della violenza. Ma guarda i video, sente gli spari. Li sente e va a nascondersi dentro l’armadio. Io non so cosa dirle”.
Samuel: “Il mio sogno è emigrare”
“Sono depresso, arrabbiato, stanco. Lontano da mia moglie e dai miei figli. Li ho mandati in un posto sicuro mentre io sono rimasto a Jacmel. Ma qui non c’è lavoro. La gente coltiva la terra e io non so coltivarla. Devo cercare di organizzarmi, trovare una casa protetta, tirare fuori altri soldi. Ma dove li trovo? Noi siamo per la famiglia, una famiglia unita, e l’idea è restare a Port-au-Prince. Oggi è diventato impossibile, dobbiamo emigrare. La maggior parte delle persone ad Haiti lo vuole. Emigrare, ovunque, in qualsiasi paese. Abbiamo bisogno di ritrovare pace e serenità. Lavorare, mangiare, vivere. Con poco, ma vivere al sicuro. Sto pensando di portare fuori la mia famiglia perché è l'unico modo per metterli in salvo, perché le persone vengono rapite o uccise anche all'interno delle loro case. Quando sei un padre e ti trovi con una bambina di due anni colpita da un proiettile che fai? Perdi la testa... Ecco perché penso solo a come fuggire, a lasciare questa isola che amo ma che è stata trasformata in un inferno. Ma è triste. Spesso mi ritrovo a piangere in silenzio. Penso che Dio ci abbia abbandonato, che ci metta alla prova. Eravamo schiavi, ci siamo ribellati, siamo tornati schiavi della violenza”.
L’Onu ha votato per una nuova missione internazionale sull’isola. Il Kenya è stato l’unico paese a raccogliere l’appello del segretario generale António Guterres. Spedirà 1.100 soldati e poliziotti con il compito di riportare un minimo di ordine ad Haiti. La missione durerà 12 mesi. Funzionerà? Jean Baptiste Marion, capo missione MSF ad Haiti, lo spera. Ma è scettico. Coordina 8 centri di assistenza e cura dei malati. Farà come sempre la sua parte. “Non basta un intervento militare”, dice. “E’ una soluzione temporanea. Ci vuole una soluzione politica, sociale, istituzionale. Ci vuole tempo. La gente deve tornare a vivere. Deve ritrovare la speranza perduta”.