L’affondo di Biden: “Hamas è come l’Isis”. E manda in Israele portaerei e Marines
dalla nostra inviata Francesca Caferri (Tel Aviv) e dal nostro corrispondente Paolo Mastrolilli (New York)L’America non farà mancare il proprio sostegno. «Siamo con Israele, senza tentennamenti». È la promessa fatta ieri dal presidente Biden, che col suo discorso dalla Casa Bianca ha anche avvertito chiunque avesse in mente di approfittare della crisi, Iran o Hezbollah, per colpire lo Stato Ebraico o gli Usa: «Non ci provate». A questo scopo di deterrenza, dopo la portaerei Ford, il Pentagono si appresta ad inviare nella regione anche un gruppo anfibio di Marines. Paragonando Hamas all’Isis, Biden ha di fatto sollecitato la creazione di una coalizione per combatterla che comprenda tutti gli avversari di Teheran, Arabia Saudita inclusa.
Biden ha confermato che ci sono ostaggi americani (in tutto sarebbero 20), e quindi si è rivolto ai repubblicani che frenano lo stanziamento dei finanziamenti all’Ucraina, e forse ora a Israele: «Stiamo parlando della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, non di giochetti politici». Quindi ha ricordato la frase che gli aveva detto Golda Meir nel 1973:…
L’America non farà mancare il proprio sostegno. «Siamo con Israele, senza tentennamenti». È la promessa fatta ieri dal presidente Biden, che col suo discorso dalla Casa Bianca ha anche avvertito chiunque avesse in mente di approfittare della crisi, Iran o Hezbollah, per colpire lo Stato Ebraico o gli Usa: «Non ci provate». A questo scopo di deterrenza, dopo la portaerei Ford, il Pentagono si appresta ad inviare nella regione anche un gruppo anfibio di Marines. Paragonando Hamas all’Isis, Biden ha di fatto sollecitato la creazione di una coalizione per combatterla che comprenda tutti gli avversari di Teheran, Arabia Saudita inclusa.
Biden ha confermato che ci sono ostaggi americani (in tutto sarebbero 20), e quindi si è rivolto ai repubblicani che frenano lo stanziamento dei finanziamenti all’Ucraina, e forse ora a Israele: «Stiamo parlando della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, non di giochetti politici». Quindi ha ricordato la frase che gli aveva detto Golda Meir nel 1973: «Israele ha un’arma segreta nel conflitto con gli arabi: noi non abbiamo alcun altro posto dove andare». Nessuna richiesta invece affinché lo Stato ebraico contenga la sua risposta, che sarà «rapida e travolgente».
«Ci stiamo muovendo verso un’offensiva totale. Gaza non sarà mai più quella che era prima. È ora di mettere da parte ogni moderazione». Le parole che il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant affida alla stampa danno il senso di quello che si sta muovendo sul terreno. Lungo la linea del fronte sono schierati i carri armati israeliani e ci sono già migliaia di uomini pronti a entrare in azione. L’offensiva di terra non è stata annunciata e resta da vedere quando Netanyahu darà l’ordine di entrare nella Striscia per la prima volta dal 2014. Ma quel che è certo è che i preparativi sono massicci: 360 mila riservisti sono stati richiamati, il numero più alto nella storia dello Stato, molti arrivati dall’estero.
Le forze armate hanno diffuso ieri una nota per dire che saranno dislocati in tutti i settori strategici – e quindi anche lungo il fronte Nord – e che è in corso la distribuzione del materiale e dell’equipaggiamento necessario per ogni singolo soldato. Dettagli che possono apparire insignificanti ma che vanno in un’unica direzione: dire al mondo e a Hamas che i preparativi sono in corso, che se un’offensiva ancora più massiccia non è stata ancora lanciata non significa che non sia in preparazione. Gallant riferirà sui dettagli alla riunione dei ministri della Difesa della Nato a si collegherà giovedì, ma il senso dell’intervento è già chiaro dalle dichiarazioni di ieri sera. «Hamas voleva un cambiamento a Gaza, cambierà di 180 gradi rispetto a quello che pensava». Frasi che suggeriscono anche la convinzione che l’azione debba procedere pure se rischia di mettere ulteriormente a rischio la vita degli ostaggi.
«Siamo pronti per ogni tipo di missione. Faremo giustizia di chi ha ucciso centinaia di israeliani in maniera così efferata. E ci riprenderemo il nostro orgoglio», ha detto ieri alla stampa il generale Dan Goldfus, comandante della 98ma divisione dell’esercito, già schierata al Sud. Goldfus non ha voluto rispondere sui tempi dell’azione né sugli obiettivi, ma è chiaro che tutto questo è allo studio. Centrale potrebbe essere il ruolo di uno dei capi operativi di Hamas a Gaza, ferito sabato e catturato. «Ci metteremo tutto il tempo che servirà ma daremo ai nostri una lezione che non dimenticheranno mai», ha concluso il generale.
Parole che non lasciano spazio a dubbi su quello che accadrà nei prossimi giorni.