Cisgiordania, nella terra blindata dove i gruppi armati mirano agli insediamenti
dalla nostra inviata Francesca BorriRAMALLAH — Lungo la Strada 60, che taglia il Paese da Nord a Sud, da Nazareth a Beer Sheva attraverso la Cisgiordania, ed è l’unica accessibile sia agli israeliani con targa gialla che ai palestinesi con targa verde, non c’è nessuno. Solo un camion. Che va piano piano. E subito dietro, un’auto che non accenna a superare. Ha la targa gialla. Il nostro autista tira fuori una Beretta. «Magari l’auto è rubata — dice — ed è un’imboscata». In queste ore, gli israeliani hanno paura di tutto e tutti. Sono così nel panico che la chiamano «la situazione». Hanno difficoltà a dire: guerra.
La Cisgiordania è il secondo fronte. Per isolarla, Israele ha sigillato ogni checkpoint di ingresso, ma è inutile: ha 144 insediamenti, ormai, e più di cento avamposti, per un totale di quasi 700mila coloni, oltre ai 3 milioni di palestinesi: si vive spalla a spalla, qui. Comunque. Nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia. «Volessi sparare a un israeliano, mi basterebbe sparare dalla fin…
RAMALLAH — Lungo la Strada 60, che taglia il Paese da Nord a Sud, da Nazareth a Beer Sheva attraverso la Cisgiordania, ed è l’unica accessibile sia agli israeliani con targa gialla che ai palestinesi con targa verde, non c’è nessuno. Solo un camion. Che va piano piano. E subito dietro, un’auto che non accenna a superare. Ha la targa gialla. Il nostro autista tira fuori una Beretta. «Magari l’auto è rubata — dice — ed è un’imboscata». In queste ore, gli israeliani hanno paura di tutto e tutti. Sono così nel panico che la chiamano «la situazione». Hanno difficoltà a dire: guerra.
La Cisgiordania è il secondo fronte. Per isolarla, Israele ha sigillato ogni checkpoint di ingresso, ma è inutile: ha 144 insediamenti, ormai, e più di cento avamposti, per un totale di quasi 700mila coloni, oltre ai 3 milioni di palestinesi: si vive spalla a spalla, qui. Comunque. Nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia. «Volessi sparare a un israeliano, mi basterebbe sparare dalla finestra», dice Fateen Obaid, il funzionario dell’Anp a Ramallah a cui chiediamo come arrivare. «Sali su un bus dei coloni, e scendi all’insediamento più vicino. Poi vieni a piedi».
Nablus ha chiamato alla rivolta generale e ieri notte è stata battaglia. Un focolaio, uno tra le decine che si stanno accendendo. Ma questo secondo fronte di cui tanto si parla, si aprirà davvero? E sarà davvero capace di sottrarre energie a Israele, che ha mobilitato 360mila riservisti per Gaza, e sta inviando rinforzi sul potenziale terzo fronte, quello al confine col Libano di Hezbollah? In teoria, a settembre i Lions’Den, i ventenni armati, si sono consegnati all’Autorità Palestinese. Più che di Israele, la pressione era stata delle famiglie: che dopo l’invasione di Jenin del 3 luglio avevano detto ai figli che era tempo di finirla. Che con le armi, si ottengono solo macerie. I Lions’Den stanno nelle carceri palestinesi, non in quelle israeliane. Molti, a casa, hanno ancora il loro M16. E soprattutto, ora la Cisgiordania sta tutta con Hamas.
Molti membri delle formazioni combattenti, come il leader delle Brigate Jenin, spiegavano — un anno fa — che se Israele avesse insistito con i suoi raid, avrebbero mirato non più solo ai soldati, ma anche ai coloni. E poi, se ancora avesse insistito, non più solo ai soldati e ai coloni, ma a tutti: con gli attentati suicidi. È il motivo per cui adesso, intorno a Jenin è tutto un checkpoint. Tutta una barriera.
Ovunque in Cisgiordania, tutti gli attivisti e i militanti con cui parliamo, di persona o al telefono, ora dicono la stessa cosa: è il momento di Hebron e Jenin, vertici a Nord e a Sud del territorio palestinese. Più Gerusalemme, naturalmente. Che è centrale non solo sulle mappe. Ed è completamente blindata. Molte porte e vetrine non sono semplicemente chiuse, ma protette da lastre di ferro, assi di legno. Tutti aspettano nervosi venerdì, giorno di preghiera: e, con tutta probabilità, di scontri alla moschea al-Aqsa. Il bastione di Hamas è proprio a ridosso delle Mura. Nalla zona del Monte degli Ulivi, dove abita Khadija Kwheis, star dei social media, che da anni predica l’aggressione strada per strada. Sono tutti shabab, qui, tutti combattenti.
Come Hebron, appunto. Che è l’altro bastione di Hamas. E in cui 600 coloni vivono incuneati, letteralmente, tra 160mila palestinesi, in pieno centro: qui gli uni, lì gli altri. Tirandosi addosso di tutto. E tra l’altro, è a Hebron che abita anche Itamar Ben-Gvir: il ministro della Sicurezza Nazionale che fu esonerato dalla leva perché troppo estremista. Troppo pericoloso.
Ma per molti, ancora, Hebron è anche la città di Issa Amro, icona della non violenza, detestato, e tormentato da tutti: Israele, Fatah, Hamas. Non ha idea di come andrà. «Perché il problema — dice — è che la nostra società ormai non esiste più. I partiti sono centri per affari. E quindi, non si discute più di niente. Nessuno sa più niente», dice, «e un giorno, semplicemente, ti ritrovi in guerra».