Da Foley al Bataclan fino a Hamas: l’orrore esibito che diventa un’arma di propaganda
di Gianni Riotta“Quando [in combattimento] incontrate i miscredenti, colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati, poi legateli strettamente” recita la Sura 47:4 del Corano e, interpretandola alla lettera, il fondamentalista Ibn Mahmud, caposcuola del terrorismo Isis, giustificò la decapitazione del giornalista americano James Foley nel 2014. Entrato nel territorio del Califfato senza credenziali religiose Foley, secondo il protocollo aberrante di Mahmud e seguaci, era nemico da giustiziare, nel rispetto della fede e nella brutalità della propaganda via social media.
La stessa sorte atroce tocca ora ai bambini del kibbutz Kfar Aza, meno di mille abitanti emigrati da Egitto e Marocco, 5 chilometri a Est di Gaza, nei pressi del villaggio di Sderot a sua volta vittima del raid di Hamas contro Israele. Decapitare innocenti perché “infedeli” è dunque icona per seminare terrore fra gli avversari e reclutare miliziani nelle frange estreme della jihad. I bambini martiri di Kfar Aza, come le donne…
“Quando [in combattimento] incontrate i miscredenti, colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati, poi legateli strettamente” recita la Sura 47:4 del Corano e, interpretandola alla lettera, il fondamentalista Ibn Mahmud, caposcuola del terrorismo Isis, giustificò la decapitazione del giornalista americano James Foley nel 2014. Entrato nel territorio del Califfato senza credenziali religiose Foley, secondo il protocollo aberrante di Mahmud e seguaci, era nemico da giustiziare, nel rispetto della fede e nella brutalità della propaganda via social media.
La stessa sorte atroce tocca ora ai bambini del kibbutz Kfar Aza, meno di mille abitanti emigrati da Egitto e Marocco, 5 chilometri a Est di Gaza, nei pressi del villaggio di Sderot a sua volta vittima del raid di Hamas contro Israele. Decapitare innocenti perché “infedeli” è dunque icona per seminare terrore fra gli avversari e reclutare miliziani nelle frange estreme della jihad. I bambini martiri di Kfar Aza, come le donne massacrate a Bucha, Ucraina, entrano nella tragica storia del XXI secolo, fra cronaca di una guerra che riporta alle barbarie più remote e simboli di un conflitto eterno. Come siglare un cessate il fuoco, una tregua, un trattato di pace con le torture di donne, ragazzi, neonati marchiate nella memoria? Ecco la strategia mediatica di Hamas.
Dieci anni fa, quando Isis lanciò una analoga campagna di decapitazioni, in nome della lettura fuorviante del Corano, il presidente Barack Obama e il premier britannico David Cameron, ricorda lo studioso Ibrahim al Marashi, reagirono con dolore, emozione, pena, giusto l’effetto che i terroristi invocavano, dimostrando di saper scuotere con il sangue il nemico potente. Il 25 luglio 2014 caddero sotto le sciabole 25 fanti siriani, pochi ormai lo ricordano, mentre il povero Foley venne sgozzato, davanti alle telecamere, da “Jihadi John”, il rinnegato inglese Mohammed Emwazi.
I media occidentali registrano il supplizio inflitto ai reporter giapponesi Haruna Yukawa e Kenji Goto nel 2015 in Siria, come al traduttore dell’inviato Daniele Mastrogiacomo in Afghanistan, 2007. Ma le esecuzioni patite dall’archeologo Khaled al Asaad, fra gli scavi dell’antica Palmyra, da 21 cristiani copti in Libia, dai militari curdi, uomini e donne, a Kobane, son finite nell’amnesia, ombre del nostro tempo.
Il professor Mahmut Cengiz, George Mason University, nel saggio “Beheading As a Signature Method of Jihadist Terrorism From Syria to France”, la decapitazione come firma e metodo del terrorismo jihadista, ricorda che i fondamentalisti ignorano l’ammonizione seguente del Corano, rispetto ai nemici “In seguito liberateli graziosamente o in cambio di un riscatto, finché la guerra non abbia fine”. Ma la jihad non deve aver mai fine, l’orrore deve radicarsi fino alla apocalittica fine della storia, dunque nessuna pietà.
Anche per le vittime di Kfar Aza, come per quelle di Bucha, sono attive disinformazione e negazionismo, si parla di video falsi o riciclati dal passato, montature di Mossad o Cia. È il metodo delle “misure attive”, la propaganda online usata fra le opinioni pubbliche democratiche per seminare zizzania contro “sionisti e americani”, sollevando solidarietà e ipocrite velleità di “trattativa” contro un nemico irriducibile. Ma nelle banlieue europee, nelle periferie popolose delle città centrafricane, perfino in certi ambienti culturali radicali la “brutale verità della guerra”, denunciata dallo scrittore russo-ebreo Vasilij Grossman, miete consensi, crea popolarità, mobilita leve per i terroristi, capaci di umiliare gli avversari di Gerusalemme.
Così i corpi degli impiegati che, l’11 settembre del 2001, volavano giù dalle Torri Gemelle, piegate dall’attacco di Osama bin Laden, hanno raccolto echi letterari e artistici, ma fra gli estremisti sono epopea vittoriosa dell’attacco al “Grande Satana”. La frenesia della storia contemporanea annebbia i caduti a Parigi negli attentati del 1985, le bombe sui bus in Israele, i 200 turisti straziati a Bali, nel 2002, i 192 civili massacrati nei treni di Madrid 2004, antenati dei bambini di Kfar Aza. La Spoon River del dolore recita gli attacchi a Londra, Egitto, Indonesia, Giordania, Mumbai, Nigeria, morti anche musulmani perché il Corano per il jihadista non è sacro testo di devozione religiosa, ma arma da impugnare fino ai blitz in Nigeria, Pakistan, Mali e alla guerra in Israele.
Ogni volta le immagini creano discordia, la guardia Fabrizio Quattrocchi, ucciso mentre lavorava in Iraq, cui viene attribuita la frase “Voglio morire da italiano”, decorato con medaglia d’oro dal presidente Ciampi con la motivazione “Vittima di un brutale atto terroristico rivolto contro l’Italia, con eccezionale coraggio ed esemplare amor di Patria, affrontava la barbara esecuzione, tenendo alto il prestigio e l’onore del suo Paese” ancora oggi è insolentito online e i nostri caduti a Nassiriya, Iraq, durante una generosa missione di pace, sono contestati in piazza e via odiosi pamphlet.
La guerra fra Israele e palestinesi ha radici ancestrali, cause contemporanee e si allungherà nel XXI secolo. Il solo modo per onorarne le vittime civili resta nella saggezza del leader israeliano Yitzhak Rabin, a sua volta vittima del terrorismo: «Non si fa la pace con gli amici, ma con i nemici peggiori… perché noi dovremo combattere il terrorismo come non ci fossero strade per la pace, mentre lavoriamo alla pace come non ci fosse terrorismo».