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Che cosa sono i kibbutz in Israele e qual è la loro storia

Kibbutz Krar Aza

 (reuters)

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Queste fattorie agricole collettive sono nate con un’ideologia laica e socialista basata sull’uguaglianza dei guadagni, delle abitazioni, del cibo, dei vestiti. Anche i figli vengono allevati in comune. Oggi sono circa 270, con una popolazione totale di 126 mila persone
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Basta la parola: kibbutz, che alla lettera significa “comunità” o “assemblea” e nella sostanza vuol dire fattoria agricola collettiva, è diventato nel corso del tempo la metafora di Israele. Nei kibbutz è cominciata l’immigrazione ebraica in Palestina, i kibbutz hanno “fatto fiorire il deserto” secondo un poetico modo di dire ebraico, i kibbutz hanno prodotto leader militari e sono diventati avamposti di resistenza durante le tante guerre combattute dallo Stato ebraico.

E ora un kibbutz, il kibbutz Kfar Aza, una delle località israeliane più vicine al confine con la striscia di Gaza, si è ritrovato teatro di una strage di uomini, donne, bambini per mano di Hamas. Uno degli episodi più atroci di un attacco terroristico senza precedenti per dimensioni ed efferatezza, tale da indurre uno dei primi ufficiali arrivati sul posto dopo il massacro a dire “non avevo mai visto nulla del genere” e da fare commentare al presidente israeliano Herzog: “Soltanto nell’Olocausto sono accadute cos…

Basta la parola: kibbutz, che alla lettera significa “comunità” o “assemblea” e nella sostanza vuol dire fattoria agricola collettiva, è diventato nel corso del tempo la metafora di Israele. Nei kibbutz è cominciata l’immigrazione ebraica in Palestina, i kibbutz hanno “fatto fiorire il deserto” secondo un poetico modo di dire ebraico, i kibbutz hanno prodotto leader militari e sono diventati avamposti di resistenza durante le tante guerre combattute dallo Stato ebraico.

E ora un kibbutz, il kibbutz Kfar Aza, una delle località israeliane più vicine al confine con la striscia di Gaza, si è ritrovato teatro di una strage di uomini, donne, bambini per mano di Hamas. Uno degli episodi più atroci di un attacco terroristico senza precedenti per dimensioni ed efferatezza, tale da indurre uno dei primi ufficiali arrivati sul posto dopo il massacro a dire “non avevo mai visto nulla del genere” e da fare commentare al presidente israeliano Herzog: “Soltanto nell’Olocausto sono accadute cose simili”. Nella vita quotidiana, nell’eroismo e nella tragedia, i kibbutz sono il più forte simbolo di Israele. Ecco la loro storia.

L’unione fa la forza

La prima ondata migratoria di ebrei dall’Europa alla Palestina avviene tra il 1881 e il 1903 durante la dominazione Ottomana, poco dopo la proclamazione del sionismo da parte di Theodore Herzl come risposta a millenni di antisemitismo con l’obiettivo di creare uno stato ebraico nella Terra Promessa di re Davide e re Salomone. Quegli ebrei della diaspora europea, che vanno ad aggiungersi alla minoranza ebraica da sempre rimasta a Gerusalemme, comprano terreni e vi creano villaggi di agricoltori: ma i componenti della Prima Aliyah, com’era chiamata questa immigrazione iniziale, vivono e lavorano la terra ciascuno per sé. La novità del kibbutz arriva con la seconda ondata: nel 1910 Yosef Baratz, un sionista proveniente dall’Impero russo, per la precisione dall’odierna Moldavia, decide di gestire collettivamente insieme a una decina di amici la terra acquistata con i soldi del Jewish National Fund, il fondo che con donazioni grandi e piccole assiste dall’estero l’immigrazione ebraica in Palestina. Sono poco più che ventenni. In un primo tempo hanno lavorato a bonificare la Galilea.

La scelta comunitaria è quasi obbligata: la regione, tra la riva meridionale del lago di Galilea e il fiume Giordano, è paludosa, il caldo opprimente, le condizioni sanitarie pessime, malaria, tifo e colera sono una minaccia costante, a cui si aggiunge quella dei pastori beduini nomadi che a più riprese derubano le fattorie e i villaggi dell’area. Bisogna stare insieme per farsi coraggio, insomma: l’unione fa la forza. Lo battezzano Kibbutz Degania (Fiordaliso) e si mettono all’opera. “Il corpo è indolenzito, le gambe non mi reggono, il sole mi brucia e la testa mi scoppia”, scrive uno dei fondatori: in certi momenti, metà dei lavoratori non sono in grado di andare nei campi. Ma quattro anni più tardi, il kibbutz ha cinquanta membri. Oggi, un secolo e passa dopo, il Degania è ancora lì, soprannominato “la madre di tutti i kibbutz”: un esempio che verrà seguito da molti e diventerà un modello per la nascita e lo sviluppo di Israele.

I figli allevati in comune

Come il sionismo del suo ideatore Herzl, i kibbutz hanno un’ideologia laica e socialista. La proprietà è collettiva. I guadagni sono uguali per tutti. L’eguaglianza tra i sessi è totale, rivoluzionaria e in anticipo sui tempi: uomini e donne fanno gli stessi lavori, sono pagati in modo identico, hanno la stessa identica voce su ogni questione. Uguali per tutti sono le abitazioni, il cibo, il vestiario. Perfino i figli vengono allevati in comune, tolti per gran parte della giornata ai genitori, appena hanno l’età per andare a scuola, affinché non siano influenzati dal germe dell’individualismo. Ogni decisione viene presa votando, a maggioranza. Ma c’è di più che laicismo e socialismo, nella filosofia del kibbutz: c’è il progetto di fare nascere un uomo nuovo, o perlomeno un nuovo tipo di ebreo, l’opposto dell’ebreo dei ghetti dell’Europa centro-orientale ma anche di quella occidentale, pallido, vestito in palandrane nere se religioso, timoroso di persecuzioni e discriminazioni.

Quello del kibbutz è un ebreo contadino, abbronzato, in canottiera e calzoncini, spavaldo, muscoloso, intrepido, inarrestabile, determinato appunto a fare “fiorire” una terra arida come quella del deserto del Negev o quella paludosa della Galilea. Ed è anche un ebreo guerriero, perché bisogna difendere il kibbutz dalle razzie dei beduini e dalle sempre più frequenti incursioni degli arabi, in quella che progressivamente diventa una guerra civile, poi sfocia nella guerra d’indipendenza del 1948, dopo la risoluzione dell’Onu, accettata dagli ebrei, respinta dagli arabi, di dividere la Palestina britannica in due stati, uno per ciascun popolo che a quel punto la abita. Non a caso alcuni kibbutz dicono di ispirarsi all’ideale dell’antica Sparta: pronti a usare l’aratro e la spada, la zappa e il fucile.

I kibbutz di oggi

Dopo la fondazione di Israele, per i kibbutz inizia un periodo di graduale declino. Per tre motivi: la crescita delle fattorie collettive, che rende necessario per quelli più grandi l’impiego di lavoratori salariati esterni; la concorrenza di imprese agricole private gestite, in seguito, con sistemi industriali; una minore convinzione ideologica, perché a mano a mano che lo Stato ebraico diventa più ricco e moderno, sempre meno giovani sono disposti a passare la vita in un kibbutz, attratti dalle città, dall’imborghesimento, più tardi dalla globalizzazione. Ma non scompaiono del tutto, anzi rimangono una parte importante della società e dell’economia israeliana.

Oggi sono circa 270, con una popolazione totale di 126 mila persone, che producono il 9 per cento del Pil nazionale e il 40 per cento del prodotto agricolo dello Stato ebraico, equivalente a quasi 2 miliardi di dollari l’anno. Per esempio, il kibbutz Sasa, nel nord della Galilea, ha 200 membri e genera 850 milioni di dollari l’anno di fatturato, sebbene in gran parte non più attraverso l’agricoltura, bensì grazie a una fabbrica di prodotti in plastica per scopi militari.

Le radici di Israele

Anche se non sono più quelli dei pionieri, nell’immaginario collettivo israeliano e mondiale i kibbutz rappresentano le radici dello Stato ebraico, un fenomeno che ha avuto luogo, perlomeno in questa misura e con queste modalità, soltanto in Israele. Non per nulla il fondatore e primo leggendario premier israeliano, David Ben Gurion, quando si dimise andò a ritirarsi a vivere in un kibbutz. E un suo successore, Ehud Barak, il primo ministro arrivato forse più vicino di tutti alla pace con i palestinesi, in un kibbutz era nato.

Israele, i primi 75 anni

Molti ebrei della diaspora, che vivono in America o in Europa, tuttora visitano i kibbutz, andandoci a lavorare come volontari per brevi periodi: è un modo per sentirsi più vicini a Israele, per capirne lo spirito. Ed è una scelta fatta anche da non ebrei, da giovani di tutto il mondo, un tempo per ragioni ideologiche, attirati dall’ideologia socialista ed egualitaria delle fattorie collettive, ora per il fascino che comunque il kibbutz continua a esercitare, come esperimento di vita comunitaria, slancio utopico nel nome dell’uno per tutti, tutti per uno: qualcosa che non si riesce facilmente a trovare altrove. Il massacro di Hamas ha colpito dunque al cuore di Israele e, in senso più ampio, il cuore di chiunque senta il richiamo di una esistenza generosa, genuina, attaccata ai valori della terra: anche per questo, parafrasando la campana di Hemingway, il dolore straziante del kibbutz Kfar Aza risuona per tutti noi.

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