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Il fronte Nord di Israele: le provocazioni di Hezbollah e il negoziato con Teheran sull’allargamento del conflitto

La tensione di Israele: un attacco dal confine libanese ha fatto temere l’azione a tenaglia, ma era un falso allarme
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ARAB AL ARAMSHEH (Confine tra Israele e Libano) — Alle sei e mezza, per un quarto d’ora, Israele tiene il fiato sospeso: il sistema d’allarme collegato ai telefoni di tutto il Paese segnala che ci sono incursioni aeree dal confine Nord. È arrivato il grande attacco di Hezbollah, quello che potrebbe travolgere tutti i calcoli e quello che sappiamo sul conflitto tra Israele e Hamas nel Sud. Comincia la guerra a tenaglia, da sopra e da sotto, dal Libano e dalla Striscia di Gaza. Si parla addirittura di incursori a bordo di parapendii a motore, come durante l’attacco di sabato. Poi si dice che siano quindici droni che hanno violato lo spazio aereo e avrebbero fatto partire l’allerta, ma non ci sono esplosioni o intercettazioni.

Perché Hezbollah dovrebbe far volare quindici droni innocui nello spazio aereo israeliano? L’ultima versione è che si sia trattato di un errore di sistema, un falso allarme. Che rende il clima di nervosismo e apprensione che c’è in questi giorni sospesi, mentr…

ARAB AL ARAMSHEH (Confine tra Israele e Libano) — Alle sei e mezza, per un quarto d’ora, Israele tiene il fiato sospeso: il sistema d’allarme collegato ai telefoni di tutto il Paese segnala che ci sono incursioni aeree dal confine Nord. È arrivato il grande attacco di Hezbollah, quello che potrebbe travolgere tutti i calcoli e quello che sappiamo sul conflitto tra Israele e Hamas nel Sud. Comincia la guerra a tenaglia, da sopra e da sotto, dal Libano e dalla Striscia di Gaza. Si parla addirittura di incursori a bordo di parapendii a motore, come durante l’attacco di sabato. Poi si dice che siano quindici droni che hanno violato lo spazio aereo e avrebbero fatto partire l’allerta, ma non ci sono esplosioni o intercettazioni.

Perché Hezbollah dovrebbe far volare quindici droni innocui nello spazio aereo israeliano? L’ultima versione è che si sia trattato di un errore di sistema, un falso allarme. Che rende il clima di nervosismo e apprensione che c’è in questi giorni sospesi, mentre si aspetta l’inizio della guerra di terra a Gaza, per quello che deciderà di fare il gruppo armato libanese.

Hezbollah anche ieri ha mantenuto la linea dello stalking militarizzato, cominciata a partire da sabato: tenere in allarme e occupati i battaglioni israeliani a Nord, in modo che non possano andare a rinforzare il fronte di Gaza. Nel mattino ha sparato un missile anticarro contro un veicolo israeliano, che ha fatto l’errore di restare esposto troppo a lungo su una collinetta sopra la barriera di cemento che segna il confine. Poi più nulla, per non far scoppiare un conflitto vero. Poco dopo un jet israeliano ha sganciato una bomba che ha colpito una postazione invisibile dal territorio israeliano. Sulla linea di frontiera la sensazione è che i boschi e i costoni di roccia dall’altra parte, dove all’apparenza non ci sono movimenti, siano occupati dalle forze di Hezbollah che sorvegliano ogni movimento e non si fanno vedere. Alcuni interpretano queste piccole operazioni di disturbo quotidiane come un avvertimento a Israele: non vogliamo essere attaccati, siamo reattivi.

Il Partito di Dio è impegnato in un negoziato clandestino per decidere la sua prossima mossa: l’ufficio politico si rende conto che se entrasse in guerra i libanesi non perdonerebbero la decisione – perché di fatto equivale a trascinare tutti in un conflitto. Osservano quello che succede nella Striscia di Gaza, gli effetti pesanti dei bombardamenti, non vogliono creare una replica a Nord. L’Iran, che finanzia e prende le decisioni importanti per il Partito di Dio, invece starebbe discutendo la possibilità di creare un secondo fronte.

Mohammad Mgheis, classe 1962 e una fattoria con pecore e mucche davanti al confine, dice a Repubblica di essere sempre vissuto lì e di avere visto tutte le guerre: «Ma la prossima, se scoppia, sarà la più folle».

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