La guerra non si deciderà nell’alto dei cieli, dove l’aviazione israeliana continua a bombardare Gaza, ma nel profondo degli inferi: nella rete di cunicoli costruiti dai jihadisti sotto la Striscia e sotto il confine libanese di Israele. Vere fortezze sotterranee, che si ramificano su più livelli per decine di chilometri, dove sono asserragliati i combattenti più esperti e le armi migliori. Ma se nel passato recente queste catacombe avevano essenzialmente una funzione difensiva - garantendo riparo dai caccia, dai droni e dall’artiglieria - adesso sono state trasformate in basi d’assalto.
La lezione di Hezbollah
I maestri in queste opere ingegneristiche sono gli hezbollah libanesi, che hanno ricevuto il supporto di tecnici iraniani e nordcoreani. Il movimento sciita nell’ultimo decennio ha moltiplicato le sue capacità militari: l’intervento nel conflitto in Siria gli ha permesso di perfezionare le tattiche di combattimento, soprattutto nei centri urbani, e collaborare sul campo co…
La guerra non si deciderà nell’alto dei cieli, dove l’aviazione israeliana continua a bombardare Gaza, ma nel profondo degli inferi: nella rete di cunicoli costruiti dai jihadisti sotto la Striscia e sotto il confine libanese di Israele. Vere fortezze sotterranee, che si ramificano su più livelli per decine di chilometri, dove sono asserragliati i combattenti più esperti e le armi migliori. Ma se nel passato recente queste catacombe avevano essenzialmente una funzione difensiva - garantendo riparo dai caccia, dai droni e dall’artiglieria - adesso sono state trasformate in basi d’assalto.
La lezione di Hezbollah
I maestri in queste opere ingegneristiche sono gli hezbollah libanesi, che hanno ricevuto il supporto di tecnici iraniani e nordcoreani. Il movimento sciita nell’ultimo decennio ha moltiplicato le sue capacità militari: l’intervento nel conflitto in Siria gli ha permesso di perfezionare le tattiche di combattimento, soprattutto nei centri urbani, e collaborare sul campo con le truppe scelte di Mosca e di Teheran. Tra le rovine di Aleppo si sono forgiate intese inedite tra fondamentalisti di tutto il mondo arabo, che hanno messo da parte le liti religiose per studiare il modo di sconfiggere Israele. Probabilmente anche il piano per l’operazione di Hamas è stato concepito in questo crogiolo del terrore, fornendo competenze e addestramento ai palestinesi che sabato scorso hanno aggredito Israele e che ora attendono l’irruzione dei tank tra i palazzi di Gaza.
Le armi
Hezbollah ha una legione di veterani che si prepara a colpire Israele: lo scorso gennaio ha diffuso un video in cui simulava la breccia nel Muro, esibendo alcune delle procedure usate dai sabotatori palestinesi. Questo reparto veniva chiamata “Unità d’intervento 125”, poi è stata ribattezzata “Radwan”: il nome di battaglia di Imad Mughniyeh, il numero due del movimento sciita ucciso dal Mossad nel 2008 e regista degli attentati più sanguinosi a Beirut. Adesso a guidarla è Haytham Ali Tabataba’i, nato in Libano da padre iraniano. Si tratta di quasi 2500 uomini, con equipaggiamenti moderni: i soldati hanno avuto il battesimo del fuoco in Siria contro le schiere dell’Isis e di Al Qaeda. Gli ufficiali hanno partecipato ai trentadue giorni di conflitto contro Israele nel 2006, fermando l’offensiva dei mezzi corazzati di Tsahal. Tutti sanno muoversi alla perfezione nel buio e conoscono a memoria la ragnatela creata sotto il confine libanese.
La Maginot di pietra
Un rapporto diffuso tre anni fa dal centro studi Alma e curato dall’ex ufficiale dell’intelligence Tal Beeri sostiene che Hezbollah abbia realizzato una linea Maginot lunga 45 chilometri sotto la frontiera, ma ci sarebbero strade sotterranee che si spingerebbero fino ai sobborghi meridionali di Beirut, l’altro polo della comunità sciita, mentre i magazzini delle munizioni si troverebbero nelle profondità della valle della Bekaa, fuori della portata dei cannoni israeliani. La “landa dei tunnel” si estenderebbe tra Sidone a ovest, il Lago Qaraoun a est, Marjaayoun e Nabatieh a sud: sotto trentasei villaggi, colline, fattorie ci sono i capisaldi di una catena di resistenza studiata per trasformare l’avanzata israeliana in una colossale imboscata.
I castelli scavati nella roccia dispongono di gruppi elettrogeni e illuminazione, riserve d’acqua e prese d’aria con filtri a prova di gas. Dentro custodiscono le scorte di armi per bersagliare le città israeliane, con centrali di comando e postazioni per lanciare i razzi chiuse da portelli che nascondono il calore ai visori infrarossi dei ricognitori. Nel 2006 queste protezioni hanno permesso la sopravvivenza dell’arsenale sotto i bombardamenti mentre grazie a lunghi camminamenti squadre armate di missili anticarro sbucavano alle spalle delle colonne corazzate israeliane.
Il duello nelle gallerie
Da un decennio i tentacoli si sono spinti oltre il confine per cercare di portare gli incursori di Radwan nelle retrovie. Grazie a una rete di sismografi e sensori acustici, nel 2018 i genieri delle Israeli Defence Forces hanno individuato otto cantieri e li hanno distrutti. Quello che si è visto a Gaza però fa temere che l’operazione “Northern Shield” non abbia fermato i jihadisti ma li abbia soltanto spinti ancora più in basso.
Il sottosuolo infatti è teatro di un duello silenzioso per cogliere i rumori dell’avversario. La stessa sfida che dal Cinquecento ha spesso deciso gli assedi, con gli zappatori che scavavano gallerie per minare i bastioni dei rivali: celebre il sacrificio di Pietro Micca che nel 1706 morì facendo saltare la galleria francese sotto le mura di Torino. Ma quella partita nell’abisso con picconi, martelli pneumatici e dinamite ha avuto un ruolo chiave nel primo conflitto mondiale. Non solo intere trincee venivano inghiottite dall’esplosione dei tunnel ma persino le cime delle Alpi: nel marzo 1918 gli austriaci con una carica da 50 tonnellate hanno sbriciolato la vetta del Pasubio, disintegrando il presidio degli alpini. Gli italiani stavano scavando a pochi metri da loro e sono stati battuti sul tempo. L’incubo ricorrente di Thomas Shelby, il protagonista della serie tv “Peaky Blinders”, è proprio il ricordo delle lotte corpo a corpo con i tedeschi in questi budelli senza luce.
L’altro scenario di Gaza
Orrori del passato? No, molti analisti temono che questo possa essere un capitolo della nuova guerra. Due volte Hamas ha usato i cunicoli per far saltare in aria le torrette sul Muro e tante tonnellate di ordigni sono state piazzate sotto gli accessi alla Striscia. Ma gli israeliani potrebbero ribaltare lo scenario: invece che attaccare in superficie, portare lo scontro sotto la città, dove si annida il cuore del potere bellico della formazione palestinese. Perforare il ventre di Gaza con talpe telecomandate e poi demolire con l’esplosivo gli antri jihadisti, seppellendo razzi e miliziani.
L’unico punto debole dell’infinita ramificazione di trafori palestinesi è la geologia: nel Libano c’è la roccia, lì soltanto sabbia e argilla che rendono fragili le strutture. Ma la rete è spaventosa, scende fino a 30-40 metri, si estende ovunque, permette ai guerriglieri di spostarsi da un palazzo all’altro in sicurezza. Cinque giorni di fuoco dell’aviazione non sembrano avere scalfito questa metropoli capovolta: gli scoppi secondari delle munizioni testimoniano che finora soltanto uno dei magazzini di ordigni è stato centrato. E scendere in questo inferno per affrontare i nidi di resistenza può costare perdite enormi alle brigate israeliane.
La minaccia strategica
Dal 2013 il quartiere generale considera i tunnel “una minaccia strategica” ed il battaglione del genio guastatori “Yahalom” è stato convertito alla nuova missione con 900 specialisti. La punta di lancia è la compagnia “Samoor” (donnole) che deve penetrare nelle catacombe. Sono gli eredi dei fanti americani che si calavano nei labirinti dei vietcong, descritti da Michael Collins ne “La memoria del topo”: i marines strisciavano armati di torcia e pistola; gli israeliani mandano avanti i robot. A Tel Aviv c’è un pool di scienziati – chiamato “The Brain” – che inventa sistemi innovativi, in gran parte top secret, per individuare ed espugnare i tunnel. L’ultimo è il minuscolo drone volante Lanius, dotato di intelligenza artificiale: un “pipistrello” in grado di riconoscere nell’oscurità i miliziani dai civili e se serve abbatterli. Queste macchine scambiano dati con altri automi, gestendo da soli i raid senza esporre gli umani alle trappole. Ma la convivenza tra robot e soldati non sempre è idilliaca e nell’abisso può accadere di tutto. Se la tecnologia fa cilecca, gli uomini devono arrangiarsi. E davanti all’imprevisto, spesso i guastatori preferiscono fare di testa loro, come il generale Rafi Milo che nel 2018 venne punito perché aveva impugnato il mitra per entrare personalmente in una galleria di Hezbollah: «Comando dei combattenti – fu la sua risposta - non posso rinunciare a rischiare». Quello che oggi tutto l’esercito è disposto a fare per riscattare la disfatta più drammatica di Israele.