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Parla l’esperto di terrorismo Pantucci: “Ecco perché Hamas ha attaccato ora”

(afp)
Intervista all’analista del Royal United Services Institute. “Per risolvere il conflitto tra Israele e Palestina serve anche la politica, non bastano le armi”
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LONDRA – “Uccidere più membri di Hamas che è possibile, restando a Gaza il più breve tempo possibile: ecco cosa potrebbe fare adesso Israele. Ma per risolvere il conflitto con i palestinesi serve anche la politica, non bastano le armi”. È la previsione di Raffaello Pantucci, uno dei massimi esperti mondiali di terrorismo, analista del Royal United Services Institute, la più antica think tank britannica sulla sicurezza internazionale, autore di We love death as you love life (Noi amiamo la morte come voi amate la vita), un saggio sui terroristi suicidi diventato una pietra miliare per gli specialisti della materia.

Perché Hamas ha lanciato un attacco così grande, Pantucci?

“Per varie ragioni. Una è per attirare più attenzione su di sé, dopo molto tempo in cui faceva poco, dimostrando di essere alla testa della lotta palestinese rispetto ad altri gruppi come la Jihad islamica e naturalmente anche rispetto all’Autorità Palestinese che governa con sempre maggiore difficoltà la Cisgio…

LONDRA – “Uccidere più membri di Hamas che è possibile, restando a Gaza il più breve tempo possibile: ecco cosa potrebbe fare adesso Israele. Ma per risolvere il conflitto con i palestinesi serve anche la politica, non bastano le armi”. È la previsione di Raffaello Pantucci, uno dei massimi esperti mondiali di terrorismo, analista del Royal United Services Institute, la più antica think tank britannica sulla sicurezza internazionale, autore di We love death as you love life (Noi amiamo la morte come voi amate la vita), un saggio sui terroristi suicidi diventato una pietra miliare per gli specialisti della materia.

Perché Hamas ha lanciato un attacco così grande, Pantucci?

“Per varie ragioni. Una è per attirare più attenzione su di sé, dopo molto tempo in cui faceva poco, dimostrando di essere alla testa della lotta palestinese rispetto ad altri gruppi come la Jihad islamica e naturalmente anche rispetto all’Autorità Palestinese che governa con sempre maggiore difficoltà la Cisgiordania, dunque per affermarsi come unico vero rappresentante dei palestinesi. Un secondo motivo è per ostacolare il negoziato di pace fra Israele e Arabia Saudita mediato dall’America, un’ammonizione al mondo arabo affinché non tratti con lo Stato ebraico. E un terzo possibile motivo è che l’Iran, finanziatore di Hamas, potrebbe avere istigato l’attacco come reazione a precedenti operazioni israeliane contro Teheran: ma quest’ultima è un’ipotesi da verificare perché non sappiamo se e in che modo l’Iran abbia partecipato o fosse a conoscenza dell’attacco del 7 ottobre”.

Raffaello Pantucci

 

Una domanda che si pongono in molti è: immaginando che un attacco di queste dimensioni e di questa ferocia avrebbe provocato una risposta israeliana come non si è mai vista, Hamas non temeva che avrebbe provocato la propria eliminazione?

“No, anzi, una risposta israeliana di questo tipo è probabilmente proprio quello che Hamas si aspettava e che ora vuole. Un’invasione di terra, una lotta casa per casa, con un numero altissimo di vittime civili palestinesi: per creare ancora più rabbia verso Israele tra la popolazione palestinese e più odio verso Israele in tutto il mondo arabo”.

Israele darà la caccia a leader di Hamas anche all’estero?

“Sicuramente sì, come del resto ha fatto anche in passato, sia con dirigenti di Hamas, sia con altri suoi nemici e terroristi, come per esempio dopo la strage di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972”.

I capi e gli uomini di Hamas non hanno paura di morire?

“No, perché pensano di diventare dei martiri e si aspettano che i propri figli o nipoti proseguiranno la guerra santa contro Israele”.

Una tesi opposta è che, davanti alla morte e alla distruzione provocate dalla reazione israeliana, i palestinesi di Gaza se la prendano con Hamas, capiscano che il terrorismo e il sangue non risolveranno mai la situazione…

“È difficile che accada perché da troppo tempo Israele e gli Stati Uniti non si occupano della questione palestinese. Perciò i palestinesi di Gaza, e non solo quelli, reagiranno alla distruzione pensando che il mondo occidentale si interessa solo alle sofferenze degli israeliani, non alle sofferenze dei palestinesi. Dico questo, beninteso, senza giustificare in alcun modo il terribile attacco di Hamas di sabato scorso, che è stato mostruoso e ingiustificabile, bensì per spiegare quale può essere il pensiero del palestinese medio a Gaza”.

Ma Hamas ha ancora il sostegno della maggioranza della popolazione a Gaza?

“Con certezza non possiamo saperlo, perché le ultime elezioni si sono svolte quasi vent’anni fa, nel 2006. Ma dobbiamo ricordare che Hamas non si limita al terrorismo: svolge a Gaza anche attività benefiche e assistenziali, in particolare verso la fascia più povera della popolazione. In mancanza di una leadership convincente da altre organizzazioni palestinesi, sentendosi abbandonati da gran parte del mondo arabo e ignorati da Israele e dai suoi alleati, è verosimile che almeno una parte consistente dei 2 milioni di palestinesi di Gaza appoggi Hamas”.

L’attacco di Hamas del 7 ottobre è stato definito “l’11 settembre israeliano”, per analogia con l’attacco all’America del 2001. In proporzione alla popolazione è stato perfino di molto peggiore, perché l’11 settembre l’America, un Paese di 330 milioni di abitanti, subì 3 mila morti in un giorno e Israele, che di abitanti ne ha appena 10 milioni, in un giorno ha sofferto 1200 morti.

“Il paragone con l’11 settembre è giusto non solo per il numero esorbitante di vittime, che in effetti, in proporzione, rende l’attacco di Hamas a Israele ancora più grave di quello di al Qaeda all’America, ma anche per altre due somiglianze: il metodo di attacco, sorprendente per il Paese aggredito in entrambi i casi; e il fallimento dei sistemi di sicurezza, poiché sia gli Usa che Israele non hanno saputo prevedere quello che è accaduto. Messi insieme, i tre elementi rappresentano uno shock senza precedenti per chi ha subito l’attacco e un motivo di orgoglio per l’aggressore”.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che ora ogni militante di Hamas può considerarsi “un uomo morto”: sarà questo il risultato della risposta dello Stato ebraico a Gaza?

“E’ una missione molto difficile, se non impossibile. A Gaza vivono più di 2 milioni di persone: a parte i nascondigli come i tunnel, trovare i militanti di Hamas, casa per casa, avrebbe costi umani pesantissimi, sia per i palestinesi che per Israele. Detto questo, è evidente che Israele deve rispondere a un attacco così orribile, non solo per punire Hamas ma anche per cercare di ristabilire il proprio deterrente al terrorismo, cioè per segnalare ad Hamas e ad altri nemici che il prezzo per azioni simili è troppo alto per tentare di ripeterle. Ma neanche questa sarà un’impresa facile”.

In concreto, che cosa può fare Israele a Gaza?

“Cercare di uccidere il maggior numero possibile di capi e militanti di Hamas, nel più breve tempo possibile. Perché più a lungo le forze israeliane rimangono a Gaza, più crescerà il pericolo per loro e la protesta contro Israele nel mondo arabo e probabilmente, con il passare dei giorni, anche in altri Paesi”.

Tornando al paragone con l’11 settembre 2001, gli Stati Uniti risposero invadendo l’Afghanistan per distruggere al Qaeda che li aveva attaccati. Che lezioni si possono trarre per Gaza?

“Al Qaeda è stata pressoché distrutta. Ma, dopo vent’anni di guerra, il regime islamico che proteggeva al Qaeda è tornato al potere e l’America si è ritirata dall’Afghanistan. Immagino che a Gerusalemme e Washington avranno ben presente questo esempio mentre si prepara l’invasione di Gaza”.

Un altro caso simile è l’invasione israeliana in Libano nel 1982 per distruggere le basi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat, che da lì lanciava attacchi contro lo Stato ebraico…

“Anche quella finì con un risultato misto. L’Olp, compreso Arafat, fu costretta a lasciare il Libano, ma ha continuato da altre basi per anni la sua campagna di attacchi e attentati contro Israele. In più la strage di palestinesi nei campi profughi di Sabra e Chatila, compiuta da una milizia libanese alleata di Israele, ha alimentato a lungo l’odio contro lo Stato ebraico”.

E dunque tutto andrà avanti allo stesso modo?

“Probabilmente sì: nelle prossime settimane Hamas subirà un colpo durissimo, ma non scomparirà del tutto e, prima o poi, lancerà altri attacchi. Lottare di continuo contro il terrorismo sembra il destino di Israele, perlomeno nel breve-medio termine. Più a lungo termine, se insieme a soluzioni militari Israele saprà proporre soluzioni politiche, e se troverà un interlocutore in fazioni più moderate di Hamas o in un’Autorità Palestinese rinnovata, è possibile che da questa nuova guerra, con l’aiuto di altri partner, dagli Usa al mondo arabo, nasca una spinta alla coesistenza pacifica tra due stati, uno per gli israeliani, uno per i palestinesi, che rimane l’unica vera soluzione possibile di questo secolare problema. Ma dopo quello che è successo nei giorni scorsi ci vorrà ancora più tempo ed è, al momento, solo una tenue speranza per il futuro”.

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