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Non solo Iran e Qatar. Quella rete di finte Ong che finanzia Hamas

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Dagli Usa all’Europa esiste un network legato a filo più o meno diretto col gruppo terrorista attivo in Palestina. Le difficili indagini per smascherare questo sistema di finanziamenti
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È ormai chiaro che l’aiuto finanziario e politico del Qatar (dove vive la leadership del gruppo) e quello ancor più decisivo militare e tecnologico dell’Iran sono stati fondamentali per consentire ad Hamas di compiere la storica operazione di sabato scorso. Ma Hamas può contare su un esteso sistema di supporto anche in Occidente, dove network legati a filo più o meno stretto con il gruppo operano dagli anni ’90.

È da allora infatti che sia in Europea che negli Stati Uniti vengono monitorate una serie di ONG sospettate di raccogliere fondi (oltre a sostegno politico e mediatico) per Hamas. Le dinamiche sono spesso simili: organizzazioni caritatevoli gestite da più o meno noti supporter di Hamas raccolgono fondi all’interno della comunità musulmana (ma talvolta ricevendo anche fondi pubblici da agenzie governative o comunitarie per lo sviluppo) dichiarando che servono per cause umanitarie. I soldi vengono inviati a Gaza, dove o non sono rintracciabili o finiscono a cliniche, scuole…

È ormai chiaro che l’aiuto finanziario e politico del Qatar (dove vive la leadership del gruppo) e quello ancor più decisivo militare e tecnologico dell’Iran sono stati fondamentali per consentire ad Hamas di compiere la storica operazione di sabato scorso. Ma Hamas può contare su un esteso sistema di supporto anche in Occidente, dove network legati a filo più o meno stretto con il gruppo operano dagli anni ’90.

È da allora infatti che sia in Europea che negli Stati Uniti vengono monitorate una serie di ONG sospettate di raccogliere fondi (oltre a sostegno politico e mediatico) per Hamas. Le dinamiche sono spesso simili: organizzazioni caritatevoli gestite da più o meno noti supporter di Hamas raccolgono fondi all’interno della comunità musulmana (ma talvolta ricevendo anche fondi pubblici da agenzie governative o comunitarie per lo sviluppo) dichiarando che servono per cause umanitarie. I soldi vengono inviati a Gaza, dove o non sono rintracciabili o finiscono a cliniche, scuole e altri enti caritatevoli nell’orbita di Hamas.

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Le autorità occidentali, spesso su “imbeccata” dei servizi israeliani, aprono allora investigazioni che però si scontrano con difficoltà politiche e giuridiche. Le legislazioni antiterrorismo cambiano da paese a paese, ma pressoché tutte richiedono infatti che, per essere punibile, il donatore debba avere contezza del fatto che i propri fondi vengano utilizzati per specifici atti di terrorismo. È un’asticella altissima, perché è raro che anche chi lo voglia fare sia esplicito nel dire di voler finanziare uno specifico attacco. La realtà è che alcune di queste organizzazioni finanziano, sapendo benissimo di farlo, entità che appartengono alla galassia di Hamas anche se non direttamente del suo ramo armato. Ma quella della separazione tra ramo armato, politico e sociale di Hamas---come di altre organizzazioni terroriste--- è una finzione politico-giuridica priva di logica. Come sostenere che chi spaccia la droga o ricicla i fondi per la mafia sia meno utile all’organizzazione di chi imbraccia la lupara. Ogni funzione è, a modo suo, propedeutica alla crescita dell’organizzazione e finanziarne una non direttamente violenta non cambia molto dal farlo per una prettamente militare, vista anche la natura fungibile del denaro.

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Tuttavia, date queste difficoltà, le inchieste su queste dinamiche hanno portato a risultati alterni. Il più grande processo contro il finanziamento del terrorismo mai celebrato in America fu proprio contro un’organizzazione accusata di raccogliere fondi per Hamas. Accusata di aver inviato a Gaza 12 milioni di dollari, nel 2009 i fondatori della Holy Land Foundation ottennero fino ai 65 anni di carcere. Usando una tattica usata comunemente da ONG legate ad Hamas, mesi dopo la chiusura della Holy Land Foundation gli attivisti non condannati al processo aprirono una nuova entità, la Kind Hearts (Cuori Gentili): stessi network di raccolta fondi, stessi destinatari, ma ragione sociale tecnicamente nuova e quindi due anni di lavoro da parte dell’FBI per dimostrare legalmente che anche Kind Hearts andava chiusa---un gioco al gatto ed il topo che consuma risorse importanti.

Tra Stati Uniti ed Europa opera anche l’Unione del Bene, una cooperativa di cinquanta organizzazioni creata da Yussuf al Qaradawi, il recentemente defunto leader spirituale noto per aver dichiarato su al Jazeera che il suo sogno più grande era quello di vedere i musulmani finire quanto iniziato da Hitler. Il network include una serie di organizzazioni quali l’Associazione Palestinese d’Austria, il Comitato per la Beneficenza ed il Soccorso ai Palestinesi in Francia e Interpal nel Regno Unito.

Negli anni vari paesi europei hanno aperto procedimenti penali ed amministrativi contro queste e altre strutture analoghe, senza però ottenere successi simili. Lo scorso giugno le autorità olandesi hanno arrestato Amin Abu Rashed, militante vicino alla leadership di Hamas che in passato aveva acquistato imbarcazioni usate da attivisti per rompere l’embargo navale di Gaza, accusandolo di aver inviato più di 5 milioni a Gaza. Pochi giorni prima del suo arresto Abu Rashed aveva presieduto in Svezia l’evento annuale della sua ONG, la European Palestinians Conference, criticato dalle autorità svedesi ma presenziato da vari politici europei (inclusa, per l’Italia, la parlamentare pentastellata Stefania Ascari).

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In queste ore, dopo aver annunciato lo stop ad ogni finanziamento ai palestinesi, l’Unione Europea e vari paesi stanno riesaminando molte delle proprie investigazioni e delle segnalazioni israeliane sulla complessa nebulosa di ONG più o meno legate ad Hamas (e al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, come Samidun, organizzazione che nel weekend distribuiva dolci sulle strade di Berlino per festeggiare gli attacchi). Questa dinamica riguarda anche l’Italia.

Lo scorso luglio il governo israeliano ha chiesto alle autorità italiane di sequestrare mezzo milione di Euro in possesso dell’Associazione Benefica di solidarietà con il popolo palestinese una ONG con base a Genova che da anni è sospettata di finanziare Hamas. Un caso complesso che in più di vent’anni ha visto coinvolte Digos, servizi e antiriciclaggio e che esemplifica la difficoltà di bilanciare, da un lato, esigenze di contrasto al finanziamento, diretto o indiretto che sia, e dall’altro un più che legittimo diritto al fornire supporto umanitario al popolo palestinese.

Lorenzo Vidino è il direttore del Programma sull’Estremismo presso la George Washington University.

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