Il raid israeliano sulla Siria lancia l’ultimatum a Teheran: basta aiuti ai jihadisti
di Gianluca Di FeoI missili si sono abbattuti sull’aeroporto di Damasco proprio mentre stava per atterrare un Jumbo partito dall’Iran, che ha immediatamente invertito la rotta. E, pur senza rivendicazioni ufficiali, il raid ha trasmesso un ultimatum a Teheran: Israele non tollererà più il sostegno ai suoi nemici. Quel velivolo era della compagnia Mehan Air: una delle società di copertura con cui i Guardiani della Rivoluzione alimentano milizie sciite e sunnite, unite solo dall’odio verso lo Stato ebraico.
Le esplosioni nella capitale e l’allarme sullo scalo di Aleppo hanno fatto temere l’allargamento del nuovo conflitto. In realtà è stato solo l’ultimo capitolo di una sfida parallela che va avanti nell’ombra da cinque anni. La guerra civile infatti ha trasformato la Siria nella palestra armata di tutti i fondamentalismi islamici. Al Qaeda e Isis si sono schierati contro il regime di Assad, che è sopravvissuto solo grazie agli Hezbollah libanesi e ai gruppi sciiti iracheni e afghani mobilitati dall…
I missili si sono abbattuti sull’aeroporto di Damasco proprio mentre stava per atterrare un Jumbo partito dall’Iran, che ha immediatamente invertito la rotta. E, pur senza rivendicazioni ufficiali, il raid ha trasmesso un ultimatum a Teheran: Israele non tollererà più il sostegno ai suoi nemici. Quel velivolo era della compagnia Mehan Air: una delle società di copertura con cui i Guardiani della Rivoluzione alimentano milizie sciite e sunnite, unite solo dall’odio verso lo Stato ebraico.
Le esplosioni nella capitale e l’allarme sullo scalo di Aleppo hanno fatto temere l’allargamento del nuovo conflitto. In realtà è stato solo l’ultimo capitolo di una sfida parallela che va avanti nell’ombra da cinque anni. La guerra civile infatti ha trasformato la Siria nella palestra armata di tutti i fondamentalismi islamici. Al Qaeda e Isis si sono schierati contro il regime di Assad, che è sopravvissuto solo grazie agli Hezbollah libanesi e ai gruppi sciiti iracheni e afghani mobilitati dall’Iran.
Hamas è un movimento sunnita che si ispira all’ideologia dei Fratelli musulmani, vicina alle posizioni di Al Qaeda, e quindi si è tenuto fuori dalla mischia. Ma dopo la vittoria di Damasco è corso a riallacciare i legami: nell’agosto 2022 una delegazione è volata nella capitale siriana e due mesi dopo c’è stata la formalizzazione dell’alleanza. «Questo è un nuovo inizio nell’azione congiunta per la Palestina», ha dichiarato il capo delle relazioni arabe di Hamas, Khalil al-Hayya, dopo avere incontrato Assad.
I sospetti, finora privi di riscontri, su una collaborazione tra Hamas e Hezbollah che abbia permesso di concepire il piano dell’aggressione contro Israele e istruire le squadre d’assalto jihadiste sono concentrati proprio sulla Siria. Esistono numerosi campi d’addestramento creati dai Guardiani della Rivoluzione per formare la legione straniera reclutata dagli ayatollah nelle comunità sciite: basi progettate per sfuggire allo spionaggio del Mossad.
L’intelligence israeliana non ha sottovalutato la minaccia che stava nascendo in Siria e il pericolo che si allargasse fino alla Palestina. Dal 2018 è intervenuta più volte per fermare le spedizioni di armi dall’Iran e colpire le strutture spesso costruite nel sottosuolo. Una campagna che ha preso di mira tutti i collegamenti. Ci sono state incursioni contro gli aeroporti, in particolare contro quello di Damasco e contro pista T4 nei pressi di Homs, dove atterravano i cargo di Mahan Air. Ci sono stati bombardamenti sul confine iracheno nella zona di Deir Ez-Zor, il crocevia delle strade usate per i trasferimenti di armi pesanti. Missioni mai rivendicate che hanno dovuto fare i conti con la crescente presenza della Russia nel Paese, arrivando a sfiorare lo scontro nel 2018 quando, durante uno di questi raid, la contraerea di Assad per errore ha abbattuto un ricognitore di Mosca.
Il contingente putiniano però non ha voluto o non ha potuto ostacolare le attività israeliane: solo lo scorso anno le batterie hanno lanciato un missile S-300 contro i caccia in fuga. Non a caso, ieri dal Cremlino è arrivata la reazione più dura al bombardamento di Damasco.
Più misterioso il versante navale di questa operazione, con una serie di sabotaggi ai danni di petroliere e mercantili iraniani diretti verso i porti della costa siriana, spesso danneggiate con ordigni subacquei mentre erano ancora nel Mar Rosso. L’obiettivo di queste azioni è sempre stato quello di impedire la consegna di ordigni sofisticati a Hezbollah, nel timore che l’arsenale del movimento libanese venisse potenziato con armi a lungo raggio.
Non è chiaro quanti materiali bellici siano stati poi girati ad Hamas. Le immagini dell’assalto di sabato mostrano pochissimi equipaggiamenti di fabbricazione iraniana: lanciagranate e mortai, strumenti a bassa tecnologia che hanno contribuito a infliggere un colpo devastante a Israele. Ma c’è una certezza: la Siria oggi è la grande retrovia del fronte jihadista pronto a combattere al fianco dei palestinesi. L’intelligence in queste ore ha registrato gli spostamenti di gruppi sciiti iracheni e afghani che hanno rimpiazzato i battaglioni di Hezbollah rientrati in Libano: i rinforzi per presidiare il confine più caldo della crisi.