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I Fratelli Musulmani, Darrag: “Difficile mediare, Hamas vuole usare i civili come scudi contro Israele”

I Fratelli Musulmani, Darrag: “Difficile mediare, Hamas vuole usare i civili come scudi contro Israele”

Veterano dell’ala riformista, già a capo della Costituente con Morsi, vive in esilio in Turchia. “Se l’Egitto aprisse i confini la gente potrebbe andarsene, ma per al Sisi è difficile, i militari non vogliono accogliere i profughi”

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HEBRON (CISGIORDANIA) — «Ma certo che i leader erano stati informati. Non in dettaglio, magari. Non conoscevano il momento esatto dell’attacco. Ma a questi livelli, non è possibile che i tuoi comandanti non ti avvertano. Questa non è un’operazione minore: su questa scala, un’operazione militare è anche, inevitabilmente, un’operazione politica. Piuttosto, quello che Hamas non immaginava erano i mille morti israeliani. L’obiettivo erano gli ostaggi. Ma con mille morti, e morti uccisi così, casa a casa, per Israele ora cento ostaggi non sono rilevanti: la posta in gioco è troppo alta. Per cui, no: direi che non è in corso alcuna vera trattativa».

Raggiungiamo telefonicamente a Istanbul Amr Darrag, 65 anni, una delle voci più autorevoli del mondo islamista - analista ascoltato da emiri, re e presidenti, con la fama di non sbagliarne mai una: e soprattutto, sofisticato mediatore. Veterano dei Fratelli Musulmani, ala riformista e liberale, sempre autocritico oltre che critico, è stato a capo dell’Assemblea Costituente con Mohamed Morsi, e da anni, ormai, vive in esilio in Turchia, protetto da Erdogan: al-Sisi gli ha giurato morte. Parla restio, in queste ore, anche se come sempre, nell’ombra, ha un ruolo di primo piano, è amico fraterno di Khaled Meshal, leader storico di Hamas: gli islamisti vogliono che per una volta, i riflettori siano tutti sui palestinesi. Però, appunto: è egiziano. E l’Egitto è decisivo: controlla il confine di Rafah. Controlla l’unica via di fuga da Gaza. Ha le chiavi della crisi. Letteralmente.

«Se l’Egitto aprisse il confine, e i palestinesi andassero via, Israele potrebbe bombardare tutto con tutta la sua potenza. E cioè, con le bunker blaster. Le bombe da migliaia di tonnellate di tritolo che furono sganciate nel 2001 a Tora Bora, durante la caccia a Osama bin Laden, e che secondo Hamas, Israele ha avuto dagli Stati Uniti. Bombe capaci di ridurre in polvere il cemento dei tunnel. Al momento, quasi tutta Hamas sta sottoterra. Leader e combattenti. L’unico scudo, sono i civili che stanno sopra. Ma ovviamente, è brutale: è una cosa che nessuno avrebbe mai voluto si verificasse. E per cui Hamas sa che sarà fortemente contestata. Perché l’obiettivo è liberare Gaza, sì: ma anche i palestinesi. Se ti muoiono tutti, di bombe o di fame, che vittoria è?», dice. Tutto questo non era previsto. E ora Hamas si trova incagliata. Intrappolata. Fisicamente, e non solo.

È il controsenso di queste ore così drammatiche. Hamas ha sostanzialmente conquistato la Cisgiordania: mentre Mustafa Barghouti lima l’intesa per un nuovo governo di unità nazionale - in sostituzione di quello di Abu Mazen - a cui è impegnato da mesi, con Hamas infine attore alla pari degli altri, gli shabab, i combattenti, chiamano a una marcia sulla Muqata, sulla sede dell’Autorità Palestinese, perché il nuovo governo abbia una sorta di legittimazione popolare. Ma diversamente dalle aspettative, gli ostaggi non sono pedine di scambio. Con mille morti, Israele è più determinato che mai. E Hamas rischia di espugnare Ramallah: ma perdere Gaza.

È una corsa contro il tempo. A Gaza, il gasolio è agli sgoccioli. E il gasolio significa l’elettricità. E l’elettricità significa l’acqua. Senza cibo, si resiste anche per trenta giorni: ma senza acqua, per non più di tre. Ma obiettivamente, dice, per al-Sisi non è facile. «In Egitto, molti non vogliono i palestinesi: migliaia e migliaia di rifugiati, a cui la storia insegna che potrebbe non essere più concesso di tornare a Gaza - che poi, è il motivo per cui molti palestinesi per primi non vogliono andare via. Ha dubbi soprattutto l’esercito, che come è noto, al Cairo conta molto: è una specie di parastato. I rifugiati sono ovunque un fattore di tensione, e ancora di più in paesi come l’Egitto, con un’economia al collasso. La decisione davvero non è facile», spiega. «E per i mediatori, non è facile anticiparla: perché al-Sisi dipende molto dal sostegno esterno. È quindi è davvero complicato valutare da che parte si schiererà, e con quanta fermezza. Personalmente, penso che nell’immediato sia urgente aprire Rafah in senso inverso: e inviare aiuti», dice. «Perché la vita viene prima della politica».

Anche se in realtà, inviare aiuti non cambierebbe molto. Anzi. Consentirebbe alla guerra di durare di più. Di trascinarsi più a lungo. «Assolutamente», afferma. «Ma proprio per questo, per tutti noi, per tutti noi arabi, questo non è l’attacco di Hamas. Questa è una reazione. Una reazione a un’occupazione infinita. La ferocia di quanto è avvenuto, e che è indiscutibile, fa perdere lucidità. Ma dovreste dire a Israele di finirla con l’assedio di Gaza: non di crearne uno ancora più spietato. Altrimenti, eliminerà Hamas, sì. Ma tra un anno, due anni, dieci anni, si ritroverà con un’altra Hamas». «No. Non è l’Egitto ad avere le chiavi della crisi."

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