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Israele e l’arsenale nucleare: dall’ambiguità strategica alle rivelazioni di Vanunu, tutto quello che c’è da sapere

Israele e l’arsenale nucleare: dall’ambiguità strategica alle rivelazioni di Vanunu, tutto quello che c’è da sapere

Le armi atomiche del Paese, che non ha mai rivelato i dettagli del suo arsenale, sono un potere di dissuasione di fronte ai nemici nel Medio Oriente

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Gli esperti militari la chiamano in gergo Opzione Sansone, dal nome del celebre personaggio biblico: l’arsenale che fornisce a Israele un deterrente nucleare, ovvero lo strumento per impedire ad altre nazioni di lanciare un attacco con armi convenzionali o meno che abbia l’obiettivo e la capacità di distruggere lo Stato ebraico. Alla lettera, secondo il dizionario, deterrente è un mezzo la cui semplice esistenza o disponibilità consente di dissuadere un avversario da atti ostili verso chi lo possiede: un potere di dissuasione che costituisce l’estrema difesa per Gerusalemme e che i suoi nemici nel resto del Medio Oriente hanno ben presente nel momento in cui la guerra scoppiata a Gaza, in risposta all’attacco senza precedenti di Hamas del 7 ottobre, potrebbe scatenare un conflitto di più ampie dimensioni in tutta la regione.


La politica dell’ambiguità

Il governo israeliano non ha mai ammesso di avere armi nucleari, preferendo mantenere una politica di “deliberata ambiguità”, in base alla quale non conferma né smentisce di possederle. Ma secondo indiscrezioni che circolano da decenni, Israele avrebbe da 100 a 200 testate nucleari, con la possibilità di lanciarle da aerei, da sottomarini e da razzi, e sarebbe dunque entrata a fare parte del “club atomico”, la lista dei Paesi dotati di ordigni di questo tipo: che comprende Russia (5900 testate), Stati Uniti (5200), Cina (450 – ma in rapida crescita, con l’obiettivo di arrivare a quota 1000 entro qualche anno), Francia (290), Regno Unito (225), Pakistan (170), India (165) e Corea del Nord (30).


L’aiuto della Francia


Consapevole di essere una piccola democrazia di pochi milioni di abitanti, circondata da 200 milioni di arabi disseminati fra vari Paesi, inizialmente tutti determinati a fare scomparire Israele, lo Stato ebraico cerca di procurarsi l’arma nucleare fin da subito dopo la sua fondazione con la guerra d’indipendenza del 1948. Del progetto si occupa Shimon Peres, futuro ministro degli Esteri, premio Nobel per la pace, primo ministro e presidente, all’epoca direttore generale del ministero della Difesa israeliano e uno dei più stretti collaboratori di David Ben Gurion, primo premier di Israele. Il piano procede in due direzioni, entrambe tenute segrete: lo sviluppo di una centrale nucleare a Dimona, una base civile e militare nel deserto israeliano del Negev, in cui lavorano i migliori scienziati e tecnici ebraici; e la cooperazione con la Francia, che si dice disposa ad aiutare Gerusalemme a dotarsi della tecnologia e delle risorse necessarie a sviluppare un’arma atomica. “Dobbiamo la bomba a Israele per il debito che abbiamo nei loro confronti”, confida a uno dei suoi consiglieri il premier francese Guy Mollet, vergognandosi di averli abbandonati nella “crisi di Suez”, la guerra del 1956 in cui Francia e Gran Bretagna incitano Israele a conquistare la zona del canale, ma si ritirano precipitosamente su pressioni degli Stati Uniti, che temono ne risulti un conflitto con l’Unione Sovietica. Maurice Bourges-Maunory, suo successore, più tardi dirà al governo di Gerusalemme: “Vi ho dato la bomba per prevenire un altro Olocausto e permettervi di affrontare i tanti nemici che avete in Medio Oriente”. Nel 1958 il presidente francese Charles De Gaulle ha un ripensamento e minaccia di mettere fine alla cooperazione nucleare con Israele, ma una missione di Peres a Parigi riesce a ristabilirla.


Primi test e prime bombe


Il primo test nucleare viene effettuato con successo nel deserto del Negev nel 1963. Quando nel 1967 lancia l’attacco preventivo contro Egitto e Siria che sarebbe diventato noto come la guerra dei Sei Giorni, Israele dispone già di due bombe atomiche. Nel 1973, quando Egitto e Siria invadono Israele, cogliendola impreparata e avendo la meglio per i primi tre giorni di combattimenti, lo Stato ebraico possiede una dozzina di bombe nucleari. Nel timore che gli eserciti arabi continuino ad avanzare, un generale israeliano ricorda allora alla premier Golda Meir: “Abbiamo sempre le armi atomiche”. Ma Golda lo zittisce immediatamente: “Lascia perdere”. Per almeno due ragioni. La prima è che il conflitto si svolge ancora soltanto nelle alture del Golan e nella penisola del Sinai, due aree conquistate da Israele nella guerra del ’67, dunque fuori dallo Stato ebraico propriamente detto. Beninteso, il timore di soccombere, in un Paese geograficamente così piccolo, con le dimensioni di una regione italiana come l’Emilia-Romagna, è concreto. Dal quarto giorno comunque la controffensiva israeliana ha buon esisto, Gerusalemme vince anche la guerra dello Yom Kippur, come verrà ricordata quella del ’73, e la questione non si pone più. Da quel momento la superiorità militare di Israele nei confronti dei Paesi arabi diventa tale, a livello di armi convenzionali, da non rendere necessaria neppure l’ipotesi del ricorso a quelle non convenzionali per difendersi. Finché all’orizzonte, dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, si profila una nuova minaccia: l’Iran.


La dottrina israeliana


A parte la “deliberata ambiguità” sull’uso di armi nucleari, la dottrina israeliana in materia ha altri due concetti chiave. Il primo è l’affermazione che Israele “non sarà il primo a introdurre armi nucleari in Medio Oriente”, ovvero a utilizzarle: per Gerusalemme sono soltanto un’ultima risorsa, per l’appunto una forma di dissuasione, perché chiunque pensi di poter distruggere Israele deve sapere che, così facendo, verrebbe a sua volta distrutto, scomparendo sotto una pioggia di missili nucleari. I quali, basati su sottomarini, permetterebbero a Israele di compiere una rappresaglia anche nell’ipotesi che la sua intera superficie terrestre venisse annientata da un attacco nemico. E il secondo concetto è quella della contro-proliferazione nucleare in Medio Oriente, in virtù del quale Israele si sente autorizzato ad attacchi preventivi con armi convenzionali per impedire ad altri Paesi della regione di procurarsi armi nucleari, come ha fatto più volte colpendo installazioni e personale coinvolto nello sviluppo nucleare, in Iraq e in Iran. “Non permetteremo a Teheran di avere armi nucleari”, ha ribadito più volte il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nel corso dei negoziati internazionali sul controllo del programma nucleare iraniano, un programma con scopi civili secondo gli ayatollah, con scopi in ultima analisi militari secondo Gerusalemme. Se Israele si convincesse che l’Iran sta per avere un’arma nucleare, i suoi cacciabombardieri distruggerebbero la centrale che si appresta a produrla.


La rivelazioni di Vanunu


Il programma nucleare israeliano è venuto ufficialmente alla luce soltanto una volta, nel 1986, quando Mordechai Vanunu, un ex-tecnico della centrale nucleare di Dimona, in nome di presunte convinzioni pacifiste, racconta in un’intervista concessa al Sunday Times a Londra che lo Stato ebraico possiede armi atomiche, fornendo numerosi dettagli in proposito. Attirato in seguito con una trappola a Roma da agenti del Mossad, il servizio di spionaggio israeliano, Vanunu viene catturato e trasportato clandestinamente in Israele, dove ha ricevuto una condanna a 18 anni di reclusione per violazione di segreti di stato. Rilasciato nel 2004, è stato successivamente di nuovo arrestato e brevemente detenuto per violazione dei termini della libertà vigilata, che restringono la sua possibilità di andare all’estero e di avere contatti con giornalisti stranieri.

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