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Gaza, l’ora dello sconforto: l’esodo di massa frenato dalle bombe e dai miliziani

(afp)
La fuga complicata da strade devastate e benzina che scarseggia. Msf, allarme ospedali. Le testimonianze: «Non abbiamo più una casa, a Gaza è tutto distrutto. Dove sono gli arabi? Devono proteggerci, basta!»
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GERUSALEMME — C’è chi porta via i materassi. Chi stringe in braccio un cane. Chi cerca di calmare i bambini. Sono scene degne di un esodo biblico quelle che le agenzie internazionali e Al Jazeera trasmettono da Gaza in queste ore. I contatti con l’interno della Striscia si sono ulteriormente ridotti da ieri mattina, quando l’esercito israeliano ha trasmesso l’ultimatum con cui intima a un milione di residenti di lasciare la parte Nord dell’enclave. Alla mancanza di elettricità per ricaricare telefoni e computer si è aggiunta la fuga scatenata dall’avvertimento lanciato da Israele. Migliaia di persone si sono messe in strada: molte a piedi, con in mano buste di plastica per portare via poche cose. Alcune in auto, in un viaggio reso complicato dalla distruzione di molte strade nei primi giorni di bombardamenti e dalla mancanza di carburante, che da sabato, come ogni altra merce, incluse le medicine, non entra nell’enclave per effetto del blocco israeliano. «Per quanto tempo vivremo sotto le bombe e con la morte ovunque?», ha detto all’Afp Umm Hossam, 29 anni, con i suoi quattro figli e le guance coperte di lacrime.

Da quando Hamas ha attaccato Israele il 7 ottobre, uccidendo almeno 1.300 persone, in maggior parte civili, Umm Hossam è già scappata due volte: 4 giorni fa, in seguito ai primi bombardamenti, ha lasciato la sua casa per rifugiarsi da parenti. Ieri la nuova fuga in seguito all’ultimatum. «Non abbiamo più una casa, a Gaza è tutto distrutto. Dove sono gli arabi? Devono proteggerci, basta!», grida la donna ai giornalisti. «Nessuno pensa più al cibo, all’elettricità o al carburante. L’unica preoccupazione è farcela, restare in vita», dice scoppiando in lacrime durante un’intervista con l’Associated Press Nebal Farsakh, portavoce per la Mezzaluna palestinese a Gaza.

Volti come quello di Umm Ossam e di Farsakh ieri hanno riempito per tutto il giorno gli schermi di Al Jazeera, la televisione all news qatarina che da sabato dedica l’intera copertura a questo nuovo capitolo del conflitto israelo-palestinese. Come nei tempi della Primavera araba, Al Jazeera è tornata in primo piano in questi giorni: è il sottofondo costante nelle strade di Gerusalemme Est, la zona araba della città. Ma rimbalza dal Marocco alla Giordania, riportando di prepotenza sui tavoli di chi a lungo ha dimenticato la questione palestinese. «È una nuova Nakba», dicono i commentatori in studio, riferendosi alla “catastrofe” dei milioni di palestinesi costretti a lasciare le loro città e i villaggi al momento della creazione dello Stato di Israele, nel 1948. L’80% dei circa 2,4 milioni di abitanti della Striscia sono loro discendenti: o a loro volta rifugiati. E i volantini con cui l’esercito israeliano ha intimato alla popolazione di fuggire “immediatamente” verso Sud non hanno fatto che ricordarlo.

«Israele ha concesso all’ospedale Al Awda solo due ore per evacuare. Il nostro personale sta ancora curando i pazienti. Condanniamo inequivocabilmente questa azione, il continuo spargimento di sangue indiscriminato e gli attacchi all’assistenza sanitaria a Gaza», è il messaggio di Medici senza Frontiere, una delle organizzazioni più attive nell’area. Il gruppo (vincitore del Nobel per la Pace) è tornato a sottolineare la situazione drammatica in cui si trovano gli ospedali: senza scorte di medicinali e senza elettricità per tenere accesi i macchinari. Moltissimi medici, riporta la Ap, hanno scelto di restare negli ospedali, accanto ai pazienti che non possono essere evacuati. Particolarmente drammatica, secondo il racconto all’Ansa di Lucia Elmi, rappresentante Unicef per la Palestina, la situazione nell’ospedale di Shifa: «Medici, pazienti e personale sanitario non si sposteranno dall’ospedale di Shifa perché non possono farlo - ha detto - non riescono a spostare i malati, i bambini che sono nelle incubatrici, le partorienti e hanno deciso di rimanere li. Ci hanno fatto delle telefonate disperate».

Nel dramma si aggiunge il tentativo - riportato da testimoni ma non confermato - di Hamas di bloccare la fuga: quel che è certo è che il gruppo sin dalle prime ore della mattina ha invitato la popolazione a restare nelle proprie case, senza ascoltare la “pressione psicologica” degli israeliani. In tutto questo, resta aperta la questione degli ostaggi: secondo uno dei comandanti di Hamas che ha parlato con Al Jazeera, tredici di loro sono morti nei bombardamenti israeliani. Ci sarebbero alcuni stranieri di cui non è stata indicata la nazionalità. Ieri hanno iniziato a girare video che mostrerebbero bambini israeliani nelle mani di miliziani di Hamas. Veri? Falsi? Nella notte di Gaza distinguere verità e menzogna, fatti e propaganda è sempre più difficile.

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