La strada blu
di Carlo Bonini (coordinamento editoriale), Angelo Ferracuti. Coordinamento multimediale Laura Pertici. Produzione Gedi VisualPrima di iniziare il mio lungo viaggio sulla Strada blu verso la Carelia, dove c’è il confine tra la Finlandia e la Russia, a Oslo avevo incontrato Liv Aakvik, attrice del Tramteatret, lo storico gruppo di teatro politico norvegese fondato insieme all’ex marito Terje Nordby, un drammaturgo che ha collaborato anche con Dario Fo e Franca Rame. Ci eravamo dati appuntamento al Kaffebrenneriet in piazza Olaf Ryes, nel quartiere di Grünerløkka; vestiva di nero e aveva i capelli argentati, la kefiah intorno al collo, un paio di occhiali da sole dalla montatura scura, e la tenace dolcezza di sempre.
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L’ultima volta mi aveva parlato di un nuovo spettacolo in allestimento e del ritorno sulle scene dopo vent’anni del collettivo più trasgressivo e graffiante della Norvegia, che si ispirava al teatro di Brecht e di Kurt Weill. Un Faust socialdemocratico il quale, per accumulare ricchezza con l’estrazione del petrolio, vendeva l’anima al diavolo e raccontava anche di un Paese ipoc…
Prima di iniziare il mio lungo viaggio sulla Strada blu verso la Carelia, dove c’è il confine tra la Finlandia e la Russia, a Oslo avevo incontrato Liv Aakvik, attrice del Tramteatret, lo storico gruppo di teatro politico norvegese fondato insieme all’ex marito Terje Nordby, un drammaturgo che ha collaborato anche con Dario Fo e Franca Rame. Ci eravamo dati appuntamento al Kaffebrenneriet in piazza Olaf Ryes, nel quartiere di Grünerløkka; vestiva di nero e aveva i capelli argentati, la kefiah intorno al collo, un paio di occhiali da sole dalla montatura scura, e la tenace dolcezza di sempre.
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L’ultima volta mi aveva parlato di un nuovo spettacolo in allestimento e del ritorno sulle scene dopo vent’anni del collettivo più trasgressivo e graffiante della Norvegia, che si ispirava al teatro di Brecht e di Kurt Weill. Un Faust socialdemocratico il quale, per accumulare ricchezza con l’estrazione del petrolio, vendeva l’anima al diavolo e raccontava anche di un Paese ipocrita: un Paese sede del Premio Nobel per la pace, ma che aveva partecipato alle guerre in Afghanistan, in Iraq, e bombardato in Libia e in Siria. Adesso, invece, seduta vicino a me sul tavolino del caffè con il suo americano bollente stretto nel pugno non ha dubbi e mi spiazza: “È necessario dare armi all’Ucraina. Senza armi è impossibile fermare la guerra. Putin è un aggressore”.
Dice che l’unico partito norvegese contrario agli aiuti militari è quello che vota da anni, Rødt, il partito rosso - 4,7% alle ultime elezioni amministrative tenutesi un mese fa. “Quando i loro leader lo hanno annunciato in televisione ha suscitato un vero scandalo tra la gente, come fosse una eresia”, dice divertita, “ma sono davvero pochi; in una società ideale sarei anch’io contro le armi, però in questa situazione come potrebbe difendersi l’Ucraina senza?” Da ragazza ha partecipato alle manifestazioni contro la guerra del Vietnam, e l’ultima volta contro i bombardamenti in Libia. “Negli anni ’60 e ’70 c’erano grandi movimenti pacifisti, ma dopo il crollo del muro di Berlino sono spariti, almeno qui in Norvegia, così come sono scomparsi gli intellettuali. Adesso in televisione ci sono gli esperti”, dice tagliente e provocatoria ritrovando il tono caustico di una volta quando nei gruppi marxisti leninisti universitari era la voce ribelle di un canzoniere di lotta. Solo una cosa la infastidisce: “sono arrivati molti profughi ucraini, che siano i benvenuti”, dice, “ma sono accolti perché bianchi e cristiani, molto diversi da quelli che venivano dalla Siria o dal Libano”.
Racconti dalla Norvegia
“Nella memoria dei norvegesi”, mi ha raccontato Antonio Domenico Trivilino, presidente del Circolo degli italiani che vive da quasi mezzo secolo a Oslo nel quartiere di Majorstuen, “l’invasione in Ucraina si è sovrapposta inconsciamente a quella fatta dai russi in Norvegia durante la seconda guerra mondiale per combattere i nazisti”. Ma forse ha influito sull’immaginario collettivo anche la serie tv Occupied, scritta nel 2019 dal giallista Jo Nesbø e molto seguita dal pubblico: un thriller politico che immagina in un futuro prossimo la Norvegia occupata dalla Russia in seguito ad una crisi energetica che minaccia l’Europa. L’unica scrittrice che si è schierata apertamente contro la guerra è Vigdis Hjorth (in Italia i suoi romanzi sono stampati da Fazi), che ha partecipato in questi giorni a una manifestazione per la pace organizzata a Oslo da Stoppnato.no.
Sempre a Majorstuen, in un bar che si trova sulla Bogstadveien, la strada dei negozi di lusso che sbuca sul Palazzo Reale e poi verso il Teatro Nazionale e il porto di Aker Brigge, lo stesso giorno avevo incontrato anche Julia Wilhelmsen, politologa dell’Istituto di ricerca NUPI e vincitrice del premio Fritt Ord Award per l’indipendenza delle sue ricerche sul conflitto russo-ucraino. Una donna matura, dai capelli ricci castani e gli occhi verdi intensi, che era arrivata in bicicletta dal centro della città. “Secondo i miei studi l’opinione dei norvegesi nei confronti della guerra è cambiata moltissimo negli ultimi mesi”, mi aveva confessato, “in negativo: sia al sud che al nord del paese, in genere storicamente più morbido con la Russia, i norvegesi sono diventati molto più scettici nei suoi confronti”. Ma un conflitto così non se lo aspettava, “ci sono da sempre luoghi di tensione tra la Russia e il resto dell’Europa come l’Ucraina. Il conflitto è cominciato nel 2014, ma una guerra aperta così forte ha spiazzato tutti.”
Secondo lei l’opinione che hanno i norvegesi, alimentata dai media, è che questa sia una guerra di aggressione la cui colpa ricade solo nella Russia, e si innesca al ricordo che durante la Seconda guerra mondiale la Norvegia è stata invasa. “Proiettano l’esperienza norvegese di un paese invaso su quello che sta succedendo adesso in Ucraina, i russi sono gli invasori come lo sono stati i tedeschi qui”, questo è quanto risulta dalle sue ricerche. La sua riflessione però è diversa, naturalmente, e più articolata. “Da un punto di vista giuridico questa è una guerra di occupazione provocata da Putin, però poi bisogna anche valutare le cause che ci sono dietro, perché da una parte lui cerca di risolvere dei problemi interni del suo Paese, ma questa è anche una guerra imperialista”, dice mentre beve il suo caffè lungo di fronte a me seduti intorno a un tavolino d’angolo. “Un altro aspetto da valutare è la partecipazione sempre più attiva della Nato negli Stati che confinano con la Russia - Ucraina, Georgia, Moldova - e la paura del Cremlino di essere circondato e perdere il potere e l’influenza che ha avuto fino ad ora”, sostiene Julia Wilhelmsen decisa. “Oltre agli aspetti politico-militari, questi Stati vogliono entrare nel mercato comune europeo escludendo quello russo; quindi entra in gioco anche una componente economica”.
Le parlo di un libro di Lucio Caracciolo, La pace è finita (Feltrinelli), il quale sostiene che il 24 febbraio 2022 “è definitamente finita la fine della storia”, quella che nel saggio di Francis Fukuyama propagandava la Pax americana dopo il crollo del muro di Berlino e la cessazione della Guerra Fredda. Secondo lei invece è la fine della globalizzazione, la fine dell’idea che tutti gli Stati che vi prendevano parte avessero dei vantaggi: “si è arrivati a un frazionamento, adesso l’influenza economica deve essere esercitata direttamente sui Paesi stranieri in un regime di concorrenza spietato, con la paura costante di perdere la propria forza”.
Intanto però la Norvegia a causa di questo conflitto ha triplicato i profitti con la vendita dei combustibili fossili Equinor, il cui socio di maggioranza è lo Stato. Secondo le stime di Statistics Norway, le entrate totali derivanti dagli idrocarburi nel 2022 sono state pari a 1.457 miliardi di corone norvegesi (131 miliardi di euro), il guadagno più alto mai registrato di tutti i tempi e quasi il triplo di quello del 2021 (498 miliardi di corone). Lei dice che è vero, è proprio così. “Sarà una guerra lunga”, sostiene, “e non si prevede una vittoria di una parte o dell’altra. In questo momento gli Stati Uniti hanno deciso di inviare dei missili a lunga distanza, cosa che in principio non volevano fare, così adesso può diventare davvero una guerra tra la Nato e la Russia. C’è stato un cambiamento di posizioni, perché all’inizio gli americani erano riluttanti a fornire delle armi di qualità a lunga gittata, soprattutto dopo che l’Ucraina aveva riconquistato parte di territori e si poteva scendere a un compromesso di pace, ma non essendo avanzata abbastanza questa ipotesi è sparita; quindi gli Stati Uniti un passo alla volta hanno aumentato l’invio e la qualità delle armi, e l’esercito ucraino ha attaccato la Crimea, un cambiamento geopolitico importante perché Putin non può permettersi di perdere quei territori conquistati”.
Liv Aakvik e Julia Wilhelmsen
Secondo la studiosa il rischio è quello che in futuro il conflitto possa allargarsi e che possa scoppiare la terza guerra mondiale. “Putin può anche usare le armi atomiche – armi tattiche atomiche”, precisa, “tutti i Paesi scandinavi si stanno riarmando, in particolare la Finlandia. Anche se la Norvegia ha avuto sempre un atteggiamento duplice, mostrando ai russi la capacità di aggredire ma anche di non avere interesse allo scontro, tanto che sul suolo norvegese non ci sono basi militari con atomiche straniere”.
Ma proprio in Scandinavia lo scorso maggio si sono tenute le esercitazioni "Arctic Challenge 2023": 2.700 soldati, 150 aerei militari, gli eserciti di 14 Paesi, a Ørland in Norvegia (dove hanno partecipato anche i militari italiani), Luleå in Svezia, Rovaniemi e Pirkkala in Finlandia. “Sarà un bella giornata per la sicurezza del Nord Europa e per la Nato nel suo complesso”, aveva affermato qualche giorno prima il segretario generale dell’Alleanza, il norvegese Jens Stoltenberg, ex leader del Partito Laburista Arbeiderpartiet. “Putin ha intrapreso la guerra contro l’Ucraina con il chiaro obiettivo di avere meno Nato - ha sentenziato - e sta ottenendo esattamente il contrario”.
Il giorno dopo sono salito su una corriera per Trondheim che viaggiava di notte dormendo per quasi tutto il tragitto. L’unica volta in cui mi sono svegliato la strada tagliava una zona boscosa piena di alberi fitti e scuri molto spettrale che ho visto di lato dal finestrino; forse ho scorto anche le rotaie di una ferrovia, nel dormiveglia. Come capita molte volte, l’immaginazione si è sovrapposta alla realtà e a scie di sogni.
Una seconda corriera mi ha portato a Mo i Rana, lungo il viaggio l’incanto era comunque questo misto di terra, verde scuro dei boschi e dei prati delicati scoscesi di erba vellutata con le mucche pezzate al pascolo, giallo della terra dopo la mietitura e azzurro di un grande lago con le acque scure e gelate che brillavano. L’acqua spariva ma tornava sempre a tenderti degli agguati nell’intrico degli alberi, c’era sempre un lago a sorprenderti. Il giorno che ero partito continuavano a combattere, i russi stavano bombardando Odessa, mentre gli ucraini avevano colpito duramente la sede del ministero dell’Interno nella città di Kursk con un attacco di droni.
Al banco dell’autonoleggio del piccolo aeroporto di Mo i Rana mi aspettava il vichingo molto panciuto e biondissimo della Hertz, un barbone lungo e folto, con le chiavi della Yaris ibrida e automatica. Da poco era atterrato un piccolo aereo di colore verde, erano scesi una ventina di passeggeri. Non avevo mai guidato automobili con il cambio automatico, ho provato a dirglielo, ma lui ha risposto che ne aveva solo due disponibili, poi mi ha spiegato le tre operazioni fondamentali da fare manovrando il cambio: R retromarcia, P quando sei in osta, D per partire e accelerare. “Semplice, no?”. I primi chilometri ho inchiodato diverse volte, premendo forte il freno, rischiando di battere la testa sul vetro e farmi male, disorientato sono uscito dall’aeroporto e mi sono diretto verso Mo i Rana. Accostavo continuamente, cercando di domare la Yaris; ho inchiodato ancora un paio di volte, poi ho preso per la E12 che proseguiva per Umea - lì iniziava la Blå vägen.
Dovevo arrivare in serata a Umea, il mattino seguente avevo appuntamento con il politologo Niklas Eklund per un’intervista. Capitava molto spesso di accostare attratto da un paesaggio incantato di una bellezza struggente: dopo un tratto di alcuni chilometri lungo una strada costeggiata da abeti e betulle, all’improvviso vedevo un ponte e ai lati un lago e una lunga e fitta serie di boschi, oppure potevo incrociare piccoli sobborghi di poche case dimenticati da Dio, l’edificio di una scuola, una chiesa di legno candidamente bianca.
Eklund mi aspettava all’entrata della biblioteca dell’Università. Si trattava di un uomo basso dalla corporatura robusta, indossava una maglietta grigia e un paio di jeans. Mi accompagnò nel suo ufficio al terzo piano, ci accomodammo su due poltroncine di fronte alla sua scrivania seduti intorno a un piccolo tavolino basso. Disse che la vicinanza con la Russia qui a Umea era vissuta dalla gente come motivo di preoccupazione, “un senso di paura nei confronti del vicino forte”, così la definì, e poi il campo di battaglia è molto vicino, a mille chilometri in linea d’aria, siamo al nord della Svezia, si avverte “la percezione che l’intera Europa è in guerra” mi spiegò. “La guerra che si combatte adesso non è arrivata dal nulla, ci sono già stati dei segnali che si poteva sviluppare in questo modo, solo che nessuno si aspettava tutta questa violenza, il vero volto della Russia di Putin”, continuò a commentare. “Sono trent’anni che studio la Russia, è un tipo di guerra che non ci si aspettava in questa epoca, condotta contro le infrastrutture industriali e arterie stradali, contro bersagli civili. Una guerra che ricorda la seconda guerra mondiale, con la distruzione di interi paesi e l’uccisione di molte persone; inoltre ha bloccato i rifornimenti, soprattutto in Africa”.
Niklas Eklund, Docente di Sciienze politiche Università di Umea
Infatti ci si aspetta un impatto drammatico della guerra in Ucraina sui costi di beni primari, come cibo e grano, per alcuni Paesi che già vivono condizioni di insicurezza alimentare nell’Africa Sub-sahariana. “La Russia pensa che l’estensione della Nato sia una minaccia contro di loro, ma oltre a essere un’alleanza militare interpreta anche un modo di vivere legato al mondo liberale e alla libertà; forse proprio per questo Putin vede questo modo di vivere come una minaccia”. La gente in Europa dovrebbe preoccuparsi di più perché secondo lui la possibilità di impiego di armi nucleari è concreta, “una guerra batteriologica come in Siria”, precisa. Gli chiedo come andrà a finire, mi risponde che ci sono diverse possibilità. “La prima è che la Russia vince, indebolendo il mercato comune europeo, creando Stati autocratici in belligeranza tra di loro, con un modello autoritario di fondo. La seconda è una vittoria dell’Ucraina che riconquista i territori, l’immagine della Russia in ritirata sarebbe una brutta batosta per il putinismo”. La terza, per lui la più probabile, è che la guerra si prolunghi anche per molti anni fino ad un punto in cui si deve arrivare a un accordo, quando si sarà costretti a trovare una soluzione di pace, e “in questo caso sarebbe una vittoria della Russia perché dimostrerebbe che attaccare, creare uno stato di guerra, è una cosa che ti dà vantaggio” dice lo studioso.
Verso il confine finlandese
Finita l’intervista sono corso verso il porto dove partono i traghetti. Ho attraversato un quartiere residenziale fatto di villette e giardini, quando sono arrivato stava approdando proprio quello che sarebbe ripartito per Vaasa, era a pochi metri dalla banchina, solo una decina camion in attesa sotto la pioggia battente e una fila di automobili sulle corsie bagnate, piene di pozzanghere. Mi sono affrettato a fare il biglietto e subito dopo ho imbarcato la macchina. Il grande traghetto era semivuoto, oltre a me e qualche coppia di anziani un numeroso gruppo di eleganti studiosi universitari con appuntati sulle giacche o i tailleur i cartellini con la loro qualifica, gli uomini molto seriosi e incravattati, le giovani donne molto ben vestite, rigide di postura. Li avevo visti al bar mentre stavano bevendo un cocktail, e non potevo immaginare che per colpa loro sarei finito a dormire in strada, una cosa che non mi capitava ormai più da quarant’anni. Dagli oblò si scorgevano le acque scure e agitate e del golfo di Botnia, il mare infinito e tempestoso intorno. A causa di quel convegno non si trovava una camera d’albergo libera, le mie ricerche frenetiche sui siti fatte sul cellulare prima della partenza si rivelarono inutili. Una volta arrivato, attraversata la città dal porto per raggiungere il centro, prima di chiudermi in macchina e dormire pensai di cenare all’Amarillo, ma era in corso una festa per l’apertura dell’anno accademico, servivano solo bevande alle persone che si erano prenotate.
Vaasa era spettrale e deserta, i locali sulla piazza centrale, la piazza del mercato, tutti chiusi. C’era solo un pub aperto su un lato con dentro pochi malinconici avventori dalle facce paonazze e le labbra rossicce che stavano bevendo birra. Un vecchio con la barba bianca seduto su un tavolino esterno stava urlando “Mosca deve essere rasa al suolo, i russi non devono esistere più”, e anche “Satana perkele”, Satana all’inferno, la peggiore bestemmia che si possa dire nei Paesi protestanti come la Finlandia. Stava discutendo con lui il giovane Reidar, che era lì con la sua ragazza, mentre beveva una birra chiara: baffi e capelli biondi, un cappellino verde alla Lenin e un trench blu. Se vuoi capire cosa pensa la gente di questa guerra devi venire al pub, dopo tre pinte buttano fuori il rospo. Reidar dice “ogni guerra è inutile, ma la Russia è imprevedibile, non ci si può fidare, noi finlandesi che viviamo qui vicino alla frontiera abbiamo paura di essere coinvolti militarmente, e poi temiamo che possano essere usate bombe nucleari tattiche”. Dice che dopo anni di neutralità, successivamente all’aggressione russa, era giusto entrare nella Nato, “prima sarebbe stata una provocazione, ma adesso invece no, bisogna far capire a Putin che le cose sono cambiate. Solo che forse il governo doveva fare come aveva promesso un referendum, chiedere direttamente ai cittadini se fossero o meno d’accordo”. La ragazza sostiene che c’è un senso di paura nei confronti di quello che definisce “il vicino troppo forte”, soprattutto nel ricordo della Seconda guerra mondiale, quando hanno dovuto cedere l’istmo di Carelia e Viipuri - la seconda città finlandese - all’Unione Sovietica, “abbiamo paura che si possa estendere, l’entrata nella Nato a questo punto è un male necessario”.
La strada blu, Lisa Taskinen
A Kuopio il giorno dopo, prima di proseguire per Joensuu, incontrai Liisa Taskinen, una signora dai capelli grigi con la montatura degli occhiali a occhio di gatto, presidente e leader del Partito comunista finlandese, l’unico che si è opposto all’entrata del suo paese nella Nato. Negli anni ’70 ha studiato medicina a Leningrado dove si è laureata, parla russo e ha vissuto lì molti anni.
Mi ha raccontato che il suo piccolo partito ha avuto talmente tante scissioni che alcune non le ricorda neanche più. Secondo Taskinen la guerra ha provocato soprattutto problemi economici, “i turisti russi venivano nella mia città, Kotka, a fare acquisti, c’era una relazione molto forte perché arrivavano dalle terre di confine che una volta erano state finlandesi. Ma c’è anche un problema industriale”, dice, “questa è una zona dove ci sono molte industrie che producono la cellulosa, alcune hanno dovuto chiudere perché non hanno più ricevuto materiale grezzo dalla Russia; anche il porto è entrato in crisi, il traffico dall’Occidente si è interrotto e si sono persi molti posti di lavoro”. Lei dice che in questo momento non percepisce un senso di paura perché dopo l’attacco all’Ucraina i russi hanno spostato le truppe schierate sui confini nelle zone di guerra, ma le cose potrebbero cambiare da un momento all’altro.
“L'attacco russo all'Ucraina ha creato paura nella gente a causa della nostra storia in Finlandia perché molti pensano che saremo il prossimo bersaglio e pensano che la Nato sia necessaria per proteggerci. Noi del Partito comunista non la pensiamo così, la Nato non ci proteggerà ma renderà di nuovo la Finlandia un bersaglio”, questa è la sua posizione, “il vero carattere della Nato è che non è un'alleanza per la pace ma uno strumento imperialistico. La guerra aumenta perché le grandi potenze cercano di dividere di nuovo il mondo due parti”. Secondo lei bisogna avviare il prima possibile dei negoziati, “è fondamentale in questo processo la partecipazione dell’Europa che dovrebbe far sentire di più la sua voce.”
La sera arrivo stanco a Joensuu. La mia tana questa volta è a Onttula, a sei chilometri dalla città, ma ci sono dei lavori sulla strada. Vedo una parte transennata proprio vicino a un grande edificio e il navigatore mi fa girare a vuoto per una mezz’ora in un quartiere che confina con una zona militare, il più grande centro di addestramento finlandese per guardie di frontiera, ma alla fine riesco a imboccare la via grigia sterrata e raggiungere l’indirizzo. Quello che subito ho soprannominato “il bunker” si trova in un seminterrato, praticamente è una cantina diventata monolocale, le pareti tinteggiate di nero, il soffitto di cemento grezzo, una grande stanza con il divano e due letti pensili ficcati in uno stanzino, sulla sinistra la porta dalla quale si accede alla sauna.
Faccio un giro nei dintorni e incontro due uomini in una villetta vicina, stanno caricando la macchina per una battuta di caccia, catturano anche gli orsi in queste tundre artiche, il figlio dice che è “semplicemente una guerra stupida”, ma sono entrambi contenti che la Finlandia sia entrata nella Nato. Il padre anziano aggiunge irritato “non abbiamo mai avuto paura della Russia, e durante la Guerra d’inverno gli abbiamo tirato calci ai sovietici”. Quando gli parlo della barriera che stanno costruendo, il costosissimo muro di 200 chilometri sui 1.300 totali della frontiera (si stima che la struttura abbia un costo di circa 380 milioni di euro), si mette a ridere: “ma quale muro, è solo una recinzione metallica! Che fanno in carri armati quando arrivano lì, tornano indietro?”
La Strada blu
Invece Katri, la proprietaria del bunker, tornata da una corsa nel bosco, ancora accaldata mi racconta che in poco tempo in Finlandia è cambiata la situazione. “Prima il 65% delle persone era contrario all’entrata nella Nato, mentre adesso solo una esigua minoranza è sfavorevole; avrebbero dovuto fare un referendum, ma in questa situazione critica la maggioranza delle persone ha accettato questa scelta senza protestare. Abbiamo paura perché molti di noi hanno memoria della guerra che si svolse nel 1939, quando siamo stati invasi” dice ancora. Fu una guerra combattuta in questa zona di laghi e foreste, durante un inverno dove il termometro andò a -70 sottozero e nevicò continuamente e dove i cingolati dell’Armata Rossa furono messi a dura prova – le foto dell’epoca mostrano i soldati finlandesi a bordo di slitte trainate da renne o con ai piedi gli scii.
La sera giro per la piazza della città, solo negozi e catene della grande distribuzione globalizzata, piccoli centri commerciali. Una ragazza con la quale mi metto a parlare dice che “qui si parla molto di questa guerra tra i giovani, non è una vera e propria paura però siamo talmente a ridosso del confine che c’è sempre il pensiero che non ci possiamo fidare dei nostri vicini”, mi confessa, “però ragionando, ascoltando i notiziari o i politici poi ritroviamo la fiducia, anche se molti miei amici russi che vivono qui sono per Putin, perché la propaganda funziona, lì in Russia inventano le notizie false”. Anche i turisti che arrivavano qui a sciare o al Parco nazionale di Koli dopo l’inizio della guerra per paura non venivano più, racconta, “soprattutto italiani, tedeschi francesi, le aziende turistiche erano andate nel panico”, dice ancora, “poi passati un po’ di mesi sono tornati”.
A Polvijärvi, un paesino che sta a 20 chilometri da Joensuu, ho incontrato anche il console onorario italiano Loreno Dalla Valle - corpo e viso magro, capelli corti, svelto di lingua - lì dove si trova la sua azienda, aperta nel 1985, quella del vicentino che ha fatto scoprire ai finlandesi i funghi e ha creato un’economia reale che prima del suo arrivo non c’era. Cento punti di raccolta sparsi in tutta la Finlandia, dalla Lapponia fino a Helsinki, 1200 chilometri di territorio, e una media di 300mila kg di porcini (che nelle stagioni migliori, da luglio ad agosto, possono arrivare a 1,1 milioni). “Loro giocavano a calcio con i funghi, li chiamavano funghi delle vacche perché era solo un alimento per gli animali; ho iniziato a divulgare, farli conoscere, adesso abbiamo ventimila raccoglitori, perché in questo paese la foresta è di tutti, puoi andare a raccoglierli anche nel terreno del vicino”.
La strada blu, Loreno Dalla Valle
Una logistica di furgoni frigoriferi di “Dalla Valle Oy”, così si chiama l’azienda, li raggiunge dove vivono, vengono surgelati e successivamente venduti principalmente sui mercati tedesco e italiano. Era stato in Russia ai tempi di Gorbaciov e della Perestrojka, ma quando è arrivato Putin non si è fidato più e ha chiuso bottega. “La paura della guerra c’è” ammette, “soprattutto a vedere come ragiona Putin adesso, non come nel 1989 quando l’ho incontrato a Leningrado, era vice sindaco, adesso dai satellitari hanno visto che comunque c’è un movimento di truppe al confine”. Ma secondo lui non c’è una percezione di vero pericolo, e poi “il finlandese si adatta, non ha paura di niente, è nato nelle foreste”.
Dalla Valle è arrivato a Joensuu per seguire Ulla, la ragazza bionda che aveva incontrato durante un pedinamento quando era un brigadiere della finanza in servizio antidroga a Venezia, una pediatra finlandese che ha lavorato per molti anni nell’ospedale civile della città. “In tutta questa zona di confine i nuovi ricchi russi portavano 250 milioni di euro all’anno. Venivano da San Pietroburgo, dalla Carelia del Nord, hanno costruito case lussuosissime da milioni di euro. A Lappeenranta, vicino al valico, c’è un hotel gigantesco a sette stelle con il casinò, costato un miliardo di euro: adesso è in completa rovina, è stato dichiarato il fallimento”, mi ha raccontato seduto alla sua scrivania. “Prima tutti i giorni arrivavano dalla Russia treni e camion pieni di legname, e le foreste finlandesi venivano risparmiate. Da quando c’è il blocco questo non è stato più possibile, così migliaia e migliaia di ettari di tundra vengono tagliati per il fabbisogno delle cartiere, e naturalmente quando vedo una foresta rasa al suolo penso che per almeno cinquant’anni lì funghi e mirtilli non nasceranno.”
Lo stesso giorno incontrai anche il deputato del partito socialdemocratico Seppo Antero Eskellinen, eletto a Joensuu, che ha votato convintamente per l’adesione alla NATO in parlamento, “solo cinque su novantacinque membri erano contrari, siamo vicini, abbiamo 1300 chilometri di frontiera con la Russia, è stato importante questo passo” mi ha spiegato, “adesso qui la situazione economica è molto difficile perché la zona della Carelia che confina con la Russia ospitava moltissimi turisti, persone che venivano qui anche a fare degli acquisti, c’era un rapporto molto forte e scambi economici, culturali, a tutto questo si aggiunge una inflazione che ha colpito il nostro paese e l’aumento del costo dell’energia. Per quanto possibile il governo centrale ha cercato di aiutare la popolazione con sussidi speciali. Inoltre, parecchie industrie finlandesi” continua a dire, “avevano fatto grossi investimenti in Russia, che a causa della guerra sono andati perduti, questo è il prezzo che la nostra regione al confine sta pagando a causa di questo conflitto”.
La frontiera di Nirtala si trovava a 70 chilometri da Polvijärvi, ripresi la macchina e mi diressi da quelle parti viaggiando sempre sulla Strada blu: ancora boschi e solo boschi, una tundra di abeti alti dalle chiome giallastre e betulle, l’incanto di colori che in questo autunno pieno dal verde viravano al giallo, al rosso e all’arancio sui tronchi. Adesso i laghi erano scomparsi, era tutto e solo un infinito paesaggio di boschi, uno dietro l’altro, davanti e ai lati, infinite distese di alberi. Quella era la Carelia, dove finiva un mondo e ne cominciava un altro, e tra un po’ le intense nevicate avrebbero ricoperto i terreni e le foreste, cambiando tutto. Si sarebbe trasformata in un luogo magico.
La strada blu, Samuli Murtonen
Quando mi avvicino al posto di frontiera vengo subito avvistato, mi vengono incontro due guardie, un distinto ragazzo francese della Comunità europea, e un finlandese traccagnotto, calvo e paffuto, con la mimetica e la pistola sulla tasca laterale, il manganello ben visibile, il quale mi chiede i documenti. Dice che da una settimana c’è il divieto di entrata nel territorio finlandese per le auto con targa russa, i flussi sono praticamente nulli e c’è un’aria di surreale desolazione. La stazione di benzina e il motel che si trova a un chilometro da qui sono chiusi, le pompe sono coperte da robusti teli grigi, le rare automobili che transitano sono quelle di persone che fanno visita ai parenti o lavorano da una parte o dall’altra del confine. Quando riesco a parlare con il tenente colonnello Samuli Murtonen, un militare gentile e premuroso, mi conferma misurando le parole che è tutto “tranquillo e stabile, il numero di attraversamenti è limitato dalle sanzioni dell’Unione Europea e dalle decisioni prese dal governo”, però ammette: “la situazione è sotto controllo anche se innegabilmente tesa”, ma comunque potrebbe cambiare rapidamente e i militari finlandesi sono pronti ad affrontarla.
Quest’anno il numero di persone che hanno attraversato la frontiera in Russia e dalla Russia in Finlandia è stato leggermente superiore a 130mila fino al mese di luglio, l’anno precedente il numero corrispondente era stato di 250mila, quasi il doppio. Anche la costruzione del muro va molto a rilento, “il primo tratto della recinzione è stato sperimentato e costruito nella regione del sud-est, nell’area di Pelkola. In fasi successive verrà costruita anche qui nella regione della Carelia settentrionale. Finora i lavori non sono iniziati”, dice ancora con misurata compostezza, “ma presto inizieranno anche qui”.
Oltre il confine c’è la Russia che, come ha scritto Jonathan Littell nella corrosiva raccolta di articoli L’aggressione russa (Einaudi, 2023), “Putin è un uomo che nel XXI secolo fa una guerra del XX secolo per raggiungere obiettivi del XIX”, una nazione che “negli ultimi ventidue anni è caduta nelle mani di un regime demenziale, corrotto e totalitario”, e una guerra che ha già lasciato sul campo di battaglia 90mila soldati morti, 300mila feriti, e altri 13mila civili uccisi. Un grande paese che secondo lo scrittore e reporter americano “ha prodotto persone meravigliose, donne e uomini meravigliosi, umani e giusti. E merita qualcosa di meglio di questa banda di ladri che lo svaligia sotto la copertura illusoria di fantasie imperiali e che devasta i suoi vicini per mantenere il potere assoluto”.
Si ringraziano per la collaborazione Antonio Domenico Trivilino e Henrietta Macrì