Robot, sensori e algoritmi: l’IA per l’invasione di terra israeliana a Gaza
di Gianluca Di FeoDal 1948 la brigata Golani ha combattuto in prima linea in tutte le guerre di Israele e ha il record di medaglie al valore, ma nulla è stato drammatico come entrare a Gaza. Il 20 luglio 2014 è finita sotto il tiro incrociato nei vicoli di Shuja’iyya: un inferno di mine sotto i blindati e di edifici incendiati mentre i fanti li perquisivano, che in poche ore ha ucciso tredici soldati e ferito persino il comandante. La lezione non è stata dimenticata e da allora l’esercito si prepara a tornare nel labirinto della Striscia, una fortezza di palazzi, tunnel e miliziani votati al sacrificio. Lo farà contando su corazze e tecnologia: per la prima volta nella storia, i reparti d’assalto saranno preceduti dai robot e soprattutto guidati dall’intelligenza artificiale.
La fantascienza si materializzerà in una schiera di automi guerrieri: tank, ruspe, sminatori e mitragliere semoventi, tutte prive di equipaggio, ma non semplicemente telecomandate. Uno sciame di droni d’ogni dimensione – alcun…
Dal 1948 la brigata Golani ha combattuto in prima linea in tutte le guerre di Israele e ha il record di medaglie al valore, ma nulla è stato drammatico come entrare a Gaza. Il 20 luglio 2014 è finita sotto il tiro incrociato nei vicoli di Shuja’iyya: un inferno di mine sotto i blindati e di edifici incendiati mentre i fanti li perquisivano, che in poche ore ha ucciso tredici soldati e ferito persino il comandante. La lezione non è stata dimenticata e da allora l’esercito si prepara a tornare nel labirinto della Striscia, una fortezza di palazzi, tunnel e miliziani votati al sacrificio. Lo farà contando su corazze e tecnologia: per la prima volta nella storia, i reparti d’assalto saranno preceduti dai robot e soprattutto guidati dall’intelligenza artificiale.
La fantascienza si materializzerà in una schiera di automi guerrieri: tank, ruspe, sminatori e mitragliere semoventi, tutte prive di equipaggio, ma non semplicemente telecomandate. Uno sciame di droni d’ogni dimensione – alcuni piccoli come insetti, altri in volo ad alta quota – setaccerà il campo di battaglia con una moltitudine di sensori. Infrarossi per cogliere il calore dei corpi, laser per smascherare i nascondigli, radar che scoprono gallerie metri sotto la sabbia, antenne che localizzano cellulari e radio.
Una mostruosa quantità di dati e immagini verrà elaborata in tempo reale dagli algoritmi con un unico scopo: individuare i miliziani di Hamas e le trappole al tritolo. Nei cervelli elettronici dei robot, sugli schermi dei pachidermi d’acciaio che trasportano i fanti, nei visori sugli occhi di ogni singolo incursore arriveranno indicazioni nette su dove sparare, quali strade evitare e dove si trovano civili inermi.
Sarà un micidiale grande fratello bellico che renderà la percezione del combattimento estremamente simile a un videogioco: cerchi si illumineranno sopra una minaccia, in maniera da obbligare parà e carristi a concentrare l’attenzione su quel punto. Segni a forma di X lampeggeranno sopra le posizioni dei compagni, in modo da scongiurare il fuoco amico, che nell’operazione del 2014 ha causato numerose vittime.
L’idea viene attribuita a Daniel Gold, il capo del dipartimento ricerche del ministero della Difesa che ha realizzato “Iron Dome”. Nel 2011, dopo avere completato la cupola contro i razzi che seleziona i bersagli sempre grazie all’IA, si è dedicato agli algoritmi per gli scontri urbani: «Dall’interno dei mezzi che percorrono strade tra il fumo è impossibile rendersi conto della situazione: gli uomini sono sotto stress e bisogna decidere in frazioni di secondo se quella sagoma che si intravvede dietro a una porta è una donna con il figlioletto in braccio o un miliziano con un missile anti-tank. L’IA può confrontare in un attimo tutte le immagini e offrire un suggerimento. Poi sarà sempre l’essere umano a premere il grilletto».
Oggi aziende di Tel Aviv come Rafael ed Elbit offrono reti pronte all’uso. In parte, qualcosa di simile è stato sperimentato dagli americani a Sirte, la roccaforte libica dell’Isis, e soprattutto nell’assedio di Mosul, feroce capitolo finale del Califfato. Per espugnare la capitale di Daesh ci sono voluti quasi nove mesi, invece le colonne israeliane devono restare a Gaza il meno possibile: il tempo indispensabile per distruggere i tunnel dove sono chiusi comandi, razzi e armamenti. Quanto ci vorrà? Dipende dalla reazione. C’è la consapevolezza che la resistenza sarà terribile e Hamas lotterà con ogni strumento, dalle molotov ai disturbatori di frequenze radio. Come a Mosul, ci saranno ordigni ovunque: cariche sepolte in grado di far crollare palazzi sulle colonne nemiche e mine piazzate in ogni angolo.
Per questo gli israeliani dopo l’irruzione del 2014 hanno potenziato le protezioni dei veicoli – simili a canguri blindati – che porteranno i soldati nella Striscia, aumentando lo spessore delle corazze e dotandoli di laser per fermare i missili. La disfatta di una settimana fa però ha mostrato i limiti della tecnologia, con i tank Merkava IV, ritenuti i migliori al mondo, bruciati da un pugno di guerriglieri. Un monito chiaro sui rischi dell’attacco. Nove anni fa furono uccisi 66 combattenti israeliani e 644 palestinesi, questa volta sarà molto peggio. Lo dimostra il bilancio delle vittime civili a Gaza: oggi ha già superato i 1.489 morti di allora.