Israele, viaggio al centro del dolore. Ogni famiglia ha un funerale
dalla nostra inviata Francesca CaferriUn funerale ieri a Tel Aviv
GERUSALEMME — Shaha Zemach ha combattuto fino all’ultimo proiettile: ex ufficiale delle Forze armate israeliane (Idf) da anni guidava i quindici uomini della guardia volontaria del kibbutz Be’eri. Sabato 7 ottobre intorno alle 6,30 non ci ha messo molto a capire cosa stava succedendo intorno alla sua casa: «Ha radunato gli altri e sono usciti a combattere con quello che avevano. Prima le pistole: poi, quando sono riusciti a raggiungere il deposito dove li tenevano, i fucili. Hanno chiesto aiuto e nel frattempo hanno affrontato da soli gli uomini di Hamas. Strada per strada. Shaha ha resistito sette ore, aspettando rinforzi che non sono mai arrivati. Alla fine ha finito i proiettili: ed è stato ucciso». L’unico sopravvissuto della guardia è un volontario che, ferito, ha fatto finta di essere morto. «È lui che ci ha spiegato come è andata». A raccontarci la storia di Zemach è un suo amico, che preferisce non essere nominato per rispetto alla famiglia.
GERUSALEMME — Shaha Zemach ha combattuto fino all’ultimo proiettile: ex ufficiale delle Forze armate israeliane (Idf) da anni guidava i quindici uomini della guardia volontaria del kibbutz Be’eri. Sabato 7 ottobre intorno alle 6,30 non ci ha messo molto a capire cosa stava succedendo intorno alla sua casa: «Ha radunato gli altri e sono usciti a combattere con quello che avevano. Prima le pistole: poi, quando sono riusciti a raggiungere il deposito dove li tenevano, i fucili. Hanno chiesto aiuto e nel frattempo hanno affrontato da soli gli uomini di Hamas. Strada per strada. Shaha ha resistito sette ore, aspettando rinforzi che non sono mai arrivati. Alla fine ha finito i proiettili: ed è stato ucciso». L’unico sopravvissuto della guardia è un volontario che, ferito, ha fatto finta di essere morto. «È lui che ci ha spiegato come è andata». A raccontarci la storia di Zemach è un suo amico, che preferisce non essere nominato per rispetto alla famiglia.
Quando finisce di parlare caccia indietro le lacrime e si alza: deve partecipare alla shiva, (il periodo di lutto di sette giorni durante il quale la famiglia del defunto riceve i visitatori per le condoglianze) e salutare la moglie e i figli dell’amico morto. «Prima di venire qui – dice – ero stato ad un altro funerale: un altro amico, un altro ex ufficiale, ucciso a Kfar Aza, il cui corpo è stato consegnato ai familiari solo due giorni fa. Vorrei dirti che sta succedendo solo a me: ma non è così. Siamo un piccolo Paese: ci sono 1200 morti da seppellire. Da giorni migliaia di persone, come me, corrono da un funerale all’altro da Nord a Sud».
La partecipazione anche come solidarietà
Otto giorni dopo la strage del 7 ottobre, Israele continua a celebrare cerimonie di addio per le vittime dell’attacco di Hamas al confine con la Striscia di Gaza. Si piangono bambini e anziani, militari e intere famiglie. Su Facebook sono nati gruppi che invitano chi può a presentarsi ai funerali che si tengono vicino, per mostrare solidarietà alle famiglie e per assicurarsi che si possa pronunciare il kaddish, la preghiera per i morti che almeno dieci uomini devono intonare. Ma la preoccupazione per chi non aveva familiari nel Paese è sparita: i (pochi) voli in arrivo a Tel Aviv portano spesso parenti delle vittime che arrivano per le cerimonie funebri o per la shiva. E i giornali sono pieni di storie di esequie accompagnate da centinaia di persone che non conoscevano il defunto.
A Gerusalemme il centro del dolore è il cimitero militare del Monte Herzl, nella parte Ovest, a venti minuti di auto dalla Città vecchia. Qui sono sepolti i caduti di tutte le guerre e qui nell’ultima settimana i funerali si sono fermati soltanto durante lo shabbat. All’ingresso, i guardiani indicano i lotti più recenti, quelli allestiti in tutta fretta per fare posto ai 286 militari morti. Per scavare così tante tombe insieme il cimitero ha chiesto aiuto a volontari: anche in questo caso reclutati via social network. Nei giorni scorsi, giornali e televisioni si sono affollati qui: per questo ora la richiesta è di rimanere fuori.
Ancora giorni di lutto
May è stata qui due giorni fa a dare l’addio a suo cugino, un soldato che faceva parte della prima unità entrata a Kfar Aza quel sabato mattina. «Erano in otto. Hanno ricevuto l’ordine di andare al kibbutz ma nessuno dei loro comandanti ha spiegato loro cosa stava succedendo lì. In quel momento del resto non lo aveva capito nessuno: il risultato è che sono morti tutti nel giro di pochi minuti. Anche l’unità incaricata di coprirgli le spalle è stata annientata: altri otto ragazzi, che adesso sono sepolti a poca distanza».
I media israeliani scrivono che i funerali andranno avanti per giorni: nel centro di identificazione delle vittime che è nella base militare di Shura, nel centro del Paese, ci sono ancora centinaia di corpi rinchiusi in sacchi bianchi. Su alcuni ci sono scritti i nomi, altri restano anonimi: i rabbini non sono ancora riusciti a identificarli tutti, perché sono troppi. Anche ieri i volontari della Zaka, l’organizzazione religiosa che si occupa di ricomporre i corpi degli ebrei vittime di attentati, attacchi o incidenti, ne hanno portati alcuni. «Abbiamo finito di raccogliere tutto ciò che c’era a Kfar Azza», ci racconta Mendi, uno di loro, appena lasciata la base in direzione di Ashdod. «Era rimasto qualche corpo. Pensiamo si tratti di terroristi ma non ne siamo certi. Le donne, i bambini, gli anziani, li abbiamo portati via nei giorni scorsi. Quando fai questo lavoro pensi di essere abituato: ma il livello di orrore che ho visto è indescrivibile. Le bestie non fanno quello che ha fatto Hamas in quel kibbutz».