✕

Il vento dell’Isis: ecco come i terroristi stanno ricostruendo la rete organizzativa

La polizia nei pressi dello stadio di Bruxelles dopo l'attentato in cui hanno perso la vita due svedesi

 (agf)

Ascolta l'audio

Ci sono nuclei armati che in Medio Oriente, in Asia e soprattutto in Africa stanno riattivandosi. La macchina dell’odio sul web e sui social converte al radicalismo musulmani in Europa e in Nord America, trasformandoli in “lupi solitari” come l’attentatore di Bruxelles
4 minuti di lettura

Il vento del Califfato non si è spento con la caduta di Mosul e di Raqqa. La disfatta sul campo dello Stato islamico, con l’uccisione di migliaia di combattenti che da tutto il mondo sono accorsi in Siria e in Iraq, non ha fermato la macchina di morte jihadista. Ci sono nuclei armati che in Medio Oriente, in Asia e soprattutto in Africa stanno cercando di ricostruire la rete operativa dell’organizzazione. E soprattutto c’è una potente fabbrica dell’odio che si muove sul web e sui social, cercando di convertire al radicalismo musulmani in Europa e in Nord America, trasformandoli in “lupi solitari” come l’attentatore di Bruxelles.

Gli influencer del terrore

Daesh ha perso il suo Stato ma ha mantenuto una struttura digitale che sparge messaggi ossessivi per favorire il reclutamento. Tra il 2015 e il 2018 i bombardamenti della coalizione occidentale e gli assalti terrestri delle forze arabe hanno spazzato via le strutture militari del Califfato, ma il contrasto alla ragnatela della pro…

Il vento del Califfato non si è spento con la caduta di Mosul e di Raqqa. La disfatta sul campo dello Stato islamico, con l’uccisione di migliaia di combattenti che da tutto il mondo sono accorsi in Siria e in Iraq, non ha fermato la macchina di morte jihadista. Ci sono nuclei armati che in Medio Oriente, in Asia e soprattutto in Africa stanno cercando di ricostruire la rete operativa dell’organizzazione. E soprattutto c’è una potente fabbrica dell’odio che si muove sul web e sui social, cercando di convertire al radicalismo musulmani in Europa e in Nord America, trasformandoli in “lupi solitari” come l’attentatore di Bruxelles.

Gli influencer del terrore

Daesh ha perso il suo Stato ma ha mantenuto una struttura digitale che sparge messaggi ossessivi per favorire il reclutamento. Tra il 2015 e il 2018 i bombardamenti della coalizione occidentale e gli assalti terrestri delle forze arabe hanno spazzato via le strutture militari del Califfato, ma il contrasto alla ragnatela della propaganda online ha ottenuto risultati limitati. Eppure è stato questo lo strumento che ha permesso di mobilitare le risorse umane ed economiche che hanno moltiplicato la forza dell’Isis. “Lo Stato Islamico aveva messo in piedi una nuova forma di guerra jihadista, totalmente mediatica – ha sottolineato Andrea Manciulli nello studio “Il nemico silente” presentato dalla Fondazione Med-Or la scorsa settimana -. Questo era un ambito nel quale l’expertise di alcuni membri dei servizi segreti di Saddam Hussein, che si erano uniti a Daesh, era stata fondamentale, perché aveva permesso – usando un linguaggio familiare all’Occidente – di propagare in tutto il mondo l’immagine di uno Stato nascente, di una bandiera, di una vera e propria codificazione dell’ideologia. Si era creata, cosi, una Jihad globale mediatica che aveva prodotto un nuovo fenomeno, quello dei simpatizzanti, che, a migliaia di chilometri di distanza, si erano affezionati alla causa di una nuova patria del radicalismo. Questo è stato come un lievito per il jihadismo e ancora oggi non se ne comprendono fino in fondo le capacita complessive. Siamo di fronte, quindi, ad un enigma: quanto sarà capace tutto ciò di condizionare il futuro del jihadismo e del proselitismo in Europa?”.

L’attacco di Bruxelles offre una prima risposta. Le analisi iniziali mostrano l’azione non di un semplice “lupo solitario” ma di un embrione di cellula che lo ha sostenuto nel suo disegno, permettendogli di trovare un kalashnikov e di elaborare un piano che forse prevedeva l’infiltrazione allo stadio durante Belgio-Svezia, ripetendo il copione della notte del Bataclan scatenata a Parigi durante Francia-Germania. La rete mediatica di Daesh pare avere avuto un ruolo chiave anche nella designazione dell’obiettivo: contrariamente al killer che ha colpito in Francia pochi giorni fa, non si è cercato di cavalcare la situazione di Gaza. Isis ha sempre dedicato un’attenzione limitata alla causa palestinese. Il terrorista di Bruxelles infatti ha colpito gli svedesi per vendicare il rogo del corano, che le autorità di Stoccolma hanno permesso di bruciare in pubblico due volte un mese fa, considerando il gesto parte della libertà di espressione. La vicenda ha avuto enorme eco tra le comunità musulmane di tutto il mondo, provocando anche proteste diplomatiche, ed è stata amplificata proprio dalla comunicazione dell’Isis.

La Terra Promessa

Dopo la sconfitta a Mosul e a Raqqa capi e combattenti si sono dispersi in Siria ed Iraq per poi riprendere lentamente la loro attività. Oggi la situazione internazionale determinata dal conflitto in Ucraina e dal sovrapporsi di crisi locali sta frenando le operazioni per eliminare questi focolai. In particolare in Siria le tensioni tra Stati Uniti e Russia rendono difficili le missioni di sorveglianza e i raid contro la rinascita di Daesh. A settembre elicotteri statunitensi sono piombati sul covo di Abu Halil al-Fad’ani, ritenuto uno dei “facilitatori” del risorgimento jihadista: dall’inizio dell’anno ci sono state undici operazioni di questo tipo, condotte assieme alle truppe curde e siriane del Syria Democratic Front. Questo esercito parallelo però si trova sempre più spesso alle prese con gli attacchi turchi per prendere il controllo della fascia settentrionale sulla frontiera, complicando ogni iniziativa. E una situazione simile si sta verificando pure nel Kurdistan iracheno: per i veterani di Al Baghdadi si sta creando un’opportunità senza precedenti.

Il sogno di ricostruire il Califfato si spinge però oltre il Levante e tenta di trasformare i buchi geopolitici nei caposaldi di un nuovo dominio territoriale. Accade in Afghanistan, dove il ritorno al potere dei talebani non riesce a soffocare l’espansione dell’Isis nel Nord. Un polo dove stanno nascendo campi d’addestramento e si sparge l’influenza nelle ex repubbliche sovietiche confinanti: Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan.

Avviene nel Sinai, con l’esercito egiziano impegnato da anni nella lotta contro una formazione determinata e ben equipaggiata.
L’allarme più forte riguarda l’Africa centrale, la Terra Promessa del Daesh: una vera epidemia che porta formazioni fondamentaliste vecchie e nuove ad affiliarsi all’Isis in numerosi Paesi.

I predicatori sfruttano la povertà della popolazione, la fragilità e la corruzione dei governi, il senso di rivalsa contro il colonialismo francese per ingigantire le loro schiere. Mali, Burkina Faso, Mozambico sono l’epicentro di uno sciame sismico che si estende fino al Maghreb e minaccia direttamente l’Europa.

L’allerta Tunisia

Proprio in Tunisia da anni si sta sviluppando uno dei poli più forti del nuovo Daesh, che si muove indisturbato nelle piste lungo il deserto tra Algeria e Sahel, finanziandosi con traffici d’ogni tipo e attingendo armi dagli arsenali libici. Dalla Primavera araba in poi, la crisi economica e istituzionale del Paese ha spinto masse di ragazzi senza futuro ad aderire ai proclami di odio. Ci sono stati attentati clamorosi, come quelli al Museo del Bardo e sulle spiagge di Sousse che hanno fatto strage di turisti, compromettendo una delle risorse più importanti della nazione. E ci sono stati lupi solitari ingaggiati tra gli emigrati nell’Unione europea che hanno messo a segno colpi terribili: il più sanguinoso è stato il tir lanciato da Anis Amri sulle bancarelle di Natale nel centro di Berlino. Amri aveva vissuto a lungo in Italia ed è stato ucciso dalla polizia alle porte di Milano, dove stava cercando rifugio dopo l’eccidio.

La Tunisia è stata uno dei più grandi serbatoi di combattenti per il Califfato: l’Onu stima che cinquemila giovani abbiano raggiunto la Siria e l’Iraq tra il 2011 e il 2015. Mille sono riusciti poi a tornare in patria, altri ottocento risultano in prigione e circa duecento hanno ottenuto la scarcerazione. In alcuni distretti, in particolare nelle montagne di Kasserine sul confine algerino, nei dintorni di Sousse e nelle periferie della capitale, il movimento jihadista ha una diffusione crescente, che trova linfa nell’assenza di lavoro: una generazione senza futuro viene bombardata dai messaggi dell’Isis, in Tunisia e nel resto d’Europa, che vuole radicalizzarla e trasformarla in un’arma per scatenare un conflitto ideologico, nel tentativo di incunearsi nelle vicende politiche e sociali del continente.

“Sarà una stagione – anticipava il dossier realizzato da Andrea Manciulli - nella quale il tentativo di compiere attentati strutturati e organizzati conviverà con attentatori singoli, lupi solitari e tentativi di attacchi artigianali e rudimentali.

Quello che conta è alimentare la sensazione di insicurezza alla base della logica dello scontro interno ad una società che vorrebbe recuperare l’identità propria della cultura europea, in antitesi all’emergere di un radicalismo che si vuole associare all’immigrazione e alla presenza di popolazioni provenienti dal Sud del mondo. E proprio questa dinamica che fa dell’Europa il palcoscenico naturale del terrorismo”.

Una previsione che rende alti i rischi anche per l’Italia. L’efficacia delle forze dell’ordine e le caratteristiche delle comunità di immigrati, meno presenti nei centri urbani rispetto a Francia e Belgio, dal 2001 ha evitato che le falangi jihadiste spargessero sangue il nostro Paese. Adesso il quadro demografico è cambiato: nel mirino delle reti mediatiche fondamentaliste ci sono molti giovani cresciuti nelle nostre periferie. Inoltre il tema dell’immigrazione tiene banco nello scontro politico, proprio con il boom di sbarchi dalla Tunisia. Mentre le misure studiate per contrastare la radicalizzazione nei penitenziari e nei luoghi di culto non sono mai state trasformate in legge e non è stata messa in campo una prevenzione contro i predicatori d’odio online.

Leggi i commenti