“Non volevano colpire gli italiani, noi decisivi per la pace in Libano”
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoBASE ITALIANA DI SHAMA (LIBANO) — La pace, quella pace ora fragilissima, qui l’hanno costruita anche loro: i militari italiani che da 17 anni operano con i colleghi di altri 15 Paesi nella missione Unifil nel Sud del Libano, una striscia di terra controllata da Hezbollah — che fa da copertura ai gruppi palestinesi Hamas e Jihad Islamica attivi qui — ma dove convivono, in piccoli villlaggi, sciiti, sunniti, cristiani, maroniti, ortodossi. Da giorni ci sono continui scontri a fuoco tra il movimento libanese e l’esercito israeliano in diversi punti del confine, un crescendo di razzi e artiglieria. E il rischio che da qui si apra un nuovo fronte di guerra è realissimo.
Il generale di Brigata Giovanni Brafa è il comandante di tutto il settore Ovest di Unifil. Lo incontriamo nella base degli italiani a Shama, un piccolo villaggio a pochi chilometri dal confine e a circa 11 da Naqoura, dove c’è il comando generale della missione Onu. I circa 1.100 soldati italiani, uno dei contingenti più n…
BASE ITALIANA DI SHAMA (LIBANO) — La pace, quella pace ora fragilissima, qui l’hanno costruita anche loro: i militari italiani che da 17 anni operano con i colleghi di altri 15 Paesi nella missione Unifil nel Sud del Libano, una striscia di terra controllata da Hezbollah — che fa da copertura ai gruppi palestinesi Hamas e Jihad Islamica attivi qui — ma dove convivono, in piccoli villlaggi, sciiti, sunniti, cristiani, maroniti, ortodossi. Da giorni ci sono continui scontri a fuoco tra il movimento libanese e l’esercito israeliano in diversi punti del confine, un crescendo di razzi e artiglieria. E il rischio che da qui si apra un nuovo fronte di guerra è realissimo.
Il generale di Brigata Giovanni Brafa è il comandante di tutto il settore Ovest di Unifil. Lo incontriamo nella base degli italiani a Shama, un piccolo villaggio a pochi chilometri dal confine e a circa 11 da Naqoura, dove c’è il comando generale della missione Onu. I circa 1.100 soldati italiani, uno dei contingenti più numerosi, hanno un compito delicatissimo: monitorare la linea blu, la demarcazione tra Israele e Libano, e aiutare a mantenere la pace in un contesto ad alta tensione. I loro interlocutori sono l’esercito libanese e l’esercito israeliano.
«C’è stato un intensificarsi degli scontri a fuoco tra Hezbollah e l’esercito israeliano, ma per adesso siamo ancora all’interno di un paradigma di azione e reazione», spiega il generale Brafa. «Molti dei colpi finiscono in aree disabitate e anche dall’altra parte i proiettili non fanno grossi danni. Non vedo una volontà di escalation da nessuna delle due parti». Un nuovo conflitto, avverte il comandante, «vorrebbe dire perdere tutto quanto è stato costruito in 17 anni». Domenica sera, per un attimo, si è temuto che potesse davvero succedere. Poco dopo il tramonto, un razzo ha colpito il lato Nord del quartier generale a Naqoura. Nessun danno, per fortuna. «Stiamo completando le nostre indagini ma sono convinto che non è stata un’azione voluta, intenzionale. Il razzo è partito in prossimità del campo rifugiati di Tiro», il campo di Rashidieh. «Forse è stato sparato dai palestinesi, non da Hezbollah. Era diretto verso il Sud. È stato deviato, probabilmente anche a causa delle condizioni meteorologiche. Un altro è finito in mare. Ma ripeto non vedo una volontà di escalation e questo mi consente di dire che non siamo un obiettivo».
L’Onu, da cui dipende la missione, per adesso non ha cambiato le regole di ingaggio e quelle che in gergo si chiamano di Force Protection. Sono state implementate con alcune misure per ridurre al massimo i rischi. «Abbiamo riorientato le attività lungo la blue line: dove presumibilmente ci sono lanci di razzi si sono ridotti i pattugliamenti a piedi», spiega il comandante Brafa. Se c’è una probabile minaccia, il personale non strettamente necessario alle attività sul terreno torna alla base. Se c’è un attacco con risposta, tutti i soldati devono scendere nei bunker. Il momento è delicato, ma Brafa e i suoi sentono tutta la responsabilità di una missione ora più che mai cruciale. «Le procedure che abbiamo sono efficaci, la situazione è tesa, volatile, ma il nostro compito è lavorare perché si torni alla normalità». Un lavoro che non è solo strettamente militare. Qui i soldati fanno anche da cerniera, da ponte. Tra comunità, tra leader locali, una tela essenziale alla pace. «Noi siamo imparziali, la neutralità è il principio di Unifil. Io incontro i sindaci, i capi religiosi, e tutti ne riconoscono l’importanza». Dalla base del contingente si vede la collina del villaggio di Shama, un pezzo dell’incredibile mix che è il Libano: il castello di Shama, una fortezza costruita dai crociati per controllare la visuale fino a Tiro, a Nord, e alla costa di Haifa, a Sud, svetta accanto al santuario del profeta Shamoun, una meta importante di pellegrinaggio per gli sciiti. Anche sulla collina c’è un pezzo di Italia, quella che ha finanziato il restauro del Castello.