Una sola tanica d’acqua a famiglia, “Non resta più tempo, salvateci”
di Sami al-AjramiVALICO DI RAFAH (STRISCIA DI GAZA) — Non c’è più tempo. Gli aiuti stipati da giorni sui camion dall’altro lato del valico al confine fra Gaza e l’Egitto devono entrare al più presto. Perché nella Striscia è soprattutto emergenza acqua. Qui nel Sud, dove sono già sfollate un milione di persone, è ormai razionata al minimo. E l’attività principale degli uomini è diventata cercarne di potabile. Te ne accorgi ovunque, tutti girano con le taniche in mano. Chi scrive, ieri è riuscito a procurarsene 40 litri: da dividere fra i 17 componenti della famiglia, rifugiatasi tutta insieme in un edificio a due piani affacciato su una spiaggia nei sobborghi di al-Zawaideh dove la bellezza del mare contrasta con la disperazione del momento. Ciascuno di noi ha a disposizione poco meno di un litro e mezzo a testa con cui fare tutto: bere, cucinare, lavarsi, andare al gabinetto. Per questo ogni famiglia si è data regole strettissime. Le madri controllano quanta ne consumano i bambini. Si beve a orari sta…
VALICO DI RAFAH (STRISCIA DI GAZA) — Non c’è più tempo. Gli aiuti stipati da giorni sui camion dall’altro lato del valico al confine fra Gaza e l’Egitto devono entrare al più presto. Perché nella Striscia è soprattutto emergenza acqua. Qui nel Sud, dove sono già sfollate un milione di persone, è ormai razionata al minimo. E l’attività principale degli uomini è diventata cercarne di potabile. Te ne accorgi ovunque, tutti girano con le taniche in mano. Chi scrive, ieri è riuscito a procurarsene 40 litri: da dividere fra i 17 componenti della famiglia, rifugiatasi tutta insieme in un edificio a due piani affacciato su una spiaggia nei sobborghi di al-Zawaideh dove la bellezza del mare contrasta con la disperazione del momento. Ciascuno di noi ha a disposizione poco meno di un litro e mezzo a testa con cui fare tutto: bere, cucinare, lavarsi, andare al gabinetto. Per questo ogni famiglia si è data regole strettissime. Le madri controllano quanta ne consumano i bambini. Si beve a orari stabiliti. E mancando anche il cibo, si mangia solo una volta al giorno, a pranzo, perché di sera non c’è luce elettrica. Da due giorni non si trova nemmeno più pane: il pasto consiste in riso e cibo in scatola, carne o fagioli, quanto basta per sopravvivere, non per placare la fame. In strada chiunque gira con taniche in mano. Israele domenica aveva detto di averla riallacciata: lo ha fatto in aree remote, già evacuate o pericolose. Ma di fatto manipola le informazioni sull’aiuto umanitario che sta effettivamente dando. In realtà non sta dando nessun tipo di aiuto ai civili.
La notizia che il valico sarebbe stato aperto dalle 9 alle 17 di ieri per far uscire chi ha passaporto o cittadinanza straniera con le famiglie, ha convogliato nell’area, centinaia di persone: speranzose di potersi finalmente mettere in salvo fuori da questa gabbia. Tra loro moltissimi bambini. Accampati alla meno peggio, questi palestinesi “fortunati” perché hanno la doppia nazionalità, stringono fra le mani i documenti che possono rappresentare la salvezza. Ma davanti al check point del confine sbarrato da blocchi di cemento, col passare delle ore, il caos si è fatto indescrivibile. Uomini urlanti ovunque, liti per un nonnulla fra donne esauste coi bambini piangenti e affamati in braccio e attaccati alle gonne. E insopportabile è anche il rumore dell’artiglieria vicino in modo inquietante – e infatti un attacco aereo arrivato senza preavviso ha colpito una casa proprio nella zona, provocando altri 5 morti e 15 feriti – insieme al ronzio di droni ed elicotteri.
Queste persone sanno di essere tutte a rischio. Un razzo potrebbe colpirle, sono allo scoperto, non hanno rifugi. Ma non si allontanano, non se ne vanno, pure se hanno paura. Il valico potrebbe essere aperto in qualsiasi momento: e richiuso dopo poco per un qualunque motivo. Sono ansiosi: dovranno riuscire a cogliere l’attimo, potrebbe essere questione di poche ore. Non vogliono rischiare di essere altrove e dunque non si riparano, non si mettono al sicuro, non pensano minimamente di tornare indietro.
Al valico, in attesa, ci sono pure gli operatori della Mezza Luna rossa palestinese: pronti a prendere in consegna gli aiuti. Hanno un piano logistico, sanno dove portare ogni cosa. Ma purtroppo, nonostante l’accordo stretto, ieri l’attesa apertura non c’è stata. Secondo alcune voci, Israele ha rifiutato di garantirla perché vuole che ci siano suoi militari al confine: per vagliare chi esce e accertarsi siano effettivamente solo persone con passaporto straniero. Ed esaminare cosa entra.
Che non c’è più tempo, lo dice pure l’Organizzazione Mondiale della Sanità: «Restano scorte di acqua e carburante per 24 ore. Se non arriveranno gli aiuti, sarà una catastrofe. I medici possono già iniziare a scrivere i certificati di morte. Manca tutto, serve tutto. L’acqua e il cibo, insieme a medicine e strumenti medici. E serve benzina: non c’è più elettricità da nessuna parte e se gli ospedali ancora funzionano è solo grazie ai generatori. Entro poche ore ogni scorta di carburante sarà esaurita e malati e feriti attaccati alle macchine cominceranno a morire».
Nelle ultime ore sono arrivate altre cattive notizie: domenica sera un gruppo di vigili del fuoco che cercavano di domare un incendio è stato colpito da un razzo. Sono morti in sei. Lunedì mattina è stata invece centrata un’ambulanza: a restare ucciso, questa volta, è stato l’intero team medico. Sono azioni che stanno terrorizzando chi è rimasto a Gaza City e al Nord per non abbandonare le proprie case: cominciano a capire che non c’è modo di restare, Israele muoverà la gente con la forza o la ucciderà. La situazione si fa sempre più insostenibile: non c’è più tempo davvero.