Attentato di Bruxelles, dalla Sicilia a Bologna poi l’alert della Digos: “Quel ragazzo è pericoloso”
di Giuliano FoschiniNon è accaduto lunedì sera, per le strade di Bruxelles. L’attentato terroristico che ha ammazzato due innocenti tifosi svedesi per le strade della capitale del Belgio è cominciato dodici anni fa quando Abdesalem Lassoued è arrivato in Europa, su un barcone attraccato sulla banchina di Porto Empedocle. Il terrorista Lassoued ha cominciato a costruirsi lì: in Italia, prima. In Svezia, Norvegia e Belgio, poi.
Chissà cosa cercava. Di certo ha trovato decreti di espulsione, emarginazioni, carceri, centri per il rimpatrio, reati, sempre e comunque tonnellate di odio. Non a caso la storia di Lassoued è assai simile a quelle di decine di altri attentatori d’Europa, lupi solitari che caricati da terroristi islamici si sono trasformati in armi umane: erano così gli attentatori del Bataclan. È stato così Anis Amri, il ragazzo sbarcato in Italia che il 19 dicembre del 2016 uccise 12 innocenti a Berlino lanciando un furgone contro i mercatini di Natale.
Non è accaduto lunedì sera, per le strade di Bruxelles. L’attentato terroristico che ha ammazzato due innocenti tifosi svedesi per le strade della capitale del Belgio è cominciato dodici anni fa quando Abdesalem Lassoued è arrivato in Europa, su un barcone attraccato sulla banchina di Porto Empedocle. Il terrorista Lassoued ha cominciato a costruirsi lì: in Italia, prima. In Svezia, Norvegia e Belgio, poi.
Chissà cosa cercava. Di certo ha trovato decreti di espulsione, emarginazioni, carceri, centri per il rimpatrio, reati, sempre e comunque tonnellate di odio. Non a caso la storia di Lassoued è assai simile a quelle di decine di altri attentatori d’Europa, lupi solitari che caricati da terroristi islamici si sono trasformati in armi umane: erano così gli attentatori del Bataclan. È stato così Anis Amri, il ragazzo sbarcato in Italia che il 19 dicembre del 2016 uccise 12 innocenti a Berlino lanciando un furgone contro i mercatini di Natale.
Lassoued, dunque. Arrestato giovanissimo in Tunisia, a Sfaz, per reati di tipo predatorio, nulla che avesse a che fare con il terrorismo anche se, oggi, persone che lo hanno conosciuto e che sono state interrogate dagli investigatori belgi hanno raccontato che il suo percorso di radicalizzazione potrebbe essere cominciato proprio lì, nelle carceri tunisine. A liberare Abdesalem non è il fine pena ma la “primavera araba” del gennaio 2011: la rivolta di piazza gli consente di uscire dalla galera. E di andare, perché non aveva più alcuna intenzione di restare. Sale così su un barcone in direzione Italia dove arriva qualche giorno dopo.
Bruxelles, l'attentatore in sella ad uno scooter con il fucile in mano: la fuga ripresa da un residente
Qui cominciano le sue prime tracce in Italia con un’identificazione della polizia a Porto Empedocle. Con in tasca una richiesta di asilo, immediatamente presentata, però Lassoued va. Non vuole restare in Italia ma deve raggiungere alcuni amici in Norvegia. Lo fa. Arriva ad Oslo dove però le cose non vanno come aveva immaginato: l’esperienza dura pochissimo, i piccoli reati, la mancanza dei documenti lo portano a un’espulsione e , come prevede il trattato di Dublino, al rientro in Italia. Le intelligence, in quel momento, non hanno alcuna informazione specifica su quel ragazzo tunisino: lo conoscono meglio le polizie di quartiere, che lo classificano come un piccolo bandito di strada. In Italia ci resta poco. Quasi nulla. Lassoued riparte, ancora una volta in direzione Nord.
E questa volta punta la Svezia dove si stabilisce, insieme con alcuni suoi connazionali. Il canovaccio è lo stesso: piccoli reati di strada, un po’ di spaccio e un attaccamento alla propria terra che in realtà comincia a fare rima con il fanatismo religioso. Lassoued fa il tifo per lo Stato islamico.
In alcune conversazioni ancora reperibili sulla rete si augura nuove crociate, spera in un’invasione musulmana d’Europa, non nasconde le sue ragioni di odio verso un Continente che lo ospita ma non lo ha accolto. Il tunisino vive in Svezia praticamente come un homeless. E a novembre del 2014, quasi due anni dopo il suo arrivo, Stoccolma dopo un controllo per strada lo espelle. Direzione, ancora una volta, Italia. Un aereo lo porta a Torino dove però il terrorista tunisino resta pochissimo. Va subito a Bologna dove ha alcuni amici. Che gli consigliano di presentare una richiesta di asilo, siamo al giugno del 2014.
La risposta tarda ad arrivare e così Lassoued si stabilisce in città. Comincia a frequentare la moschea ed è proprio da suoi alcuni amici islamici che arriva una segnalazione alla Digos della città: «Quel ragazzo – raccontano – parla di jihad. Dice di voler andare a combattere. Secondo noi è pericoloso». La polizia comincia ad approfondire e, vista anche la pericolosità della situazione in un contesto europeo sempre più difficile, a ottobre del 2016 viene firmato il suo decreto di espulsione. Non può restare in Italia.
Viene così accompagnato al Cie di Caltanissetta per far ritorno in Tunisia. Prima però la polizia fa un passaggio: informano della situazione quattro paesi dove Lassoued poteva avere amici, e cioè Belgio, Inghilterra, Norvegia e Svezia. Quella informazione, si scoprirà ora, resta però lettera morta. Intanto il terrorista, però, nel Cie italiano resta poco. Presenta ricorso contro l’espulsione. Il tribunale fissa l’udienza a gennaio, troppo in là, e così i giudici dispongono la sua liberazione.
Da quel momento il tunisino farà perdere all’Italia le sue tracce: resta in contatto con qualche vecchio amico, per lo più per parlare di documenti scaduti, e poco più. Questo per lo meno fino alla sera di lunedì quando, davanti al giallo svedese, è riesplosa la sua rabbia («li aspettava, chissà da quanto: non è stato un caso», dice una fonte dell’intelligence) e la polizia italiana ha ripreso quel fascicolo per indagare sui vecchi amici di quel tunisino che in Europa aveva fatto il pieno di fanatismo, odio e frustrazione. Gli ingredienti perfetti per costruire un terrorista.