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La missione di Biden nell’ora più difficile di Israele

(afp)
La difficile visita del presidente Usa a Tel Aviv dopo la strage all’ospedale di Gaza. Gli Stati Uniti si rendono conto della debolezza del governo Netanyahu e intervengono nel vuoto di potere nel Paese
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Per loro stessa natura, le guerre possono prendere svolte impreviste. È successo martedì notte, quando in un ospedale di Gaza sono rimasti uccisi centinaia di palestinesi. Hamas e il mondo arabo hanno affermato che la colpa è di un missile israeliano. Israele, d’altro canto, ha messo a disposizione un file audio convincente e altre prove secondo cui a provocare la tragedia è stato un razzo palestinese difettoso.

Si è soliti dire che la verità è la prima vittima della guerra. In effetti, conoscere la verità su quanto è accaduto all’ospedale adesso non importa. Quello che importa sono le implicazioni dell’episodio.

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden è arrivato a Tel Aviv mercoledì 18 ma il suo programma di un vertice con le autorità di Giordania, Egitto e Autorità Palestinese è stato cancellato. Biden accetta la versione di Israele e la sua visita è un gesto di solidarietà e supporto. Il suo compito di mediatore della fine della guerra, invece, adesso è più complicato.

La pr…

Per loro stessa natura, le guerre possono prendere svolte impreviste. È successo martedì notte, quando in un ospedale di Gaza sono rimasti uccisi centinaia di palestinesi. Hamas e il mondo arabo hanno affermato che la colpa è di un missile israeliano. Israele, d’altro canto, ha messo a disposizione un file audio convincente e altre prove secondo cui a provocare la tragedia è stato un razzo palestinese difettoso.

Si è soliti dire che la verità è la prima vittima della guerra. In effetti, conoscere la verità su quanto è accaduto all’ospedale adesso non importa. Quello che importa sono le implicazioni dell’episodio.

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden è arrivato a Tel Aviv mercoledì 18 ma il suo programma di un vertice con le autorità di Giordania, Egitto e Autorità Palestinese è stato cancellato. Biden accetta la versione di Israele e la sua visita è un gesto di solidarietà e supporto. Il suo compito di mediatore della fine della guerra, invece, adesso è più complicato.

La prima conseguenza è che l’attacco di terra di Israele sarà rimandato di qualche altro giorno ancora, quanto meno per attendere che Biden se ne sia andato. Prima, però, il presidente americano dovrà occuparsi della catastrofe umanitaria a Gaza.

L’obiettivo segreto e prioritario della sua visita è salvare Israele da se stesso. In particolare, salvare Israele dal suo governo fallito e confuso che si comporta come se il suo Gps funzionasse male, e questo gli rendesse quanto mai difficoltosa la navigazione. Biden e la sua amministrazione si rendono conto che il governo di Benjamin Netanyahu non funziona a dovere, e stanno intervenendo nel vuoto che si è venuto a creare.

Ne è sintomo il summit del Gabinetto di Guerra di lunedì a Tel Aviv: è durato sette ore, si è concluso alle tre di notte, ha discusso anche del piano di guerra di Israele e vi ha preso parte il Segretario di Stato americano Anthony Blinken, evento senza precedenti e determinante. Così, infatti, Israele ha ammesso di non essere uno stato indipendente, perfino quando deve prendere le decisioni più critiche per la sua esistenza: i suoi piani di guerra e la loro preparazione e definizione.

Israele ha sempre affermato di sapersi difendere e di non aver bisogno dell’aiuto operativo di soldati stranieri. Eppure, nelle acque del Mediterraneo orientale è arrivata la porterei americana Ford, con un equipaggio a bordo di cinquemila uomini, decine di caccia pronti al decollo e molti missili di diverso tipo. La portaerei resterà nella zona fino a quando sarà necessario e, dopo essersi recato anche lui in Israele, il segretario americano della Difesa Austin ha detto che in Europa duemila soldati americani si terranno pronti a intervenire, qualora dovesse rendersi necessario. Lo scopo prioritario di questa dimostrazione di forza è evitare che Hezbollah provi la tentazione di dare inizio a un’altra guerra.

Una fonte di alto grado dell’apparato della sicurezza (e che ha chiesto di restare anonima) ha sempre ragionato in modo anticonvenzionale sul piano della strategia e della politica e ha definito sbagliato il comportamento delle autorità e dei militari a partire dagli attacchi a sorpresa di Hamas del 7 ottobre.

Secondo questa fonte, Israele prima di tutto avrebbe dovuto risolvere il problema degli ostaggi. Fino a questo momento, le Forze di difesa israeliane e le famiglie dei rapiti sono stati in grado di identificare con certezza 199 persone prese in ostaggio e portate a Gaza: tra di loro vi sono molti neonati di pochi mesi e molti anziani, alcuni dei quali affetti da varie patologie. Si calcola che il numero degli ostaggi sia più alto e possa collocarsi tra 230 e 250. Provvedere alla loro immediata liberazione avrebbe portato a spianare il terreno per un attacco di terra senza la necessità di doversi preoccupare della loro sorte e incolumità. Se nel 2011 Israele, governato da Netanyahu, accettò di ottenere il rilascio di Gilad Shalit, un soldato israeliano solo, in cambio della liberazione di più di mille terroristi palestinesi, è evidente che Hamas adesso chiederà la liberazione di tutti i settemila terroristi palestinesi che stanno scontando una condanna nelle prigioni israeliane. Alla fine, non vi sarà via di uscita da una spinosa trattativa di questo tipo.

Nel frattempo, Hamas sta moltiplicando le sue provocazioni nei confronti di Israele. Lanciando dal Libano alcuni missili anti-tank Cornet di fabbricazione russa, Hamas sta sperimentando una nuova formula contro Israele: uccidere soldati israeliani in reazione all’uccisione di uomini di Hezbollah, e versare “sangue israeliano in rappresaglia per il sangue libanese”. Senza interventi particolari, Hezbollah riesce a tenere occupate le divisioni delle Forze di difesa israeliane lungo il confine, e le sue azioni hanno portato all’evacuazione di migliaia di residenti della parte settentrionale di Israele, forse addirittura decine di migliaia. Si tratta, senza dubbio, di un risultato significativo per l’organizzazione, che sa benissimo che Israele non è interessato ad aprire un secondo fronte che potrebbe portare a uno scontro diretto faticoso, in seguito al quale l’intera popolazione israeliana potrebbe trovarsi esposta a un bombardamento incessante di razzi e missili.

Per il momento, l’apparato della sicurezza non riconosce formalmente l’intenzione di Hezbollah di dare inizio a una nuova guerra, ma fino a due settimane fa diceva la stessa cosa circa le intenzioni di Hamas.

C’è anche la sensazione crescente che Israele stia annaspando. Sono stati richiamati trecentocinquantamila riservisti, la cui preparazione sta andando avanti da quasi due settimane. Questa lunga attesa è sintomatica di una forma di debolezza ed esitazione. Ogni giorno in più aggrava la situazione umanitaria a Gaza e indebolisce la reputazione internazionale e la legittimità di cui Israele ha goduto fino a adesso.

Non è chiaro quali siano gli obiettivi realistici della guerra. Secondo quanto dice Netanyahu, tutti gli affiliati di Hamas dovrebbero essere uccisi e tutte le loro armi dovrebbero essere distrutte. In verità, mira perlopiù a soddisfare le richieste dell’opinione pubblica israeliana e a dare una risposta al desiderio di vendetta per lo sdegno, lo shock e il trauma in cui è precipitato Israele.

La violenza e la vendetta, però, non sono validi sostituti della strategia e di un processo decisionale razionale, basato su ciò che è effettivamente raggiungibile e non su ciò che è auspicabile. Hamas può contare su almeno ventimila tra combattenti, poliziotti, personale della sicurezza e dell’intelligence, agenti e collaboratori.

In che modo Israele pensa di ucciderli, quando entro pochi giorni inizierà l’offensiva sul terreno? È chiaro che uno degli obiettivi delle Forze di difesa israeliane e dell’intelligence è spazzare via la leadership militare e politica di Hamas. Molte persone che ne fanno parte, però, non vivono a Gaza, ma in Qatar, in Turchia e in Libano. Anche se indubbiamente sarà il Mossad a occuparsene, non si tratterà di un compito facile da portare a termine.

Il governo e l’esercito di Israele parlano di una campagna lunga, che potrebbe durare settimane o anche mesi. Tuttavia, sappiamo anche che Israele non è pronto per le lunghe campagne. É difficile mantenere in servizio attivo per mesi centinaia di migliaia di riservisti e l’economia israeliana non può permettersi una situazione di questo tipo.

L’unica speranza per uscire da questa crisi è che, forse, la “exit strategy” dopotutto sarà diplomatica. Questo, probabilmente, è il piano che ha in mente Biden: mettere fine alla guerra con un accordo diplomatico locale, imperniato sulla realizzazione della soluzione dei Due Stati. C’è anche la speranza che Hamas possa essere disarmata e continui a esistere soltanto come ala politica dell’Autorità Palestinese.

Un’altra idea che si sta prendendo in considerazione è quella di una grande forza di pace internazionale, formata perlopiù da soldati dei Paesi arabi e musulmani, dispiegata tra Gaza e Israele a fare da cuscinetto. In tutti i casi, bisogna ammettere che ognuno di questi scenari appare estremamente difficile da realizzare.

Traduzione di Anna Bissanti

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