Gli arabi nelle piazze: e Hezbollah proclama il Giorno della rabbia
dalla nostra inviata Francesca CaferriTEL AVIV — Le strade vuote, le sirene che suonano, le luci spente: una Tel Aviv ancora più sinistra di quella già spettrale degli ultimi giorni aspetta l’arrivo di Joe Biden questa mattina. Il viaggio del presidente americano era già giudicato “ad alto rischio” dalla stampa Usa, paragonato a quello compiuto qualche mese (ma quella volta in gran segreto) a Kiev per portare supporto all’Ucraina in guerra con la Russia. Da ieri sera il rischio è altissimo: il bombardamento dell’ospedale al-Ahli di Gaza City ha acceso la reazione non soltanto dei palestinesi, ma dell’intero Medio Oriente. L’epicentro delle proteste è stato Ramallah, dove una indebolita leadership palestinese ha dovuto affrontare la rabbia della sua gente all’arrivo delle notizie da Gaza.
Lacrimogeni contro la folla
Le forze di sicurezza fedeli al presidente Mahmud Abbas (meglio noto come Abu Mazen) hanno dovuto sparare lacrimogeni contro la folla scesa in strada a urlare contro l’anziano leader, che era in viaggio pe…
TEL AVIV — Le strade vuote, le sirene che suonano, le luci spente: una Tel Aviv ancora più sinistra di quella già spettrale degli ultimi giorni aspetta l’arrivo di Joe Biden questa mattina. Il viaggio del presidente americano era già giudicato “ad alto rischio” dalla stampa Usa, paragonato a quello compiuto qualche mese (ma quella volta in gran segreto) a Kiev per portare supporto all’Ucraina in guerra con la Russia. Da ieri sera il rischio è altissimo: il bombardamento dell’ospedale al-Ahli di Gaza City ha acceso la reazione non soltanto dei palestinesi, ma dell’intero Medio Oriente. L’epicentro delle proteste è stato Ramallah, dove una indebolita leadership palestinese ha dovuto affrontare la rabbia della sua gente all’arrivo delle notizie da Gaza.
Lacrimogeni contro la folla
Le forze di sicurezza fedeli al presidente Mahmud Abbas (meglio noto come Abu Mazen) hanno dovuto sparare lacrimogeni contro la folla scesa in strada a urlare contro l’anziano leader, che era in viaggio per la Giordania dove questa mattina avrebbe dovuto incontrare Biden insieme al re Abdallah e al presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi. Il vertice è stato annullato e Abu Mazen è rientrato. Ma questo non è servito a placare la rabbia della gente: non solo nella capitale dell’Autorità nazionale palestinese ma anche nelle altre città della Cisgiordania. Il timore è che la tensione salga ancora, soprattutto dopo le parole del leader di Hamas Ismail Haniyeh che, in un discorso televisivo, ha accusato Washington di aver dato a Israele “la copertura per la sua aggressione” e promesso “una nuova svolta”, invitando tutto il popolo palestinese a “uscire e affrontare l’occupazione e i coloni” e tutti gli arabi e i musulmani a organizzare proteste contro Israele.
Abdallah: “Si rischia la catastrofe”
Gli Hezbollah libanesi hanno chiesto che oggi venga celebrata una “giornata della rabbia” per condannare "il massacro dell’ospedale”, contro Israele e anche contro la visita di Biden. Ieri, in migliaia sono scesi in piazza a Beirut, mentre un altro punto caldo è quella Amman dove dozzine di manifestanti secondo il racconto dell’agenzia France Presse hanno cercato di prendere d’assalto il compound dell’ambasciata israeliana, dopo la diffusione delle prime notizie sulla strage all’ospedale. Sono stati fermati dalla polizia ma nel fragile regno, che da decenni ospita due milioni di palestinesi e il cui sovrano, Abdallah, è custode dei luoghi sacri dell’Islam a Gerusalemme, la tensione è altissima. Abdallah due giorni fa aveva fatto tappa a Roma e poi in Germania per convincere i governi europei che un’escalation a Gaza avrebbe ripercussioni pesantissime per l’intera regione. Ieri è rientrato in patria ma ha ribadito il suo pensiero in un comunicato: «La guerra è entrata in una fase pericolosa, che trascinerà la regione in una catastrofe. L’attacco all’ospedale di Gaza è un vile massacro contro innocenti civili che non può essere tollerato. Israele deve fermare la sua brutale aggressione a Gaza».
L’Arabia Saudita: “Crimine atroce”
Sugli stessi toni le note arrivate da Riad, da Doha e da Dubai: nessuna ha preso in considerazione le parole del governo israeliano sulle responsabilità della Jihad islamica nel lancio del missile che ha colpito e distrutto l’ospedale di Gaza city, uccidendo centinaia di persone. Quell’Arabia Saudita che solo qualche settimana fa parlava della necessità di una distensione con lo Stato ebraico in cambio del riconoscimento di alcuni diritti basilari per i palestinesi, ha usato l’espressione “crimine atroce” in riferimento a ciò che era accaduto. Parole simili dal ministro degli Affari esteri del Qatar, mentre gli Emirati arabi uniti che per primi avevano siglato nel 2020 i Patti di Abramo, (pietra miliare del nuovo Medio Oriente voluto da Benjamin Netanyahu) si sono schierati insieme alla Russia nel chiedere una riunione urgente del Consiglio di sicurezza Onu da tenersi oggi stesso.
Un cespuglio di spine, un rovo, un incendio: trovare l’espressione giusta per descrivere la situazione che fra poche ore Joe Biden si troverà a fronteggiare di persona in Medio Oriente è davvero complicato. E forse anche inutile: ciò che appare certo è che in dieci giorni questa area di mondo è tornata indietro a livelli di tensione che non si vedevano da anni. E che del tunnel non si intravede ancora la fine.