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Il generale Petraeus: “In Iraq noi sbagliammo, serve un piano per il dopo-Hamas”

(reuters)

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L’intervista all’ex direttore della Cia. “Combattere Hamas è necessario, ma non sufficiente. Serve una visione per il dopo”
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NEW YORK - «L’azione militare contro Hamas è necessaria, ma non sarà sufficiente. I politici devono accompagnarla con una visione per il dopo, come quando la guerra del 1973 portò alla pace con l’Egitto. Altrimenti i terroristi torneranno». È il consiglio che viene dall’ex direttore della Cia David Petraeus, rispondendo alle domande di una tavola rotonda organizzata da Foreign Policy sul suo nuovo libro, “Conflict”.

Cosa si aspetta dall’intervento israeliano a Gaza?

«È un compito molto difficile, che va messo in prospettiva. L’azione militare è imperativa, ma non sufficiente. Il premier Netanyahu deve avere un’idea forte per il dopo. La vendetta non è una strategia, perciò serve una visione su ciò che seguirà. Il nostro intervento in Iraq dimostra le conseguenze negative, se non ci si prepara adeguatamente. Quando chiedevo cosa sarebbe accaduto dopo l’invasione, mi rispondevano così: non preoccuparti David, tu portaci a Baghdad e al resto penseremo poi. Non funzionò, non funziona…

NEW YORK - «L’azione militare contro Hamas è necessaria, ma non sarà sufficiente. I politici devono accompagnarla con una visione per il dopo, come quando la guerra del 1973 portò alla pace con l’Egitto. Altrimenti i terroristi torneranno». È il consiglio che viene dall’ex direttore della Cia David Petraeus, rispondendo alle domande di una tavola rotonda organizzata da Foreign Policy sul suo nuovo libro, “Conflict”.

Cosa si aspetta dall’intervento israeliano a Gaza?

«È un compito molto difficile, che va messo in prospettiva. L’azione militare è imperativa, ma non sufficiente. Il premier Netanyahu deve avere un’idea forte per il dopo. La vendetta non è una strategia, perciò serve una visione su ciò che seguirà. Il nostro intervento in Iraq dimostra le conseguenze negative, se non ci si prepara adeguatamente. Quando chiedevo cosa sarebbe accaduto dopo l’invasione, mi rispondevano così: non preoccuparti David, tu portaci a Baghdad e al resto penseremo poi. Non funzionò, non funziona così».

David Petraeus 

 

Ritiene che Israele non abbia un piano?

«Sono fiducioso che ci sia un dialogo serio in corso. Quale vita prospetteremo ai palestinesi, a Gaza e in Cisgiordania? Dovremmo usare il 7 ottobre come catalizzatore di una trasformazione epocale, sul modello della guerra del 1973, che portò la pace con l’Egitto. Qui non puoi parlare con Hamas, perché ha l’obiettivo di distruggere Israele e sterminare gli ebrei, ma puoi farlo con altri. Qual è la visione offerta ai palestinesi che non stanno con i terroristi? La missione dei militari è distruggere Hamas e lo faranno, ma senza un visione per il dopo i terroristi torneranno».

È possibile eliminare Hamas?

«L’intervento sarà più difficile di quello che facemmo noi a Falluja e Ramadi, perché il nemico si è preparato per anni. Ci saranno mine, trappole, attentati suicidi, bisognerà scendere nei tunnel e salire negli edifici più alti stanza per stanza. La presenza degli ostaggi poi complica tutto. È fattibile ma ci saranno costi alti, terribili perdite civili e danni alle infrastrutture. Affinché l’operazione abbia un effetto positivo è necessario accompagnarla con una visione su cosa seguirà. Non solo chi ristabilirà i servizi, ricostruirà gli edifici distrutti, soddisferà i bisogni umanitari della gente e amministrerà Gaza, perché gli israeliani non la rioccuperanno e bisogna evitare che torni nelle mani dell’ala politica di Hamas. Sarà necessario affrontare anche la questione palestinese nella sua interezza, con una soluzione che includa la Cisgiordania».

Perché il Pentagono ha mobilitato le portaerei?

«Per difendere Israele e oltre. Abbiamo soldati in Iraq e Siria, serve deterrenza contro gli iraniani e i loro alleati, affinché non li attacchino. Dobbiamo essere pronti a rispondere all’Iran, per evitare una guerra regionale. Se Hezbollah entra nel conflitto, ha 150.000 razzi da lanciare su Israele aggirando l’Iron Dome. Dobbiamo ricordare a Teheran le conseguenze disastrose che ebbe per lei il raid del 2006, lanciato dal Libano contro Israele, col rapimento di due soldati. Poi ci sono i proxies dell’Iran in Siria e tra i palestinesi sia in Cisgiordania che in Israele».

Quanto pesa il fallimento dell’intelligence israeliana?

«Ha raddoppiato la determinazione. Lo Shin Bet lo ha ammesso, ma sono molti gli errori commessi. In passato l’intelligence vedeva in anticipo la preparazione di simili attacchi, però Hamas ha migliorato le sue capacità di sicurezza e disinformazione, conoscendo fonti e metodi. E ha approfittato delle divisioni provocate dalle proteste in Israele. Vanno rivisti tutti i processi».

Biden ha chiesto a Netanyahu di non rioccupare Gaza. Con i morti civili che aumentano, come nell’ospedale, quale sarà l’impatto?

«Sulla tragedia dell’ospedale mi fido delle informazioni delle forze armate di un Paese democratico come Israele. Sulla risposta a un attacco superiore a quello subito dagli Usa l’11 settembre, il desiderio viscerale di vendetta è comprensibile. Senza una visione, però, Israele rischia di ripetere i nostri errori».

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