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Il dolore e la rabbia dei superstiti di Gaza davanti all’ospedale dell’apocalisse

(fotogramma)
Intere famiglie sono state spazzate via dall’esplosione nel parcheggio occupato da centinaia di rifugiati. Sul prato cosparso di sangue si vedono ancora i brandelli di corpi
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GAZA CITY — Il prato innaffiato di sangue, brandelli di corpi ovunque, un piede ancora infilato nella scarpa staccatosi di netto da chissà quale dei tanti cadaveri sparsi fra le auto accartocciate. Il mattino dopo, il panorama fuori dall’ospedale al-Ahli colpito martedì sera è desolante. Uomini in lacrime si aggirano cercando di recuperare quanto resta dei loro cari e fra questi, un ragazzo particolarmente disperato fa la triste conta della sua famiglia spazzata via: trenta persone morte insieme. Non è strano che ogni bomba si porti via interi nuclei familiari. Da sempre, in momenti così, a Gaza le famiglie si riuniscono in un solo luogo: uomini e donne, anziani e bambini condividono il poco cibo, l’acqua razionata, le coperte e il destino.

Se muoiono lo fanno insieme. Le vittime di quest’ultima strage, che qui tutti confermano essere l’ennesima perpetrata dagli israeliani a dispetto della versione che circola fuori dalla Striscia, sono però meno delle 500 annunciate all’inizio, …

GAZA CITY — Il prato innaffiato di sangue, brandelli di corpi ovunque, un piede ancora infilato nella scarpa staccatosi di netto da chissà quale dei tanti cadaveri sparsi fra le auto accartocciate. Il mattino dopo, il panorama fuori dall’ospedale al-Ahli colpito martedì sera è desolante. Uomini in lacrime si aggirano cercando di recuperare quanto resta dei loro cari e fra questi, un ragazzo particolarmente disperato fa la triste conta della sua famiglia spazzata via: trenta persone morte insieme. Non è strano che ogni bomba si porti via interi nuclei familiari. Da sempre, in momenti così, a Gaza le famiglie si riuniscono in un solo luogo: uomini e donne, anziani e bambini condividono il poco cibo, l’acqua razionata, le coperte e il destino.

Se muoiono lo fanno insieme. Le vittime di quest’ultima strage, che qui tutti confermano essere l’ennesima perpetrata dagli israeliani a dispetto della versione che circola fuori dalla Striscia, sono però meno delle 500 annunciate all’inizio, sebbene il numero definitivo ancora non si sa. Quella prima cifra dipende da una interpretazione sbagliata dell’update apparso sul sito del Ministero della Salute di Gaza comprendente tutti i morti degli ultimi due giorni. L’edificio dell’ospedale non è stato colpito direttamente e fra le vittime non ci sono pazienti ricoverati: quelle ali non sono state toccate.

Anzi, la struttura in sé ha subito pochi danni: distrutti l’ingresso e l’accesso al pronto soccorso, danneggiati alcuni laboratori. A essere stato centrato è il parcheggio con la vicina area verde dove c’era molta gente, perché era già buio e molti dormivano accampati nelle automobili in sosta o nel prato vicino, di solito le donne al riparo e gli uomini all’aperto.

Affrontata dunque la nuova emergenza, all’interno dell’al-Ahli medici e staff continuano a lavorare a pieno ritmo, nonostante si operi ormai senza farmaci adeguati e anestesia: perché i malati gravi e i feriti non possono certo essere abbandonati o mandati via. Ma dopo l’attacco hanno fatto evacuare i civili, i familiari dei malati e tutta la gente rifugiatasi nei dintorni. Un altro problema, perché queste persone non si sono spostate a Sud in tempo, quando cioè l’esercito invitava a farlo, ritenendo questo peculiare ospedale un luogo particolarmente sicuro perché “cristiano”. Gestito, cioè, dalla Chiesa Episcopale di Gerusalemme e dunque non nel mirino degli israeliani perché qui di sicuro non ci sono miliziani né armi. Dove andranno ora questi nuovi evacuati è difficile dirlo: pure la scuola delle Nazioni Unite dove si sono rifugiati in 4mila è stata bombardata e comunque non hanno più cibo né acqua neanche lì.

Viaggiare da Sud a Gaza City per vedere cosa è successo, è un’esperienza surreale. Le strade sono libere, ai bordi si vedono soprattutto i resti di auto incendiate. E in città interi quartieri sono crollati e fantasma. Ovunque regna il fetore dei cadaveri abbandonati da giorni sotto le macerie: perché non c’è abbastanza benzina per mettere in moto le tre uniche ruspe della Striscia in grado di sollevare pesi importanti. Col caldo, i resti di quei poveretti si sono decomposti rapidamente, contaminando il terreno e attirando ogni genere di animale: topi, scarafaggi, corvi e chissà cos’altro. Queste zone sono ormai potenziali focolai di malattie: e infatti già ci si aspetta che saranno le epidemie la nuova sciagura che aleggia sulla popolazione di Gaza. D’altronde, senza benzina sono fermi pure i camion per raccogliere l’immondizia dalle strade e cumuli di pattume sono ora parte del panorama. Proprio oggi è stato diramato un appello dal Ministero della Salute per aiutare gli ospedali ancora aperti: chiunque ha ancora riserve di benzina deve metterla a disposizione, perché nella Striscia senza elettricità, se non arrivano gli aiuti entro le prossime ore, i generatori necessari a far funzionare le strutture sanitarie si spegneranno.

L’al-Quds Hospital, nel quartiere di Shuja’iyya, già lavora al buio. Solo un ultimo generatore funziona ma è agli sgoccioli e così sotto pressione da avere bisogno di manutenzione continua. Lo usano per tenere accesi i macchinari della terapia intensiva, unica ala dell’ospedale ancora illuminata, e dove in queste ore si fanno le operazioni più complicate, ci sono i frigoriferi con le scorte di sangue e i medicinali salvavita, le incubatrici per i bambini, e i letti di chi non è in grado di respirare da solo. Se quell’ultimo generatore si spegne ci saranno centinaia di nuovi morti in poche ore. Che poi, pure sotterrarli è diventata un’impresa. Perché, ancora una volta, non c’è la benzina per trasportarli al cimitero. Per ora li accumulano sui camion dei gelati: spenti e fermi nei parcheggi, ovviamente, senza gasolio pure quelli. In un solo quartiere la vita resiste: a Zaitoun ci sono persone in strada, alcuni negozi aperti e fra questi perfino un panificio. La gente fa la fila per caricare i cellulari a certe batterie di auto: non per telefonare ma per usarli come lumi la sera in casa. Dicono di non avere paura dell’invasione: non se ne vanno. Una speranza la regala Joe Biden: ha strappato la promessa di aprire il valico di Rafah per far entrare gli aiuti umanitari necessari alla popolazione. Speriamo accada oggi. Siamo allo stremo.

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