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Israele-Hamas, Moïsi: “Una guerra delle immagini che incide anche sull’Occidente”

Intervista al consigliere speciale dell’Institut Montaigne che ha condotto i negoziati per i protagonisti degli accordi di Oslo. “Ciò che sta accadendo in Medio Oriente, a livello emotivo, è il conflitto in Ucraina all’ennesima potenza”
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PARIGI — «È diventata anche una guerra di parole e di immagini che peserà sull’evoluzione del conflitto». Dominique Moïsi, consigliere speciale dell’Institut Montaigne, figlio di un sopravvissuto di Auschwitz, ha lavorato a fianco dei protagonisti degli accordi di Oslo, per i quali ha condotto negoziati segreti. La battaglia di propaganda intorno alla strage dell’ospedale di Gaza fa parte di un ingranaggio che Moïsi ha analizzato prima di altri nel suo famoso saggio “Geopolitica delle emozioni” tradotto in ventisei Paesi.

La battaglia delle immagini è appena cominciata, come orientarsi?

«All’inizio della guerra in Ucraina, avevo scritto che rifletteva il divorzio emotivo del mondo. L’Occidente era unito dietro l’Ucraina, con poche eccezioni, mentre il Sud globale prendeva le distanze dall’Occidente. Ciò che sta accadendo in Medio Oriente, a livello emotivo, è la guerra Ucraina all’ennesima potenza. Succede perché c’è un conflitto di memoria. Da un lato, il 7 ottobre la comunità e…

PARIGI — «È diventata anche una guerra di parole e di immagini che peserà sull’evoluzione del conflitto». Dominique Moïsi, consigliere speciale dell’Institut Montaigne, figlio di un sopravvissuto di Auschwitz, ha lavorato a fianco dei protagonisti degli accordi di Oslo, per i quali ha condotto negoziati segreti. La battaglia di propaganda intorno alla strage dell’ospedale di Gaza fa parte di un ingranaggio che Moïsi ha analizzato prima di altri nel suo famoso saggio “Geopolitica delle emozioni” tradotto in ventisei Paesi.

La battaglia delle immagini è appena cominciata, come orientarsi?

«All’inizio della guerra in Ucraina, avevo scritto che rifletteva il divorzio emotivo del mondo. L’Occidente era unito dietro l’Ucraina, con poche eccezioni, mentre il Sud globale prendeva le distanze dall’Occidente. Ciò che sta accadendo in Medio Oriente, a livello emotivo, è la guerra Ucraina all’ennesima potenza. Succede perché c’è un conflitto di memoria. Da un lato, il 7 ottobre la comunità ebraica ha vissuto un pogrom sanguinoso e barbaro, nella stessa terra di Israele. E dall’altro, ci sono le comunità musulmane che rivivono la sensazione che una vita palestinese conti meno delle altre. Da ogni parte, si cerca di scatenare le emozioni».

Dominique Moïsi

 

Questa “nebbia di guerra” rischia di incrinare il sostegno dell’Occidente a Israele?

«Il dilemma di Israele oggi è quello di ristabilire la propria credibilità strategica senza isolarsi completamente. Gli israeliani sono consapevoli che il sostegno dell’Occidente è forte, ma che può oscillare anche attraverso la battaglia delle immagini. Israele sta cercando di limitare il più possibile le vittime collaterali a differenza di Hamas che chiede agli abitanti di restare per moltiplicare il numero delle vittime, usandoli in realtà come arma di propaganda e, più concretamente, come scudi umani».

Esiste un’alternativa all’operazione militare a Gaza?

«No. Hamas deve subire una sconfitta massiccia, come l’Isis o Al Qaeda. Per Israele è una questione di sopravvivenza. Ci sono però due dilemmi. Il primo è come rispondere al trauma senza dimenticare le lezioni del passato. Penso all’America, alla reazione militare eccessiva dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. L’altro dilemma è la tempistica: più lunga sarà l’operazione a Gaza, più Israele si isolerà agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Non credo che sia possibile un attacco rapido ora. Israele vincerà questa guerra militarmente, ma potrebbe essere una vittoria di Pirro, con una sconfitta politica e il timore di attacchi antiebraici in altri Paesi. C’è un rischio di israelizzazione delle società europee, con l’idea che dovremo vivere all’ombra del terrorismo».

Come sottrarsi alla trappola tesa da Hamas?

«È straordinariamente difficile. Il messaggio di Hamas agli israeliani è “Odiatemi”. Ed è molto difficile non odiare. Mi viene in mente la formula usata da Yitzhak Rabin nei primi anni Novanta: dobbiamo continuare i negoziati di pace come se i terroristi non esistessero. Dobbiamo combattere il terrorismo come se i negoziati di pace oggi non esistessero. Israele è in grado di farlo?».

Lei sembra dubitarne.

«Hamas sarà distrutta. Ma Hamas sconfitta avrà forse raggiunto i suoi obiettivi, ossia rendere impossibile qualsiasi riavvicinamento tra israeliani e palestinesi, qualsiasi processo di normalizzazione tra arabi e israeliani, e spingere Israele verso una radicalizzazione ancora maggiore. Vedo il 7 ottobre come l’inizio della quinta guerra di Israele. C’è stato il 1948, la guerra d’indipendenza, poi Suez (1956), la guerra dei Sei Giorni (1967), la guerra dello Yom Kippur (1973) e ora quella che è la guerra di Gaza, ma che potrebbe esplodere sul fronte settentrionale o nei territori occupati».

Teme l’apertura di un fronte settentrionale da parte di Hezbollah?

«La portaerei americana e le navi da guerra britanniche in arrivo in Medio Oriente servono a dissuadere l’Iran dall’entrare in guerra. Gli esperti militari sostengono che Hezbollah preferisce mantenere il suo potere in Libano piuttosto che rischiarlo in una guerra contro Israele. Non ne sono sicuro. Penso che la tentazione di venire in aiuto dei fratelli di Hamas sarà forte. Ci sarà un’enorme pressione a causa delle immagini che circoleranno sull’intervento armato a Gaza».

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