Caccia ai vertici di Hamas, Israele moltiplica le eliminazioni a Gaza. E stavolta le operazioni “non sono chirurgiche”
dal nostro inviato Daniele RaineriTEL AVIV — C’era una volta un protocollo militare per minimizzare le perdite fra i civili palestinesi durante i raid mirati dell’esercito israeliano per uccidere i comandanti di Hamas dentro Gaza. Era usato in tempo di pace, quindi nei periodi di tregua fra una guerra e l’altra, e spesso prevedeva l’assassinio di un leader palestinese mentre si trovava in macchina, per strada. Un drone lo seguiva per le strade della Striscia, aspettava un momento di relativa solitudine con poca gente attorno, lanciava uno speciale missile depotenziato rispetto al normale – vuol dire che l’esplosione è meno grande, per distruggere soltanto il bersaglio – e nel giro di poche ore l’esercito pubblicava il video del bombardamento sui social e teneva a sottolineare che il raid non aveva colpito passanti innocenti.
Spesso il protocollo falliva e invece le vittime fra i palestinesi c’erano, ma si capiva che era in corso una precisa campagna d’informazione da parte dei militari israeliani: c’era l’intento…
TEL AVIV — C’era una volta un protocollo militare per minimizzare le perdite fra i civili palestinesi durante i raid mirati dell’esercito israeliano per uccidere i comandanti di Hamas dentro Gaza. Era usato in tempo di pace, quindi nei periodi di tregua fra una guerra e l’altra, e spesso prevedeva l’assassinio di un leader palestinese mentre si trovava in macchina, per strada. Un drone lo seguiva per le strade della Striscia, aspettava un momento di relativa solitudine con poca gente attorno, lanciava uno speciale missile depotenziato rispetto al normale – vuol dire che l’esplosione è meno grande, per distruggere soltanto il bersaglio – e nel giro di poche ore l’esercito pubblicava il video del bombardamento sui social e teneva a sottolineare che il raid non aveva colpito passanti innocenti.
Spesso il protocollo falliva e invece le vittime fra i palestinesi c’erano, ma si capiva che era in corso una precisa campagna d’informazione da parte dei militari israeliani: c’era l’intento di apparire come la parte che si preoccupa di non uccidere persone che non fanno parte di Hamas. Con l’inizio dell’operazione “Spade di ferro” questo protocollo – che era per metà militare e per metà c’entrava molto con l’informazione e la percezione che si voleva dare all’esterno – è diventato un ricordo lontano. A giudicare da questi primi tredici giorni di guerra, la procedura adottata dall’esercito israeliano per bombardare i leader e decapitare i vertici di Hamas – dove “vertici” è una definizione molto larga che include chiunque abbia posti di responsabilità e faccia funzionare l’organizzazione – è all’opposto dello spettro. La priorità è uccidere il bersaglio, chi pianifica le missioni contro Gaza dall’interno della Difesa israeliana accetta le perdite civili collaterali.
E la percezione di Israele all’esterno? In questo momento non conta. Tre giorni fa un aereo ha bombardato la casa a Gaza del leader di Hamas, Ismail Haniyeh, che non è lì perché vive in Qatar, e ha ucciso quattordici persone nel tentativo di eliminare il figlio Hazem, anche lui nella gerarchia di Hamas. Due giorni fa un raid aereo ha colpito Iman Nofal, il comandante più alto in grado di Hamas trovato finora dagli israeliani, mentre era a casa sua: il video del bombardamento pubblicato lo stesso giorno dalla Difesa parla chiaro, la bomba centra una palazzina e la fa sparire in una nuvola di fumo. Ieri un aereo ha ucciso Jihad Mheisen, capo delle cosiddette Forze di sicurezza nazionale a Gaza, e di nuovo il bombardamento ha centrato la sua casa e alcuni membri della sua famiglia. Stessa cosa è successa a Fouad Abu Btihan, responsabile per Hamas del valico di Rafah. Nello stesso giorno e sempre a casa sua è stata uccisa da un raid aereo anche Jamila al Shanti, unica donna dell’ufficio politico di Hamas.
Meir Ben- Shabbat, consigliere per la Sicurezza nazionale fino al 2021, il giorno dopo le stragi delle squadre di Hamas nel sud di Israele ha scritto che «l’era dei raid aerei chirurgici è finita». Anche il capo dell’aeronautica militare due giorni dopo l’inizio dei raid ha detto ai giornalisti che la campagna di bombardamenti «non è chirurgica».
Una fonte nell’apparato di sicurezza, che non può fare dichiarazioni ufficiali ai media, confida a Repubblica che «i primi cinque leader di Hamas sulla lista dei bersagli, come Haniyeh e Deif, non sono ancora stati toccati. C’è delusione e rabbia soprattutto per il tempo che passa e per le aperture fatte – il rifornimento di acqua e l’apertura umanitaria di oggi – senza avere nulla in cambio. Se non si tira in fretta un calcio forte nei denti ai palestinesi, rifaranno quello che hanno fatto il 7 ottobre. Nessun Paese dovrebbe avere il diritto di dirci come difenderci e di imporci paletti, perché se quei Paesi fossero al posto nostro la loro reazione sarebbe stata probabilmente anche peggiore per i palestinesi».
Si potrebbe dire che la strategia della decapitazione contro i vertici di Hamas, applicata con questo livello di brutalità, è anche motivata da ragioni pratiche, come per esempio il fatto che i leader di Hamas hanno ricevuto l’ordine di non spostarsi in giro per Gaza ma di stare chiusi nei loro nascondigli, senza esporsi. Nessun comandante sale in macchina, in questi giorni. Ma c’entra soprattutto la volontà – per usare un’espressione molto neutrale che salta fuori spesso nei commenti in Israele – di «ristabilire la deterrenza».
Dopo la strage alle Olimpiadi di Monaco nel 1972, una squadra di agenti segreti israeliani fu incaricata da Golda Meir e dal capo del Mossad di uccidere i mandanti del rapimento e dell’uccisione di undici atleti israeliani, per creare un senso di timore nei nemici di Israele: le azioni furono nella maggior parte dei casi realizzate riducendo al minimo le vittime collaterali. Ma a Gaza lo scenario della rappresaglia è molto diverso. L’apparato israeliano che si occupa di identificare, pedinare e colpire i comandanti di Hamas considera le vittime collaterali come il prezzo necessario per smantellare il gruppo in modo che non si possa riorganizzare mai più.