✕

Quella tavola con 200 posti che attende i prigionieri

(reuters)
Il comitato delle famiglie degli scomparsi ha allestito una tavola per lo Shabbat, con un posto per ciascuno degli ostaggi rapiti da Hamas. Per far pressione sull’opinione pubblica
2 minuti di lettura

GERUSALEMME — I volontari con le magliette nere e rosse erano al lavoro da due giorni nel grande piazzale davanti al museo di Tel Aviv. Molti di loro sono artisti visuali, arrivati a offrire supporto a Malki Shemtov, uno dei volti più noti in questo campo in Israele e padre di Omer, 21 anni, dj, scomparso al rave di Re’im: sua l’idea di mettere su un comitato per riunire le famiglie degli scomparsi in modo da far pressione sull’opinione pubblica. Ieri sera a poche centinaia di metri dall’ingresso posteriore del ministero della Difesa, Shemtov e i suoi hanno allestito una gigantesca tavola per lo Shabbat, la festa ebraica del riposo: 200 posti, circa uno per ciascuno degli ostaggi rapiti due settimane fa da Hamas.

Che il calcolo sia parziale, è importante da sottolineare: il numero “ufficiale” degli scomparsi fino a qualche giorno fa era di 203, ma due sere fa il governo ha fatto sapere che mancano all’appello “fra 100 e 200 persone”. Ostaggi anche loro? Morti? Risposta impossibil…

GERUSALEMME — I volontari con le magliette nere e rosse erano al lavoro da due giorni nel grande piazzale davanti al museo di Tel Aviv. Molti di loro sono artisti visuali, arrivati a offrire supporto a Malki Shemtov, uno dei volti più noti in questo campo in Israele e padre di Omer, 21 anni, dj, scomparso al rave di Re’im: sua l’idea di mettere su un comitato per riunire le famiglie degli scomparsi in modo da far pressione sull’opinione pubblica. Ieri sera a poche centinaia di metri dall’ingresso posteriore del ministero della Difesa, Shemtov e i suoi hanno allestito una gigantesca tavola per lo Shabbat, la festa ebraica del riposo: 200 posti, circa uno per ciascuno degli ostaggi rapiti due settimane fa da Hamas.

Che il calcolo sia parziale, è importante da sottolineare: il numero “ufficiale” degli scomparsi fino a qualche giorno fa era di 203, ma due sere fa il governo ha fatto sapere che mancano all’appello “fra 100 e 200 persone”. Ostaggi anche loro? Morti? Risposta impossibile: nelle due camere mortuarie dove sono stati portati i corpi sono al lavoro decine di medici, ma il riconoscimento è reso difficile dal fatto che molti corpi sono carbonizzati. È difficile capire se chi è stato portato via era vivo o morto al momento dell’ingresso a Gaza. Impossibile sapere se lo sia ancora oggi.

(reuters)

Attorno al tavolo il clima era di compostezza e dolore, come in questi giorni è accaduto in tutte le manifestazioni delle famiglie: tovaglie e stoviglie bianche, bicchieri da vino, bottiglie e, in un angolo, lo spazio dei bambini, con biberon e bicchieri di plastica. Come nelle feste vere. Dietro al tavolo, in lacrime, i parenti: Shemtov e la moglie con la maglietta col volto del figlio. Donne e uomini con i cartelli con le foto dei genitori scomparsi. Nonne e zie con quelle dei bimbi. E persone in silenzio: come Michael Levy, un ragazzo alto sui 30 anni, che dopo aver seppellito la cognata cerca notizie del fratello Or, fra i dispersi del rave di Re’im: «Avevano un bambino di due anni. Ora è con le nonne ci aggrappiamo a ogni speranza, per lui».

Il rilascio di due ostaggi Usa annunciato da Hamas è stato accolto con sollievo ma anche con preoccupazione. Da giorni chiunque parli per le famiglie ripete una parola: “Tutti”. Una richiesta che si è alzata anche ieri dalla tavola bianca: bisogna lavorare perché a casa tornino tutti: non solo i bambini, le donne, gli anziani o i malati o quelli con cittadinanza straniera. Tutti. Un appello di ora in ora più disperato: in un’intervista a Haaretz David Meidan, ex membro del Mossad che negoziò per il rilascio di Gilad Shalit, il soldato preso prigioniero da Hamas e liberato nel 2011, ha spiegato che la finestra di opportunità per salvare gli ostaggi si sta chiudendo, complici il passare dei giorni, l’imminente offensiva di terra e i raid che rischiano di colpire i luoghi dove sono rinchiusi. Meidan, pur non essendo coinvolto nelle trattative, sottolinea che a fronte di un numero tanto alto di persone, i negoziati si concentrano sui più fragili.

Una cosa che la piazza di Tel Aviv non vuole neanche prendere in considerazione. «Molti Paesi arabi hanno una grandissima influenza su Hamas - dice il comunicato diffuso dopo la liberazione delle due americane - Per questo chiediamo che agiscano subito per riportare a casa tutte le persone detenute. Tutte».

Leggi i commenti