Rafah, il valico ormai deserto che può dare sollievo ai palestinesi stremati
di Sami al-AjramiVALICO DI RAFAH (STRISCIA DI GAZA) – Oggi sarà un giorno speciale a Gaza. Se tutto va bene, gli oltre venti camion di aiuti umanitari da giorni bloccati dall’altro lato del confine egiziano, potranno finalmente entrare. E per la prima volta in due settimane, l’atmosfera è diversa. Nonostante l’intera popolazione sia allo stremo, la prospettiva degli aiuti non è solo un sollievo, ma uno spiraglio di speranza. E non solo perché, almeno per qualche giorno, acqua potabile e cibo decente torneranno a essere disponibili, ci sarà benzina per le auto e per i generatori da cui nella Striscia senza elettricità tutto dipende.
Far entrare e transitare il convoglio, significa che è stata siglata una tregua, un accordo di cessate il fuoco che durerà almeno qualche ora. E dunque si potrà uscire dai rifugi, ci si potrà muovere, andare a vedere se le proprie case esistono ancora, procurarsi cibo e notizie, incontrare i familiari. Ennesima opportunità pure per chi finora non si è spostato dal Nor…
VALICO DI RAFAH (STRISCIA DI GAZA) – Oggi sarà un giorno speciale a Gaza. Se tutto va bene, gli oltre venti camion di aiuti umanitari da giorni bloccati dall’altro lato del confine egiziano, potranno finalmente entrare. E per la prima volta in due settimane, l’atmosfera è diversa. Nonostante l’intera popolazione sia allo stremo, la prospettiva degli aiuti non è solo un sollievo, ma uno spiraglio di speranza. E non solo perché, almeno per qualche giorno, acqua potabile e cibo decente torneranno a essere disponibili, ci sarà benzina per le auto e per i generatori da cui nella Striscia senza elettricità tutto dipende.
Far entrare e transitare il convoglio, significa che è stata siglata una tregua, un accordo di cessate il fuoco che durerà almeno qualche ora. E dunque si potrà uscire dai rifugi, ci si potrà muovere, andare a vedere se le proprie case esistono ancora, procurarsi cibo e notizie, incontrare i familiari. Ennesima opportunità pure per chi finora non si è spostato dal Nord verso il più sicuro Sud. Ma soprattutto, dopo tredici giorni di sangue, è il segno che qualcuno è riuscito a negoziare. E le parti si stanno finalmente parlando. Gli aiuti di per sé rappresentano solo una goccia nell’oceano di quanto serve in quest’area martoriata, dove ormai già quattro ospedali sono stati costretti a chiudere per mancanza di farmaci e risorse e altri 26 sono al limite, danneggiati dai bombardamenti e coi generatori agli sgoccioli. L’entrata del convoglio umanitario è il simbolo della possibilità di tornare alla vita e a una parvenza di pace. Ecco perché quella di oggi sarà una giornata particolare. Per qualche ora almeno ci è concesso di tornare a sperare in una soluzione per tutti.
I dettagli del convogli non sono ancora definiti. Presumibilmente, la Mezza Luna Rossa palestinese prenderà in consegna il carico e lo porterà nel suo quartier generale a Gaza City dove ha magazzini capaci e si occuperà di distribuire cibo e acqua con la collaborazione di altre Ong sul campo. Dove sono ancora attive, attraverso gli staff palestinesi, Oxfam, Unicef e altre Ong straniere che negli ultimi giorni si sono ritrovate allo sbando. Il vero problema è far arrivare gli aiuti ai principali ospedali: perché dipendono dal Ministero della Salute e, a quanto sappiamo, Israele non vuole sia consegnato nulla al governo di Hamas. Secondo certe voci, sarebbe addirittura questo il motivo per cui il confine è ancora chiuso nonostante l’accordo. La versione ufficiale è che per far entrare i camion bisogna prima rendere agibili le strade del valico, oggetto di diversi bombardamenti. Ma pare stiano invece discutendo come sottrarre appunto farmaci e attrezzature mediche dal controllo del governo locale. C’è poi un altro dubbio: verranno distribuiti in tutta la Striscia, pure all’area che Israele ha intimato di evacuare o resteranno al Sud dove si è spostata la maggior parte della popolazione? Oggi capiremo molte cose.
Dopo il caos dei giorni scorsi, Rafah in queste ore è ridotta a una città fantasma. Il check point al confine con l’Egitto è sbarrato con pannelli di cemento, così come il terminal solitamente affollatissimo. Non ci sono guardie di confine, nessun agente di sicurezza o funzionari del governo: troppo pericoloso continuare a lavorare laggiù. D’altronde l’intera città è sbarrata: solo un caffè è ancora aperto. C’erano cinque clienti, palestinesi dipendenti di una Ong norvegese, che non vogliono allontanarsi per paura di perdere la loro chance di lasciare la Striscia. Ma buona parte delle persone per giorni assembrate nell’area, le centinaia di palestinesi con doppia nazionalità che solo una settimana fa si erano precipitate qui dopo essere state convocate via sms dai loro governi convinti di poterle far uscire, si sono allontanate. Restare allo scoperto in quest’area colpita ripetutamente dai bombardamenti era diventato rischioso ed estenuante: tanto più che per ora si parla solo di far entrare gli aiuti e nessun accordo è stato trovato per far uscire gli “stranieri”.
Ma oggi tutti sperano che l’ingresso del convoglio sia l’inizio di un dialogo che porti a una soluzione per la popolazione di Gaza.
(testo raccolto da Anna Lombardi)