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I primi aiuti a Gaza ma Rafah richiude. “Non bastano, la gente è stremata”

(reuters)
Per l’Onu “sono solo una goccia nel mare”. Biden: “Lavoriamo a un passaggio costante”
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RAFAH (STRISCIA DI GAZA) – Dopo l’estenuante attesa durata giorni, ieri alle 10.30 del mattino (le 9.30 in Italia) il valico di Rafah, al confine tra l’Egitto e la parte Sud della Striscia di Gaza, si è finalmente aperto. Rimossi i pesanti blocchi di cemento che lo bloccavano dallo scorso 7 ottobre, per far transitare venti camion carichi di aiuti umanitari. Beni di prima necessità: cibo in scatola (tonno, carne e cereali) e acqua potabile ormai introvabile. Insieme a medicinali e attrezzature mediche cruciali per gli ospedali allo stremo.

Non è stato invece concesso l’ingresso di farina, nonostante anche quella scarseggi e la popolazione deve fare file di ore nella speranza di accaparrarsi del pane. Ed è stato lasciato fuori pure il carburante: con buona pace del fatto che nel territorio totalmente privo di corrente elettrica, sia l’unico modo per alimentare i generatori di corrente da cui ormai dipendono gli ospedali — dove si è perfino arrivati ad operare alla luce di cellular…

RAFAH (STRISCIA DI GAZA) – Dopo l’estenuante attesa durata giorni, ieri alle 10.30 del mattino (le 9.30 in Italia) il valico di Rafah, al confine tra l’Egitto e la parte Sud della Striscia di Gaza, si è finalmente aperto. Rimossi i pesanti blocchi di cemento che lo bloccavano dallo scorso 7 ottobre, per far transitare venti camion carichi di aiuti umanitari. Beni di prima necessità: cibo in scatola (tonno, carne e cereali) e acqua potabile ormai introvabile. Insieme a medicinali e attrezzature mediche cruciali per gli ospedali allo stremo.

Non è stato invece concesso l’ingresso di farina, nonostante anche quella scarseggi e la popolazione deve fare file di ore nella speranza di accaparrarsi del pane. Ed è stato lasciato fuori pure il carburante: con buona pace del fatto che nel territorio totalmente privo di corrente elettrica, sia l’unico modo per alimentare i generatori di corrente da cui ormai dipendono gli ospedali — dove si è perfino arrivati ad operare alla luce di cellulari a loro volte caricati con batterie d’automobile — essenziali per far funzionare le terapie intensive e per far circolare le ambulanze lì dove i bombardamenti proseguono incessanti continuando a provocare vittime e feriti (50 solo ieri).

A prendere in consegna gli aiuti, trasferendoli su una trentina di mezzi più piccoli, sono stati funzionari della locale Mezzaluna Rossa insieme allo staff dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi. Occupandosi di trasportarli in diverse località dell’area meridionale di Gaza. Una parte è rimasta proprio a Rafah — la città di confine che prima di quest’ultima crisi contava circa 245 mila abitanti — un’altra portata a Khan Younis, dove la popolazione di 350mila abitanti è raddoppiata con l’arrivo dei profughi dal Nord della Striscia, e un terzo carico destinato a Deir el Balah — il villaggio di 87 mila abitanti, dove la Mezzaluna rossa ha i suoi magazzini. Secondo i sudatissimi accordi, tocca a queste due agenzie gestirne la distribuzione: secondo un piano logistico studiato nei dettagli e basato sul fatto che a beneficiare di quanto entrato siano unicamente popolazioni e ospedali a Sud.

Israele ha infatti imposto come condizione il divieto assoluto di far arrivare aiuti nella zona sopra il Wadi Gaza: la riserva naturale a metà della Striscia, scelta come linea di demarcazione fra l’area designata come sicura e dove sono evacuate circa un milione di persone e il Nord roccaforte di Hamas. Se un qualunque mezzo cercherà di raggiungere Gaza City, ha intimato l’esercito, sarà attaccato e distrutto. E infatti ogni movimento dei camion è stato monitorato da Israele, attraverso i droni che ronzano costantemente nell’aria, per accertarsi che i patti fossero rispettati. Proprio trovare il modo per assicurarsi che nulla sarebbe transitato tra le mani del governo di Hamas, ha fatto allungare i tempi di consegna, nonostante l’accordo raggiunto dal presidente americano Joe Biden già mercoledì. Se tutto andrà bene, sarà forse concesso ad altri camion l’accesso nella Striscia addirittura già oggi o domani. In attesa ce ne sono già ben 140.

Sperando diventi routine, come auspicato pure dal segretario di Stato Antony Blinken ieri: dopo aver espresso soddisfazione per l’ingresso del convoglio, ha infatti chiesto «a tutte le parti di tenere il valico di Rafah aperto per rendere possibile il costante transito di aiuti, imperativo per l’assistenza della popolazione civile di Gaza». In serata il presidente Biden ha aggiunto: «Lavoriamo affiché gli aiuti siano costanti». Un appello rilanciato pure da Tedros Adhanom Ghebreyes, direttore generale dell’Oms: «Per soddisfare le necessità sanitarie urgenti di Gaza serve il passaggio sicuro di ulteriori convogli». Mentre anche l’Algeria annuncia un ponte aereo con aiuti urgenti verso l’aeroporto egiziano di Al-Arish (il più vicino alla Striscia ma chiuso ai cargo commerciali), atto di solidarietà con la popolazione assediata.

Certo, l’entrata del convoglio è un primo passo. Ma la delusione è grande. Intanto perché non è stato accompagnato dal cessate il fuoco in cui tanti speravano. E poi, come ha detto Martin Griffiths, capo degli aiuti d’emergenza delle Nazioni Unite, si tratta di rifornimenti «insufficienti, una goccia nel mare»: tanto più mentre sette gli ospedali sono prossimi al collasso e quattro sono già stati costretti a chiudere. Coi funzionari della Mezzaluna rossa, a ricordare come prima della crisi, entravano mediamente nella Striscia 450 camion di aiuti al giorno: il carico di ieri, rappresenta appena il 3 per cento di quanto serve. Basti pensare alle 44mila bottiglie d’acqua inviate dall’Unicef: fondamentali ma bastanti appena a coprire le necessità di 22mila persone per un giorno. «Con un milione di bambini a rischio, l’acqua è questione di vita o di morte i bisogni restano immediati ed immensi», ha infatti affermato Catherine Russell, a capo appunto del Fondo per l’Infanzia.

Sconforto pure fra le circa 60 famiglie con doppia nazionalità, che ieri mattina presto si erano presentate al valico, pur senza essere state convocate dai loro governi. S’illudevano che l’apertura potesse riguardarli. E vedere i cancelli richiudersi li ha gettati nello sconforto, coi capifamiglia a piangere e urlare al telefono coi funzionari delle rispettive ambasciate scongiurandoli di fare di più per permettergli di tornare a casa. Ma per ora, della loro uscita, nessuno parla più.

(testo raccolto da Anna Lombardi)

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