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Argentina al bivio

Con l'inflazione al 138% e il 40% della popolazione sotto la soglia di povertà, il Paese sembra tentato da un’insolita avventura di ultra-destra incarnata dall’anarco-capitalista Javier Milei
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BUENOS AIRES – Funziona così: prima di uscire è bene controllare su internet il cambio attuale con “el dolar blue” o “el euro blue”, successivamente basta recarsi a calle Florida, nel Microcentro di Buenos Aires, e lasciarsi guidare. Una serie di personaggi poco raccomandabili sussurra al passante straniero: “Cambio? Pesos? Euros? Reais?”. La contrattazione avviene in strada. È bene tener presente che i personaggi devono poter avere una piccola commissione. Quindi se il valore “blue” indicato per la giornata è un euro a 1050 pesos, 1000 è una buona base di contrattazione. A quel punto il contatto conduce a uno dei banchi di cambio, che di facciata espongono il valore ufficiale: un euro sta a 350 pesos di questi giorni. La persona dietro il banco cambia cento euro per 100mila pesos in cento banconote da mille. Se tutto va bene, le banconote sono autentiche.

Lo straniero si trova ora al ristorante. Arriva il conto di 50mila pesos e può decidere: se paga con la carta di credito…

BUENOS AIRES – Funziona così: prima di uscire è bene controllare su internet il cambio attuale con “el dolar blue” o “el euro blue”, successivamente basta recarsi a calle Florida, nel Microcentro di Buenos Aires, e lasciarsi guidare. Una serie di personaggi poco raccomandabili sussurra al passante straniero: “Cambio? Pesos? Euros? Reais?”. La contrattazione avviene in strada. È bene tener presente che i personaggi devono poter avere una piccola commissione. Quindi se il valore “blue” indicato per la giornata è un euro a 1050 pesos, 1000 è una buona base di contrattazione. A quel punto il contatto conduce a uno dei banchi di cambio, che di facciata espongono il valore ufficiale: un euro sta a 350 pesos di questi giorni. La persona dietro il banco cambia cento euro per 100mila pesos in cento banconote da mille. Se tutto va bene, le banconote sono autentiche.

Lo straniero si trova ora al ristorante. Arriva il conto di 50mila pesos e può decidere: se paga con la carta di credito europea pagherà 142 euro. Se paga invece con il contante appena cambiato ne pagherà 50. “Blue” è il termine usato per descrivere il mercato nero di valuta. Ma il “nero” è talmente indicativo dei turbamenti economici dell’Argentina che in questi giorni non si parla d’altro. I principali quotidiani del Paese hanno in homepage una diretta sull’andamento del mercato nero rispetto a quello ufficiale. E questo accade perché il valore “blue” è considerato indicativo dell’appetito per il dollaro (o euro) in un contesto di regolamentazioni e restrizioni cambiarie. O, in altre parole, è considerato il valore reale.

Siamo in Argentina e oggi si vota in un’elezione storica. Il Paese che cent’anni fa era tra i più ricchi al mondo – una ricchezza che ancora si impone in modo dirompente al passeggiare per i viali alberati della sua maestosa capitale – è ancora una volta seduto su una bomba a orologeria. La posta in gioco è alta: lo scoramento e la povertà potrebbero spingere la popolazione a imbarcarsi in un inedito esperimento di estrema destra anarco-liberista incarnato dall’enigmatica figura dell’economista Javier Milei.

L’economia è vittima di cattive gestioni sia da parte di governi di destra che di sinistra. L’inflazione annuale a settembre ha toccato il 138%, la terza più alta al mondo. La percentuale di persone che non hanno accesso agli alimenti e servizi essenziali è aumentata dal 26% nel 2017 al 43% attuale. L’Argentina deve al Fondo Monetario Internazionale 44 miliardi di dollari – praticamente un terzo dell’intero portafogli di prestiti dell’istituzione. La banca centrale non ha riserve di dollari sufficienti per ripagare. Ci sono stati tre anni di siccità che hanno duramente colpito il vitale settore agricolo e ancora si pagano gli strascichi della pandemia. La corruzione è rampante. La sfiducia verso le istituzioni è la più alta mai registrata e la popolazione è esausta.

Sono tre i candidati principali che corrono al primo turno e in base agli ultimi sondaggi ufficiali – che tutti gli analisti invitano a prendere con le pinze – è molto probabile che si andrà al ballottaggio il prossimo 19 novembre. Per l’attuale governo c’è il candidato del peronismo Sergio Massa (al 30,4% di intenzione di voto), che ironicamente è il ministro delle Finanze ed è a capo della coalizione Unión por la Patria (UP). Dal centrodestra lo sfida Patricia Bullrich (intenzione di voto al 26,1%), di Juntos por el cambio (JxC), erede politica di Mauricio Macri che ha governato il Paese dal 2015 al 2019. Infine c’è la novità assoluta della scena politica: Javier Milei (intenzione di voto al 34,6%), leader de La libertad avanza (LLA), autodefinito “anarco-capitalista” di ultra destra che alle elezioni primarie di agosto ha superato i partiti tradizionali terremotando la scena politica.

«È un’elezione storica che decreta la fine di 20 anni di bipartitismo in Argentina. L’apparizione sulla scena politica di Javier Milei segna la fine di un secolo politico. E questa novità si deve quasi esclusivamente al carisma della sua figura. È una sorta di mago che si è fatto portatore di due idee forti: l’abolizione della casta e la dollarizzazione dell’economia. Quest’ultima in particolare molto attraente nel contesto economico attuale», spiega a Repubblica Shila Vilker, analista di opinione pubblica dell’istituto demoscopico Trespuntozero.

Il dollaro e Javier Milei

È mercoledì sera e all’Arena Movistar nel quartiere di Villa Crespo si distribuiscono souvenir a forma di motosega e biglietti da un dollaro con la faccia di Javier Milei. La motosega e il badile sono gli oggetti che il candidato di La Libertad Avanza porta con sé agli eventi di campagna per rendere l’idea: se vince, eliminerà la classe di governo corrotta e imporrà tagli drastici alla spesa pubblica. I giornalisti non sono ben visti. Per poter partecipare ai suoi eventi devono stipulare una polizza assicurativa per danni alla persona che esplicitamente solleva il candidato, sua sorella Karina e il partito da ogni responsabilità.

Elezioni in Argentina, la chiusura della campagna di Javier Milei come una rockstar

Il perché è presto detto: i supporter del candidato che accorrono all’evento si rivolgono alla coda della stampa con insulti di vario tipo: il più ricorrente è “hijos de pauta”, un gioco di parole che letteralmente significa “figli del sussidio (all’editoria, ndr)”, ma che in realtà vuol dire “figli di puttana”. Insieme ai giornalisti entrano gli influencer, l’esercito di amplificatori del verbo di Milei che ha creato canali alternativi per scartare dai media mainstream. Tra loro c’è Lucas Apollonio, faccia pulita doppio taglio e orecchino pendente a croce, del canale El ojo del poder, che risponde alle domande mentre è in diretta con i followers: «I media mainstream diffondono il pensiero unico, il nostro lavoro è amplificare il messaggio di Milei. Il paragone con Donald Trump? Bueno, non lo prendiamo certo come un insulto».

Lo stadio è pieno e la musica è rock. Si alternano grandi classici a pezzi adattati alla campagna che tutti cantano saltando: “Quello che voglio è dollarizzare e bruciare la banca centrale”, è il ritornello che fa scatenare la folla. I membri della squadra de La Libertad Avanza sfilano uno a uno davanti alla prima linea della platea. Con giacca gialla dalle spalle grandi e body nero, la più acclamata è Lilia Lemoine, 42 anni, amante del cosplay – la pratica di travestirsi come personaggi dei fumetti o super eroi - come lo stesso Milei, terrapiattista e negazionista del Covid che è arrivata nella formazione per “quote rosa” e non fa mistero di aver avuto una relazione con il leader all’inizio della sua militanza.

Suona il Shofar, una cornamusa usata nella tradizione ebraica. Sul maxischermo si alternano immagini di esplosioni nucleari a immagini di deflagrazioni controllate di edifici per un tempo interminabile di vari minuti. I riflettori puntano sul pubblico, la telecamera dolly plana sulla platea, dove Javier Milei si fa trascinare da un bagno di folla verso il palco. La musica ora è quella di Rocky Balboa.

Javier Milei, “el loco” - “il pazzo” che veniva malmenato dal padre e che i compagni di scuola prendevano in giro per il look eccentrico - è qui per riscattarsi di fronte al mondo. E la cabala è dalla sua parte: il 22 è il numero del pazzo e il giorno delle elezioni, 22 ottobre, è il suo compleanno.

Solo un oratore parla prima di lui. È l’economista ottantenne Alberto Benegas Lynch, considerato mentore del partito in termini di idee liberiste, cui evidentemente è stato affidato un compito delicato: rispondere a Papa Francesco, che due giorni prima aveva indirettamente definito Milei “pagliaccio”. «Ho una proposta», dice Lynch: «l’Argentina dovrebbe sospendere le relazioni diplomatiche con il Vaticano fintanto che alla guida della Chiesa domina uno spirito totalitario». Esplode l’applauso, ma all’osservatore non può sfuggire che possa essere un passo falso in un paese dove ci sono 34 milioni di cattolici su una popolazione di 45 millioni. E in un momento storico in cui la chiesa è guidata da un Pontefice argentino.

Milei, per prima cosa, ringrazia i suoi cani e li chiama per nome: Conan – che è morto, ma dalle cui cellule ha fatto clonare gli altri quattro – Murray, Milton, Robert e Lucas – i cui nomi sono omaggio agli economisti che agitano il suo pensiero. Sui mastini non si scherza: hanno un ruolo fondamentale nella vita del leader di LLA che dice senza mezzi termini di comunicare con loro, anche con quello morto, attraverso una medium. Nemmeno sulla medium si scherza: è la figura che permette al candidato di parlare con persone che si trovano nell’aldilà e in ultima istanza con Dio, dal quale avrebbe ricevuto la missione di guidare l’Argentina. Sono dettagli della sua vita che lui stesso ha rivelato al pubblico.

«Siamo di fronte a una svolta storica. Possiamo vincere al primo turno. Non siamo un salto nel vuoto». E la folla intona: «Primo turno, primo turno!». Si parla esclusivamente di temi economici e Milei passa in rassegna tutti i capisaldi della sua ricetta: eliminare la banca centrale, adottare il dollaro come moneta di riferimento per stabilizzare l’inflazione, accompagnando la misura da tagli della spesa pubblica «superiori a quelli richiesti dal Fondo monetario internazionale». Vaticina la fine della sanità e dell’istruzione pubbliche, promette di ridurre a otto il corpo ministeriale. «Eravamo il Paese più ricco del mondo e possiamo tornare ad esserlo». Infine, attacca la casta: governo, dipendenti pubblici e giornalisti: “Afuera!” (“Fuori!”).

Dalle fila di La Libertad Avanza non sembrano preoccupati dalla tenuta sociale di fronte a politiche di austerity in un Paese dove ampi segmenti della popolazione vivono di sussidi da generazioni: «Al contrario, abbiamo in mente un programma enorme di professionalizzazione e specializzazione per creare opportunità per le persone che non lavorano, e contemporaneamente faremo in modo che per le imprese si moltiplichino le possibilità di assumere: oggi le piccole aziende devono rivolgersi al mercato nero perché non riescono a far fronte alla pressione fiscale», spiega in un ampio colloquio con Repubblica Diana Mondino, economista argentina che è stata designata come ministra degli Esteri di un ipotetico governo Milei. «I sussidi rimarranno», precisa Mondino, «ma si ridurranno quei casi di abusi e corruzione che sono molto significativi». Ed è proprio sulla “casta” e sulla corruzione che La libertad avanza ha potuto capitalizzare nei confronti dei rivali.

Il governo e la corruzione

Due scandali di corruzione hanno colpito l’alleanza di governo durante la campagna. Il primo è meglio conosciuto come “Escandalo de chocolate Rigau” e vede come protagonista Julio Segundo Rigau (il cioccolato centra con il colore della sua carnagione), un esponente del peronismo pizzicato a un bancomat di Mar del Plata mentre ritirava 7,5 millioni di pesos servendosi di 48 carte di credito diverse. Un’operazione che avrebbe ripetuto decine volte, ogni lunedì, alle 11 di sera.
Il secondo è quello dell’ex capo di stato maggiore Martìn Insurralde - ex capo di gabinetto del governatore della provincia di Buenos Aires Axel Kicillof, strettissimo alleato di Massa - protagonista di una serie di scatti della fidanzata modella Sofia Clerici in una vacanza con yacht, rolex e champagne a Marbella. Non sarebbe uno scandalo se non fosse che la sua dichiarazione dei redditi del 2022 è di circa mille euro al mese e il suo partito dovrebbe essere la forza che rappresenta i lavoratori in un Paese dove 4 persone su 10, pur lavorando, sono povere.

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La corruzione trapela anche dagli eventi di campagna dei filo-governativi. Lo stadio Julio Grondona, nella località di Sarandì, è la location scelta da Massa e Kicillof per la chiusura di campagna. I quartieri popolari che bisogna attraversare in macchina venendo dalla città per arrivare a questa luogo di provincia sono tappezzati da graffiti con i nomi di “Sergio” e “Axel”. La zona circostante allo stadio è bloccata da autobus di linea usati per trasportare il pubblico. Il 152, l’83, il 130… hanno tutti deviato dal loro percorso per scaricare centinaia di supporter assatanati all’evento. I tamburi suonano a ritmo di cumbia e le trombe intonano il canto. Le griglie cuociono bistecche e chorizo, nuvole di fumo penetrante avvolgono la massa di persone che si avvicina allo stadio. Da 20 anni a questa parte, gli eventi del peronismo si ripetono secondo questo schema.

Lo stesso concetto di peronismo è di difficile definizione; spesso gli argentini faticano a dare una risposta: è una corrente politica populista inaugurata negli anni ’40 da Juan Domingo Perón e sua moglie Evita, e che unisce il giustizialismo al socialismo e al patriottismo. «È un fenomeno molto trasversale. Ci sono molte persone che non si definiscono peroniste ma parlano la lingua del peronismo. Ha a che vedere con il valore del lavoro, la solidarietà sociale, l’idea di popolo. È una sensibilità, un corpo di idee. C’è nel nostro settore la definizione di ‘peronismo intuitivo’: per riferirsi a persone che non si definiscono peroniste, ma di fatto si esprimono come tali», spiega ancora Vilker. Il peronismo intuitivo è una potenziale base elettorale dell’UP di Massa, ed è enorme.

I presenti all’evento non sembrano preoccupati per l’inflazione: «Siamo qui per appoggiare il peronismo. L’inflazione è un po’ ovunque», minimizza Marcial Fonrouge, un quarantenne che si definisce di classe media accorso con un gruppo di amici all’evento. Lo preoccupa invece la “perdita di diritti” che potrebbe seguire all’elezione di Javier Milei: «Non voglio un Paese senza istruzione e sanità pubbliche. È questa la posta in gioco al voto e per questo sono qui a dimostrare il mio appoggio a Axel e Sergio». «Sono elezioni che minacciano di toglierci diritti acquisiti», fa eco Melisa, che lavora nell’assistenza di bambini portatori di handicap. «Sono sicura che la mia posizione cesserebbe di esistere con un governo Milei, e migliaia di famiglie sarebbero lasciate al loro destino con figli bisognosi». Al suo fianco, la collega Katia denuncia invece un’involuzione maschilista: «La campagna ha visto imporsi i toni di un machismo che pensavamo di avere dimenticato», sottolinea, e fa riferimento alla storica battaglia per l’aborto che le donne argentine hanno vinto creando un precedente per tutto il continente. I dati le danno ragione: secondo un sondaggio commissionato dall’Economist, il 60% degli argentini maschi tra i 18 e i 25 anni appoggia Milei.

La fine dell’era Kirchner

“L’ufficialismo”, così si definisce in Argentina la parte politica al governo, è nettamente in declino. Era arrivato al 52% delle preferenze ma ora si colloca al 30. Ci sono alcuni meriti che gli vengono riconosciuti: il sistema di pensioni, l’istruzione universitaria gratuita e l’assegno universale per i figli sono conquiste consolidate. L’Argentina è inoltre all’avanguardia in America Latina in tema di diritti: l’aborto è legale, così come lo sono i matrimoni omosessuali. Infine si riconosce a questa gestione di aver generato posti di lavoro. Il problema è che i salari non sono sufficienti a coprire i bisogni fondamentali.

Su tutti questi elementi cerca di costruire Segio Massa con il suo discorso elettorale: «Crediamo una sola classe di uomini e donne; i lavoratori. Vogliamo un’Argentina che continui a generare posti di lavoro, che permetta salari migliori, che ci assicuri pensionamenti più degni. Oggi è il giorno della lealtà [17 ottobre, uno dei principali anniversari peronisti, ndr] e veniamo a confermare la nostra lealtà all’istruzione pubblica». Massa ha ammesso a settembre «il fallimento delle politiche dei prezzi del governo» e ha presentato una serie di misure per «diminuire la pressione fiscale per i lavoratori e le imprese che producono e portare a zero la tassa sui profitti per questi settori». Ma è una presa in giro: implica l’aumento della spesa pubblica. Gli sgravi fiscali annunciati dopo la batosta elettorale alle primarie di agosto si tradurranno immediatamente in un aumento in molte buste paga già a novembre sul mese di ottobre. Sarebbe a dire due settimane prima del secondo turno elettorale. «Sappiamo che gli argentini decidono cosa votare due settimane prima delle urne. Al secondo turno il partito di governo avrebbe un vantaggio», ammette una fonte a contatto con il governo.

C’è anche uno scenario più ampio per Massa: vada come vada, queste elezioni segnano la fine del Kirchnerismo, il ventennio che ha visto susseguirsi alla presidenza Néstor Kirchner e successivamente, più a lungo, Cristina Kirchner. Cristina oggi è vicepresidente della repubblica ma si è mantenuta significativamente al margine della campagna elettorale. Lo stesso vale per il presidente Alberto Fernández, che da settembre si è eclissato dalla vita pubblica, salvo apparire questa settimana in Cina per il vertice delle Vie della Seta. Se Massa non dovesse essere eletto presidente, potrebbe comunque costruire dall’opposizione e puntare alla presidenza tra quattro anni. La giovane età glielo permetterebbe.

Ed è dall’invito a mettere fine a questo ventennio che ha chiuso la campagna elettorale Patricia Bullrich. L’ex ministra della Sicurezza del governo Macri ha messo il tema della lotta alla criminalità e alla corruzione al centro della sua candidatura. «Questa domenica terminiamo il ventennio kirchnerista. Con Insurralde abbiamo visto la corruzione di questi mafiosi, quello yacht ci ha mostrato ciò che sapevamo da anni. È talmente chiaro vedendo Insaurralde con lo champagne: quello è il denaro dei servizi che non abbiamo, della sicurezza cui abbiamo derogato. Vi hanno lasciato da soli qui a Lomas de Zamora con la criminalità», ha urlato da un palco poco protetto dalla località della provincia di Buenos Aires. Bullrich non ha il carisma di Milei né il vantaggio di stare al governo di Massa, ma il suo partito ha una buona rappresentanza di governatori regionali nel Congresso; è una carta che secondo gli analisti potrebbe giocare a suo favore. Parte in svantaggio, ma si gioca con Massa l’accesso al ballottaggio.

Elezioni in Argentina, Bullrich chiude la campagna elettorale

Il passato e l’estrema destra

Nei sotterranei della Escuela de Mecánica de la Armada (Esma) c’è un punto in cui una delle travi è a circa 1,50m di altezza. Bisogna abbassarsi per accedere allo spazio successivo, che è una sorta di ripostiglio. C’è un racconto ricorrente tra le vittime della dittatura che hanno testimoniato nei processi contro la giunta militare di Jorge Videla. Ricordano in tanti di essere stati trascinati dalle guardie con le mani legate e un cappuccio nero sul capo lungo i sotterranei e di essere stati mandati a sbattere frontalmente contro quella trave. Lo spazio successivo, il ripostiglio, era definito “l’inferno”. Gli appartamenti dei generali, con le ampie vetrate e i pavimenti in legno tirati a lucido, erano contigui alle stanze di tortura. Ci sono state testimonianze a processo di amici dei figli dei militari che frequentavano queste case e che ricordano che da bambini, mentre prendevano il tè in salotto, vedevano i detenuti incappucciati che venivano trascinati da un luogo di tortura all’altro.

L’Esma è stato uno dei principali centri di detenzione e tortura durante la dittatura militare; da qui sono scomparsi più di cinquemila prigionieri politici. È giovedì pomeriggio e, in una delle ampie stanze di questo complesso militare immerso in una vegetazione rigogliosa, un simposio celebra il riconoscimento di questo luogo di memoria tra i patrimoni dell’umanità dell’Unesco. La decisione è arrivata a inizio del mese e inevitabilmente assume un significato politico.

Il fatto è che per la prima volta dalla dittatura militare una forza politica che si presenta alle elezioni mette in dubbio pubblicamente la dimensione dei crimini commessi in quegli anni. «Iniziamo dalla verità. Non furono 30mila i desaparecidos. Furono 8.753. Siamo contrari a una visione distorta della realtà. Per noi, negli anni ’70 ci fu una guerra e in questa guerra le forze dello Stato hanno commesso eccessi. Però anche i terroristi dei montoneros uccisero e torturarono»; le parole di Milei sulla dittatura sono pietre. Sebbene anche parte della destra di Mauricio Macri e Patricia Bullrich abbia spesso flirtato con la relativizzazione dei crimini dei generali, nessun candidato alla presidenza aveva mai osato esprimersi in questi termini.

La cifra 8.753 è il risultato di un’indagine della Commissione Nazionale per la Sparizione di Persone, che nel 1984 ha raccolto il totale delle denunce formali fatte dai famigliari per recuperare gli scomparsi. Nessuno storico la considera nemmeno approssimativa riguardo alla totalità delle vittime. Basti pensare che c’erano 700 centri di detenzione e tortura su tutto il territorio e che solo a Buenos Aires morirono più di 5mila oppositori. Il consenso nazionale si è stabilito sulle 30mila vittime: è una cifra approssimativa e simbolica, formulata sulla base di un rapporto dell’intelligence consegnato nel 1978 ai colleghi cileni della dittatura di Pinochet, secondo cui nei primi due anni erano già state uccise 22mila persone. Contestare la cifra con il rigore delle unità delle denunce presentate è una tipica tecnica negazionista. È la stessa usata dai negazionisti dell’Olocausto.

«La giustizia argentina ha dimostrato che non ci fu una guerra negli anni ’70, ma ci fu un piano sistematico di repressione illegale con centri di detenzione clandestini. Ha anche dimostrato che non ci furono ‘eccessi’ da parte dei militari, ma un vero e proprio piano di detenzioni illegali. Fu terrorismo di Stato ed è questa l’interpretazione che ha riconosciuto l’Unesco», spiega a Repubblica Mauricio Cohen Salama, coordinatore della candidatura dell’Esma a patrimonio dell’umanità.

Sono più di mille i militari condannati in Argentina per crimini contro l’umanità in processi che godono di ampio riconoscimento internazionale. È un percorso di “verità e giustizia” disegnato dal Paese per evitare che non si ripetano tali atrocità. Il riconoscimento dell’Unesco proteggerà l’Esma da future ritorsioni politiche. Non si può dire lo stesso per le tante organizzazioni dei diritti umani e delle vittime che hanno contribuito a questo processo, a partire da las Abuelas de Mayo: tutte temono in queste ore per il risultato elettorale.

Milei ammira Donald Trump e Jair Bolsonaro. Ma in patria si spinge oltre e apre la porta agli apologeti della giunta. Ha lavorato come consulente del genocida Antonio Domingo Bussi, generale di Videla successivamente condannato per crimini contro l’umanità. Il figlio di Bussi è candidato tra le fila di LLA a Tucumán. Victoria Villaruel, che è destinata a diventare vicepresidente, ministra della Difesa e Sicurezza, ha fatto carriera difendendo la dittatura in televisione. Suo padre e suo zio collaboravano con la giunta. Ha una relazione intima con il genocida Alberto González Menotti, condannato all’ergastolo e ricordato per le sevizie sadomasochiste sulle detenute. «Milei è matto ma è lei quella veramente pericolosa», dice a Repubblica Uki Goñi, un giornalista che ha dedicato la sua vita a investigare la dittatura e che è oggetto di continui attacchi sui social da parte della stessa Villaruel.

L’Argentina ancora una volta è seduta su una bomba a orologeria e Javier Milei “el loco” ha in mano il fuoco per anticipare la deflagrazione. Il Paese oggi vota e l’incognita è se prevarrà la paura o la rabbia. La paura di avere un “un pazzo” alla guida di uno Stato allo sbando. O la rabbia verso una classe politica corrotta che ha ridotto ancora una volta la popolazione alla fame. In gioco c’è quel “consenso democratico” così faticosamente costruito e che ha tenuto il Paese lontano da spinte autoritarie negli ultimi decenni.

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