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La fame, l’odore della morte, i cadaveri spostati sui muli: vita quotidiana a Gaza Sud

Israele ha spinto qui un milione di persone dal Nord della Striscia. L’incubo delle famiglie: ognuno ha un compito per sopravvivere sotto i bombardamenti
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DEIR AL-BALAH (Striscia di Gaza) — Se già prima di questa nuova guerra la Striscia di Gaza era uno dei luoghi più densamente popolati del Pianeta, l’evacuazione a Sud di oltre un milione di persone ha reso questa parte di terra letteralmente sovraffollata. In ogni casa, in ogni tenda, in ogni rifugio decine di persone convivono. In buona parte si tratta di famiglie ricongiuntesi nell’emergenza, che cercano di affrontare unite le difficoltà quotidiane, dormendo addirittura in 20, 30 perfino 40 persone in poco spazio. Difficile raccontare il caldo e il fetore di corpi che non hanno mai abbastanza acqua per lavarsi, il pianto costante di bambini costretti tutto il giorno in casa e dunque molto nervosi, le grida di terrore degli adulti quando i bombardamenti si avvicinano. E poi le liti per un sorso d’acqua o a un pezzo di pane. E il lamento di chi si ammala: visto che senza acqua potabile, diarrea, scabbia e varicella si stanno diffondendo sempre di più.

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DEIR AL-BALAH (Striscia di Gaza) — Se già prima di questa nuova guerra la Striscia di Gaza era uno dei luoghi più densamente popolati del Pianeta, l’evacuazione a Sud di oltre un milione di persone ha reso questa parte di terra letteralmente sovraffollata. In ogni casa, in ogni tenda, in ogni rifugio decine di persone convivono. In buona parte si tratta di famiglie ricongiuntesi nell’emergenza, che cercano di affrontare unite le difficoltà quotidiane, dormendo addirittura in 20, 30 perfino 40 persone in poco spazio. Difficile raccontare il caldo e il fetore di corpi che non hanno mai abbastanza acqua per lavarsi, il pianto costante di bambini costretti tutto il giorno in casa e dunque molto nervosi, le grida di terrore degli adulti quando i bombardamenti si avvicinano. E poi le liti per un sorso d’acqua o a un pezzo di pane. E il lamento di chi si ammala: visto che senza acqua potabile, diarrea, scabbia e varicella si stanno diffondendo sempre di più.

Se non ci sono stati bombardamenti vicini, al mattino ci si sveglia sollevati dall’essere vivi, ci si guarda gli uni con gli altri, quasi a rassicurarsi: “Ci siamo tutti”. L’attività principale consiste nel procurarsi il necessario per sopravvivere un’altra giornata. Fin dalla mattina, ci si dividono i compiti e tutti hanno il proprio: procurarsi del cibo per l’unico pasto che si consuma, il pranzo, è il principale. All’alba, digiuni, ci si distribuiscono dunque le rispettive “missioni”. È necessario, anche se in realtà nessuno si allontana volentieri: ci si sopporta a stento, ma separarsi fa ancora più paura. Ai ragazzi, dai 10 anni in su, tocca andare con le taniche a cercare di procurarsi acqua potabile. Che viene poi caricata su certi carrellini fatti con cassette della frutta su cui sono montate rotelle e trascinata anche per diversi chilometri. Alle donne tocca la fila per il pane o procurarsi al mercato nero qualche scatoletta di carne o di tonno a rompere la monotonia di un pasto composto principalmente da riso.

Le ragazze intrattengono i bambini e gli anziani rimasti in casa. I padri di famiglia vanno invece in cerca di quella benzina che scarseggia sempre più e i cui prezzi sono arrivati alle stelle: necessaria a far partire i generatori e avere quel poco di elettricità utile a mettere in moto pompe d’acqua e desalinatori. Ma anche far funzionare la radio, accesa il più a lungo possibile perché ormai tutti viviamo nel costante bisogno di aggiornamenti sulla situazione, news da cui qui può dipendere vita e morte. E, ricaricare i cellulari, accesi, per risparmiare la carica, solo in determinati orari e che quando proprio va male si alimentano con batterie di auto, pure quelle sempre più scariche. Certi giorni il cellulare è carico ma manca la linea, soprattutto se hanno bombardato vicino. E allora bisogna dominare pure il senso di isolamento, privi dell’unico mezzo per comunicare col mondo e coi propri cari, dare e ricevere informazioni. Le giornate finiscono presto. Dopo mangiato si raccontano storie, molto spesso si evocano memorie vicine: l’estate appena trascorsa. Appena fa buio ci si mette a dormire. O almeno si prova.

(reuters)

Nelle ultime 24 ore i bombardamenti israeliani si sono intensificati, tornando a far presagire l’imminenza dell’annunciata operazione di terra. Senza alcun avvertimento sabato sera e all’alba di ieri, sono state colpite pure zone sotto il Wadi Gaza, la riserva naturale scelta dagli israeliani come linea di demarcazione fra il Nord roccaforte di Hamas e il Sud dove appunto i civili sono stati invitati ad evacuare. A Khan Younis, bombe sono cadute su un caffè affollato: morte 12 persone, compresa una donna con passaporto olandese, che fino a qualche ora prima aveva stazionato al valico di Rafah, sperando di poter uscire. Bombe anche a Rafah e nei dintorni della vicina Deir al-Balah ma il numero definitivo delle vittime è incerto (si parla di decine: per alcuni più di venti, per altri oltre cento). Fra le vittime, almeno quattro bambini arrivati nel locale ospedale Shuhada Al Aqsa, i nomi scritti in arabo sui polpacci: un gesto ripetuto da sempre più genitori, per permettergli di conservare uno straccio d’identità anche al cimitero. Nel nosocomio allo stremo, i nuovi morti e feriti hanno sopraffatto il Pronto Soccorso: i medici costretti ad operare addirittura per terra e implorare i presenti di donare sangue, perché pure quello scarseggia. Sovraffollato pure l’obitorio: dove i cadaveri, avvolti in lenzuoli bianchi, sono stati allineati sul marciapiedi all’ingresso, e i familiari invitati a portarseli via al più presto. Salvo che con le auto a secco, ci si è dovuti procurare un carretto tirato da un asino per portarli al cimitero.

Deir al-Balah è la stessa città dove sabato la Mezzaluna rossa ha portato nei suoi magazzini il contenuto dei 20 tir di aiuti umanitari entrati nella Striscia. Le consegne di cibo, acqua e farmaci sono iniziate ieri, poco dopo le due. Nel pomeriggio è stata però smentita la voce dell’ingresso di cisterne piene di carburante attraverso il valico di Rafah. Camion all’interno di Gaza hanno effettivamente spostato benzina: ma da un deposito Onu ad alcuni ospedali, dove i generatori a secco ora - lo denuncia l’Unicef, che qui ancora opera attraverso lo staff palestinese - mettono a rischio, fra gli altri, la sopravvivenza di 120 neonati prematuri attualmente in incubatrici, 70 dei quali sottoposti a ventilazione meccanica.

Almeno una buona notizia c’è: l’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, ha annunciato la distribuzione di farina gratis a 16 panetterie del Sud. Per qualche giorno almeno non solo ci sarà più pane: ma sarà venduto a metà prezzo: 4 shekel, circa 1 euro, per 50 pita (il pane arabo tradizionale), ovvero il prezzo pre-guerra invece degli 8 cui si è arrivati oggi. Un sollievo: accorcerà le immense file affrontate quotidianamente dalle famiglie. E riempirà le pance un po’ di più.

(testo raccolto da Anna Lombardi)

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