Le guerriere della pace, madri israeliane e palestinesi unite: “Fermatevi ora, non uccidete più i nostri figli”
di Benedetta PerilliLa marcia del 4 ottobre / Foto Facebook
Michal Halev è una delle madri di Woman Wage Peace, l’associazione con base in Israele che dal 2014 unisce nel segno della pace donne arabe, ebree e cristiane, di destra e di sinistra, israeliane e palestinesi. Il 4 ottobre ha marciato vestita di bianco stringendo la mano alle madri palestinesi. Tre giorni dopo, il 7 ottobre, è diventata la madre di un figlio morto: Laor, 20 anni, ucciso dai miliziani di Hamas.
“Fermatevi, la guerra non è la risposta – chiede ora in un toccante appello – Israele, le madri di Gaza, il popolo ucraino, tutti stiamo attraversando l’orrore”. Poi, prima di scoppiare in lacrime, chiede che si faccia qualcosa affinché i bambini possano crescere nell’amore e non nell’odio, possano realizzare i loro sogni, sposare la persona che amano.
Una mano di pace alle madri di Gaza
Una risposta d’amore, non di odio, come confermato anche dal comunicato ufficiale dell’associazione diffuso a giorni di distanza dall’attacco. “Anche oggi, tra il dolore e la sensazione c…
Michal Halev è una delle madri di Woman Wage Peace, l’associazione con base in Israele che dal 2014 unisce nel segno della pace donne arabe, ebree e cristiane, di destra e di sinistra, israeliane e palestinesi. Il 4 ottobre ha marciato vestita di bianco stringendo la mano alle madri palestinesi. Tre giorni dopo, il 7 ottobre, è diventata la madre di un figlio morto: Laor, 20 anni, ucciso dai miliziani di Hamas.
“Fermatevi, la guerra non è la risposta – chiede ora in un toccante appello – Israele, le madri di Gaza, il popolo ucraino, tutti stiamo attraversando l’orrore”. Poi, prima di scoppiare in lacrime, chiede che si faccia qualcosa affinché i bambini possano crescere nell’amore e non nell’odio, possano realizzare i loro sogni, sposare la persona che amano.
Una mano di pace alle madri di Gaza
Una risposta d’amore, non di odio, come confermato anche dal comunicato ufficiale dell’associazione diffuso a giorni di distanza dall’attacco. “Anche oggi, tra il dolore e la sensazione che la fiducia nella pace sia crollata, tendiamo una mano di pace alle madri di Gaza e della Cisgiordania. Noi mamme insieme alle donne di tutto il mondo dobbiamo unirci per fermare questa follia”.
Un comunicato difficile, arrivato dopo giorni di riflessione e confronto. “Prima c’è stato il dolore, poi la rabbia e infine siamo riuscite a trovare la nostra voce, capace di rappresentare tutte le anime delle donne che fanno parte della nostra rete, donne diverse per religione, appartenenza politica, ideali”, spiega a Repubblica Na’ama Barak Wolfam, una delle componenti di Women Wage Peace, l’organizzazione che unisce oltre 50mila persone e che nel 2016 avevano organizzato la prima grande marcia delle donne per la pace.
Donne nei negoziati
Queste donne da anni chiedono ai leader israeliani e palestinesi di avviare i negoziati di pace per trovare una soluzione al conflitto e di farlo includendo anche la presenza femminile. “Ai rispettivi governi continuiamo a domandare, come facciamo da anni, che in ogni trattativa, in ogni tavolo, in ogni posto dove vengono prese le decisioni sulla questione si sieda anche una donna, come prevede la risoluzione Onu 1325”, continua Barak Wolfam. “Questo conflitto non si risolverà mai con la guerra ma con un accordo. Ma prima di tutto chiediamo che gli ostaggi vengano liberati”.
La marcia delle madri
Sono tutte attiviste che operano nei loro territori, sia in Israele che in Palestina. Tre giorni prima dell’attacco a Israele si sono riunite in migliaia partendo da Gerusalemme fino alla Cisgiordania, sul Mar Morto, facendo confluire in un unico evento anche le militanti di Women of the Sun, associazione palestinese indipendente nata nel 2021 e composta da un migliaio di iscritte provenienti da Betlemme, Nablus, Beit Jala. Tra queste ultime alcune sono state bloccate al check-point per raggiungere Gerusalemme. Le altre allora hanno gridato ancora più forte, anche per loro, “Vogliamo la pace”.
Più di settantadue ore dopo sui canali social di Women Wage Peace è apparsa una colomba bianca sporca di sangue. E da allora non hanno mai smesso di lanciare appelli. Per la liberazione di una delle loro attiviste più importanti, la 78enne di origine canadese Vivian Silver che dal kibbutz di Be’eri si presume sia stata portata nella Striscia; per salvare i loro figli; perché i governi fermino subito il massacro.
“Prima del 7 ottobre eravamo unite nella speranza, nella costruzione di una pace insieme alle attiviste del territorio palestinese. Ora siamo unite a loro nel dolore ma abbiamo il dovere di continuare a coltivare la speranza di poter costruire il cambiamento, per tutti i nostri figli, da entrambi i lati”, così Barak Wolfam spiegando che nell’immediato le condizioni rendono impossibile una nuova manifestazione insieme alle attiviste di Women of the Sun ma che la speranza è quella di tornare presto a marciare insieme.
Le sorelle d’Europa
Così, mentre la situazione sul campo rende impossibile fare rete in questo momento, a rilanciare il loro grido, nel cuore dell’Europa che in questi giorni si ritrova a gestire l’allarme terrorismo, sono altre donne. Sorelle nella battaglia contro la guerra. Hanno sede a Parigi ma anima internazionale, si chiamano Les Guerrières de la Paix, guerriere della pace. Hanno partecipato alla marcia del 5 ottobre delle madri israeliane e palestinesi e tornate in Francia hanno pubblicato un appello su Le Monde firmato da numerose esponenti della società civile nel quale chiedono coraggio affinché ognuno superi le proprie convinzioni e riconosca la legittimità dell’altro.
“Chiediamo ai politici e alle istituzioni che possono e devono agire, usando le leve diplomatiche, la legge, ma soprattutto la loro voce, di porre fine a questa escalation di violenza, che sta già avendo ripercussioni ben oltre i confini di Israele e Palestina – hanno scritto - devono scegliere di stare dalla parte della pace; ma per farlo, devono vedere che tutti noi, al di là delle nostre storie e amicizie, delle nostre sensibilità o appartenenze, siamo capaci di unirci”.
La pace è donna
Non è la prima volta che donne e associazioni femminili diventano portavoce di messaggi di pace quando l’utilizzo delle armi e le minacce di guerre si fanno prepotenti. La storia del femminismo pacifista è lunga, dalla Prima guerra mondiale fino alla guerra in Ucraina. “Anche stavolta le donne pagano il prezzo più alto della guerra ma sono anche i pilastri delle loro comunità. Hanno un pragmatismo nella loro militanza – spiega a Repubblica Hanna Assouline, presidente e fondatrice delle Guerrières de la Paix– queste donne ci raccontano che i politici si sono lacerati per anni su cinici calcoli di posta in gioco politica, mentre loro operano nel mondo reale, sul campo, nella vita. Quando si è in contatto con la realtà, si sa che non c'è altra soluzione che uscire da questa situazione. Ovvero trovare un modo per vivere insieme su questa terra, perché nessuno di questi due popoli è destinato a scomparire”.
Al motto di “Ho scelto il mio schieramento, ho scelto la pace”, le guerriere della pace hanno organizzato per domenica 22 una manifestazione a Parigi. “La posta in gioco è anche qui in Europa. Se saremo in grado di unirci per dire che il dolore degli altri è il nostro dolore, la nostra comune umanità si rafforzerà. Lontano dai richiami all'odio, all'ebbrezza bellica dell'appartenenza e del clan, rivendichiamo il coraggio di essere uniti”, conclude Assouline.