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Argentina, Sergio “pancake” Massa: ecco chi è il peronista moderato che ha fermato l’onda dell’ultradestra di Milei

(afp)

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Il ritratto. Di origini italiane, il ministro dell’Economia ha vinto il primo turno delle presidenziali contenendo l’avanzata del concorrente anarco-capitalista
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BUENOS AIRES – Ideologia volatile, un’innata vocazione a diventare presidente e un opportunismo tipicamente argentino. Ecco gli ingredienti del successo di Sergio Massa, il peronista resiliente, il ministro dell’Economia di un Paese sull’orlo del precipizio che con un colpo da maestro è riuscito a vincere uno storico primo turno elettorale in Argentina. Ha contenuto l’avanzata dell’ultradestra dell’anarco-capitalista Javier Milei, e se si votasse oggi, con ogni probabilità, sarebbe lui il presidente.

Argentina al bivio

Nato da immigranti italiani di Niscemi e Trieste, Massa, 51 anni, inizia la sua carriera politica con Carlos Menem, altro peronista non tradizionale animato da idee neoliberiste. È giovanissimo …

BUENOS AIRES – Ideologia volatile, un’innata vocazione a diventare presidente e un opportunismo tipicamente argentino. Ecco gli ingredienti del successo di Sergio Massa, il peronista resiliente, il ministro dell’Economia di un Paese sull’orlo del precipizio che con un colpo da maestro è riuscito a vincere uno storico primo turno elettorale in Argentina. Ha contenuto l’avanzata dell’ultradestra dell’anarco-capitalista Javier Milei, e se si votasse oggi, con ogni probabilità, sarebbe lui il presidente.

Argentina al bivio

Nato da immigranti italiani di Niscemi e Trieste, Massa, 51 anni, inizia la sua carriera politica con Carlos Menem, altro peronista non tradizionale animato da idee neoliberiste. È giovanissimo militante della formazione conservatrice Unión de Centro Democrático (Ucedé) quando quest’ultima si fonde con la corrente di Menem e Massa entra ufficialmente a far parte del Partito Giustizialista, il nucleo centrale del peronismo.

A 27 anni conquista il su primo incarico politico come deputato nella provincia di Buenos Aires. A soli 30 anni, dopo la crisi del 2001, è nominato direttore dell’Amministrazione nazionale della sicurezza sociale (Anses), un ente previdenziale che gestisce la maggior parte della spesa pubblica dello stato. È un incarico che si trasforma per lui in un trampolino politico.

La relazione con il kirchnerismo

Nel 2007 diventa il sindaco di Tigre, quartiere elegante nel nord della capitale che si estende sul delta del Rio de la Plata e che si trasformerà nello zoccolo duro della sua base elettorale. Solo dopo pochi mesi è chiamato da Cristina Kirchner per assumere l’incarico di capo di stato maggiore, dopo la rinuncia di Alberto Fernández, l’attuale presidente, che lasciava l’incarico che aveva occupato durante il governo Nestor Kirchner con pesanti critiche verso la nuova gestione della moglie. E qui ci sono già tutti gli ingredienti di una complicata relazione che dura fino ad oggi.

“Hai 30 secondi per pentirti”, gli dice Cristina prima del giuramento. Ci vuole un po’ di più. Dopo un solo anno Massa torna a fare il sindaco di Tigre e da questa posizione inizia a lavorare alla sua opzione politica più moderata, insieme alla moglie Malena Galmarini, anche lei politica di famiglia dalla lunga traiettoria peronista.

Si consuma così un tradimento che gli costerà il soprannome di “panqueque”, pancake, voltafaccia. Dalle fila del Frente renovador, riesce nel 2013 a ottenere un seggio nel congresso imponendosi sul candidato kirchnerista. E nel 2015 si è candida a presidente contro Daniel Scioli – esponente del kirchnerismo – e Maurizio Macri. Arriva terzo con il 21% dei voti e dà l’appoggio decisivo a Macri per essere presidente. “Con il kirchnerismo non vado nemmeno dietro l’angolo, perché si candidano per proteggersi dalla giustizia”, dice durante la campagna.

Una nuova svolta

Nonostante l’esplicita rivalità, Cristina Kirchner, Alberto Fernández e Sergio Massa sorprendono tutti quando decidono di far fronte comune contro la destra di Mauricio Macri e candidarsi alle elezioni del 2019 con l’alleanza Frente de Todos. La strategia è vincente e il risultato è il governo attuale: Alberto Fernández è presidente, Cristina vicepresidente e Massa capo del congresso.

L’idillio però dura poco. Le differenze interne non giovano alla gestione di un periodo storico delicato marcato dalla pandemia e da una siccità record che mette in difficoltà il settore agricolo, cruciale per le esportazioni. L’inflazione accelera sulla spinta dell’emissione di denaro e il ministro dell’Economia, Martin Guzman – apertamente ostile a Cristina – rinuncia nel 2022.

Massa viene nominato a capo di un super dicastero che unisce Economia, Produzione e Agricoltura. Eredita il dollaro a 239 pesos e lo fa sprofondare a 1000 – secondo la quotazione del mercato parallelo il giorno prima delle elezioni di ieri. Ed è questo il grande arcano. La regola generale è che un Paese che va male economicamente non conferma la classe dirigente. Ma con il peronismo le regole generali non valgono.

“Il voto di ieri ci parla di un’identità che trascende la congiuntura economica”, spiega a Repubblica Juan Germano, analista di opinione pubblica dell’istituto Isonomía Consultores, “l’argentino è andato a votare in un clima crescente dove c’era molta rabbia e frustrazione per la situazione economica. Ma anche di fronte a una paura crescente, verso l’outsider Javier Milei”.

Massa ha capitalizzato sulla paura dell’esperimento politico di ultradestra di La Libertad Avanza. Ha elargito sussidi irresponsabili e insostenibili nelle settimane prima del voto. Milei si è trasformato, ironicamente, nell’ingrediente segreto del suo successo. E c’è di più: a Milei non resta che fare appello alla destra moderata con lo slogan “mettiamo fine a vent’anni di kirchnerismo”. Ma è proprio Sergio Massa il candidato ideale per portare a termine questo compito.

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