“Troppa paura, via di qui”. Chi è rimasto nel Nord di Gaza ora si arrende alle bombe
di Sami al-AjramiGAZA CITY – Sono rimasti, finora, ciascuno per un motivo diverso: perché non volevano allontanarsi dalle proprie case o non avevano mezzi per farlo senza rischi. Ora, dopo 16 giorni sotto i bombardamenti, non ce la fanno più. Se ne vogliono andare, ma hanno troppa paura di muoversi. Sono le almeno 500 mila persone (il 30% della comunità locale) rimaste indietro nell’area a Nord del Wadi Gaza, la riserva naturale a metà della Striscia indicata dall’esercito israeliano come linea di demarcazione al di sopra della quale nessuno può più sentirsi al sicuro.
Nemmeno la notizia che l’annunciata operazione di terra non è più imminente, diffusa ieri dalla radio, li rincuora. Temono semmai bombardamenti ancora più fitti. Nelle ultime 48 ore sono stati colpiti luoghi cruciali di approvvigionamento: come il mercato nel campo profughi di Jabalia, a nord di Gaza City (10 morti e 90 feriti) e gli ultimi panifici ancora funzionanti. Sì, vivere al nord della Striscia è diventato insostenibile pur…
GAZA CITY – Sono rimasti, finora, ciascuno per un motivo diverso: perché non volevano allontanarsi dalle proprie case o non avevano mezzi per farlo senza rischi. Ora, dopo 16 giorni sotto i bombardamenti, non ce la fanno più. Se ne vogliono andare, ma hanno troppa paura di muoversi. Sono le almeno 500 mila persone (il 30% della comunità locale) rimaste indietro nell’area a Nord del Wadi Gaza, la riserva naturale a metà della Striscia indicata dall’esercito israeliano come linea di demarcazione al di sopra della quale nessuno può più sentirsi al sicuro.
Nemmeno la notizia che l’annunciata operazione di terra non è più imminente, diffusa ieri dalla radio, li rincuora. Temono semmai bombardamenti ancora più fitti. Nelle ultime 48 ore sono stati colpiti luoghi cruciali di approvvigionamento: come il mercato nel campo profughi di Jabalia, a nord di Gaza City (10 morti e 90 feriti) e gli ultimi panifici ancora funzionanti. Sì, vivere al nord della Striscia è diventato insostenibile pure a chi voleva presidiare la propria casa per paura di una nuova “Naqba”: il “disastro” del 1948, la fuga in massa dei palestinesi durante i combattimenti con i primi israeliani che poi ne occuparono le residenze. Ma ormai, attacchi aerei costanti hanno distrutto gli edifici in cui vivevano, costringendoli a cambiare rifugio continuamente: già quattro o cinque volte in due settimane.
Un tragico pellegrinaggio che li ha spinti sempre più in periferia, coi miseri beni sulle spalle, obbligati a reagire rapidamente agli avvertimenti che Israele (non sempre) dà ai civili quando sta per scaricare le bombe.
D’altronde le aree residenziali del centro sono ormai ridotte in macerie su cui aleggia un terribile puzzo di morte. Non ci sono nemmeno più soccorritori per mettere in salvo eventuali sopravvissuti, mentre i cadaveri sepolti restano a imputridire, alla mercè di topi e insetti. Gli ultimi attacchi hanno distrutto pure il quartiere di al-Zahraa: trenta condomini rasi al suolo venerdì notte. Ci si credeva al sicuro perché era una zona tranquilla. Invece gli abitanti hanno dovuto allontanarsi in fretta e nel buio delle strade senza elettricità, perché l’avvertimento di Israele è arrivato alle nove di sera, quando già molti dormivano. Le bombe hanno cominciato a cadere puntualissime mezz’ora dopo, proseguendo incessanti fino alle sette del mattino.
Insomma, una vita di terrore costante: sebbene ormai ci si è così abituati al rumore delle bombe che pure i bambini si limitano solo ad abbassare la testa. Tocca agli uomini azzardarsi a uscire dai rifugi per cercare provviste. Il resto della famiglia trascorre le interminabili giornate cercando di dominare il panico, impegnata soprattutto a cercar di tenere calmi i bambini. Molto più di chi si è spostato a Sud, tutti patiscono la carenza di cibo: quando va bene, ci si nutre di scatolette. Mentre qualcuno raccoglie l’acqua addirittura nei crateri delle bombe, fra quel che resta dei tubi che un tempo collegavano la rete idrica alle falde nel sottosuolo. È acqua contaminata, perché pure i depuratori non funzionano più.
A parte i medici, nessuno ha più un lavoro: la maggior parte delle attività è andata distrutta. Ci si arrangia facendo della borsa nera, magari contrabbandando con grande rischio qualcosa da Sud a Nord. Epidemia di varicella e scabbia sono già iniziate. E si parla pure di colera, ma senza una conferma ufficiale. Di sicuro, avere cure mediche è sempre più complicato. Gli ospedali sono allo stremo: c’erano 2.500 posti letto quando è iniziata la guerra: ora bisogna gestire almeno 13 mila feriti.
Fra chi è rimasto a Nord, ci sono i tanti che, come già fatto in occasione di altre guerre, hanno pensato di cercare rifugio negli ospedali: solitamente risparmiati. Come quello di Al-Quds, gestito dalla Mezzaluna rossa palestinese, dove oggi ci sono 400 malati gravi e 12 mila rifugiati che dormono pure sul tetto, nei corridoi, per le scale. Venerdì gli è stato intimato di andare via: ma per ora a salvarli ci ha pensato Physicians for Human Rights Israel, Ong medica che ha addirittura presentato una petizione alla Corte Suprema israeliana spiegando come, alle condizioni attuali, l’ospedale non può essere evacuato: ottenendo una risposta positiva. Per ora l’esercito risparmierà la struttura. La domanda che tutti si pongono è però per quanto. La sicurezza delle cliniche è già stata smentita: pochi giorni fa bombe – la cui provenienza è rimasta incerta, con i contendenti ad accusarsi reciprocamente – sono cadute pure sul retro dell’evangelico Al-Ahli Hospital, nel cui parcheggio dormivano centinaia di persone.
Ecco, i medici sono fra coloro che vorrebbero andarsene: ormai allo stremo dormono su barelle delle stesse strutture dove lavorano. Ma proprio non possono abbandonare i pazienti, alcuni attaccati ai macchinari salvavita. Ci vorrebbero decine, centinaia di ambulanze per portare i loro malati al sicuro.
Anche chi aveva cercato salvezza nella chiesa ortodossa di San Porfirio, la più antica della Striscia, risalente al V secolo, si è dovuto ricredere. È saltata in aria nonostante accogliesse la piccola comunità. Al suo interno erano rifugiati in 400, sono morti in 18: compresa un’operatrice della Caritas di Gerusalemme. E poi ci sono le 160 mila persone in 57 scuole dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi. Centinaia di persone ammucchiate nelle aule, con scorte sempre più limitate di cibo e acqua potabile, sono abbandonate a sé stesse da quando lo scorso 12 ottobre Israele ha dato l’ordine di evacuare.
L’agenzia ha infatti deciso di trasferire tutto il personale a Sud, dopo aver perso 29 collaboratori sotto i bombardamenti. Alla gente lo hanno detto chiaro: andate via, le Nazioni Unite non sono più garanti della vostra sicurezza né nelle condizioni di dare aiuti. In tanti sono rimasti ugualmente, terrorizzati all’idea di uscire allo scoperto. Ce ne andremo, dicono, se ci daranno i mezzi, il tempo e un reale cessate il fuoco.
(testo raccolto da Anna Lombardi)