Il padre di due giovani rapiti: “Le urla di mia figlia in un audio, ad Hamas dico prendete me”
di Benedetta PerilliIlan Regev è arrivato ieri a Roma con una delegazione di parenti di ostaggi israeliani presi da Hamas il 7 ottobre. In quel “sabato nero” due dei suoi tre figli, Mia di 21 anni e Itai, di 18, sono stati rapiti dal Nova Festival, non lontano dal kibbutz Ra’im. La missione, organizzata dal ministero per gli Affari della Diaspora con il ministero degli Esteri di Israele, lo ha portato a incontrare Giorgia Meloni, Matteo Salvini e alcuni rappresentanti della comunità ebraica. Ma non il Papa. Francesco è tutt’altro che indifferente e sarebbe già d’accordo per ricevere quanto prima un altro gruppo di famigliari tra i quali un conoscente di Bergoglio con il doppio passaporto argentino.
Signor Regev, qual è l’ultimo contatto che ha avuto con i suoi figli?
«Mia mi ha inviato un breve video e poi mi ha chiamato su WhatsApp. Si vede terrorizzata mentre si nasconde in un’automobile. Nell’audio la si sente gridare che le hanno sparato, che sta morendo. Mi chiede di andarla ad aiutare».
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Ilan Regev è arrivato ieri a Roma con una delegazione di parenti di ostaggi israeliani presi da Hamas il 7 ottobre. In quel “sabato nero” due dei suoi tre figli, Mia di 21 anni e Itai, di 18, sono stati rapiti dal Nova Festival, non lontano dal kibbutz Ra’im. La missione, organizzata dal ministero per gli Affari della Diaspora con il ministero degli Esteri di Israele, lo ha portato a incontrare Giorgia Meloni, Matteo Salvini e alcuni rappresentanti della comunità ebraica. Ma non il Papa. Francesco è tutt’altro che indifferente e sarebbe già d’accordo per ricevere quanto prima un altro gruppo di famigliari tra i quali un conoscente di Bergoglio con il doppio passaporto argentino.
Signor Regev, qual è l’ultimo contatto che ha avuto con i suoi figli?
«Mia mi ha inviato un breve video e poi mi ha chiamato su WhatsApp. Si vede terrorizzata mentre si nasconde in un’automobile. Nell’audio la si sente gridare che le hanno sparato, che sta morendo. Mi chiede di andarla ad aiutare».
E lei cosa ha fatto?
«Ho preso la mia pistola, sono salito in macchina e ho guidato fino al Sud. Pensavo che stavo andando a seppellire i miei figli. A sei chilometri dal luogo del festival la polizia mi ha fermato. Mi hanno detto che lì c’era l’inferno, che era meglio non vedere».
E poi?
«Il lunedì successivo un agente è venuto a suonare alla mia porta per dirmi che erano stati rapiti. Anche se sembra assurdo è stato un sollievo, ho pensato che almeno non erano morti».
Come li immagina ora?
«Penso che sono feriti, che stanno soffrendo, spesso penso che sono già morti. Sono sicuro che non sono insieme perché Hamas divide gli uomini dalle donne. Mi domando cosa mangiano, se li curano, cosa provano quando sentono cadere tutte quelle bombe. Non dormo più, chiamo in continuazione i loro cellulari ma sono spenti».
Chi sono i suoi figli?
«Mia sogna di diventare biologa, Itai ama giocare a calcio e vorrebbe fare il manager. Non si interessano alla politica, come me. Abbiamo insegnato loro a vivere la vita in ogni istante, per questo amano viaggiare, andare alle feste, mangiare con gli amici».
Perché ha deciso di partecipare a questa missione?
«I miei figli sanno che sono disposto a fare qualsiasi cosa per loro. Sono pronto a dare la mia vita, per questo dico ad Hamas: prendete me».
Cosa si aspetta dal governo italiano?
«Non solo dal governo ma da tutta l’Italia. Vorrei che tutti gridassero, come gridava mia figlia in quell’ultimo vocale, vorrei che tutti sentissero quello che sento io in questo momento così da fare in modo che questo non accada più. Può succedere anche in Italia, in Francia, è già successo l’11 settembre».
Ha incontrato Salvini?
«Sì, mi è piaciuto molto. Ci ha detto che faranno il massimo. Ci ha rassicurato e io gli credo. Anche a Meloni ho chiesto di fare il possibile».
E il Papa?
«Mi sarebbe piaciuto incontralo, la sua voce è potente e affidare a lui il mio messaggio sarebbe stato un grande megafono».
Quale soluzione vede?
«Riportare a casa i nostri figli, ora. Non mi interessa come, uno scambio di prigionieri, qualsiasi cosa».
Cosa pensa della reazione di Israele?
«Spero che loro sappiano cosa stanno facendo. Voglio solo che facciano il meglio e so che l’Italia ci può aiutare».
E del ruolo di Stati Uniti e Qatar?
«Israele non parla con i terroristi ma se loro possono lo facciano. L’aiuto di chiunque è fondamentale anche se so che non è gratuito».
Ha incontrato Netanyahu?
«Non mi ha cercato, certo lo avrei apprezzato. Se mi dicessero di incontrarlo non credo che accetterei. Faccia il suo lavoro, mi restituisca i miei figli. Non mi servono le parole, voglio i fatti».
Cosa direbbe a un padre di Gaza che ha perso un figlio sotto le bombe israeliane?
«Di domandare ad Hamas perché è successo, perché usano i loro figli come scudi umani.
Immagina il momento del rilascio?
«Continuamente, quando chiudo gli occhi li immagino che camminano a piedi verso di me».
C’è qualcosa che le dà sollievo?
«Mio figlio più piccolo, ha 14 anni. È la mia forza. Ma è molto duro anche per lui. Tre giorni fa mi ha abbracciato piangendo, mi ha detto ‘papà, mi mancano tanto i miei fratelli’».