Usa, Johnson ce l’ha fatta: l’ultrà trumpiano è il nuovo speaker della Camera
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK — I repubblicani più conservatori hanno vinto il braccio di ferro per il nuovo Speaker della Camera, convincendo o costringendo i moderati del loro partito a votare per il deputato semi sconosciuto della Louisiana Mike Johnson, che così ieri è diventato la terza carica degli Stati Uniti. Ora si vedrà se i democratici hanno fatto la scommessa giusta, evitando di sostenere il predecessore più moderato Kevin McCarthy, per incassare i dividendi elettorali del caos interno al Gop; oppure se hanno fatto un autogoal, mettendo a rischio gli aiuti militari all’Ucraina e la stessa finanziaria americana.
McCarthy era stato esautorato da una dozzina di repubblicani super conservatori, che lo accusavano di essere troppo moderato. I democratici avrebbero potuto salvarlo, dandogli i voti necessari a scavalcare quelli dei suoi nemici all’interno del Gop, ma non lo hanno fatto. Quindi sono seguite le candidature del vice di McCarthy, Scalise, bocciato dai conservatori; del trumpista Jordan, b…
NEW YORK — I repubblicani più conservatori hanno vinto il braccio di ferro per il nuovo Speaker della Camera, convincendo o costringendo i moderati del loro partito a votare per il deputato semi sconosciuto della Louisiana Mike Johnson, che così ieri è diventato la terza carica degli Stati Uniti. Ora si vedrà se i democratici hanno fatto la scommessa giusta, evitando di sostenere il predecessore più moderato Kevin McCarthy, per incassare i dividendi elettorali del caos interno al Gop; oppure se hanno fatto un autogoal, mettendo a rischio gli aiuti militari all’Ucraina e la stessa finanziaria americana.
McCarthy era stato esautorato da una dozzina di repubblicani super conservatori, che lo accusavano di essere troppo moderato. I democratici avrebbero potuto salvarlo, dandogli i voti necessari a scavalcare quelli dei suoi nemici all’interno del Gop, ma non lo hanno fatto. Quindi sono seguite le candidature del vice di McCarthy, Scalise, bocciato dai conservatori; del trumpista Jordan, bocciato dai moderati; e del vice di Scalise, Emmer, bocciato ancora dai conservatori. A quel punto è emerso il nome di Johnson, un avvocato della Louisiana eletto alla Camera solo nel 2016, soprattutto perché aveva meno nemici degli altri e quindi più possibilità di passare. E così è stato, perché i repubblicani moderati si sono arresi, rinunciando a montare una ferrea opposizione come quella adottata contro Jordan. Sul piano politico, però, le differenze non sono molte. Johnson è un avvocato dai modi gentili, ma è un conservatore arcigno, cristiano evangelico, e quindi assai rigido sulle questioni sociali. È contrario all’aborto, ai matrimoni omosessuali, ma anche all’insegnamento dell’educazione sessuale nelle scuole primarie. Non aveva e non ha ancora riconosciuto la vittoria di Biden nelle elezioni presidenziali del 2020, sostenendo invece il tentativo di Trump di rovesciare illegalmente il risultato. Proprio ieri l’ex presidente è stato richiamato dal giudice per rispondere ad alcuni commenti fatti contro di lui durante il processo in corso a Manhattan per frode fiscale, ed è stato multato per 10 mila dollari perché ha violato l’ordine di non rilasciare dichiarazioni offensive o intimidatorie verso il tribunale o i testimoni. Johnson ha difeso Trump nel procedimento di impeachment e ha votato contro gli aiuti all’Ucraina, quando il Congresso aveva approvato l’ultimo pacchetto di forniture militari a Kiev.
Nel discorso di insediamento, il nuovo Speaker della Camera ha fatto riferimento alla sua fede religiosa, e poi ha promesso di «restaurare le fiducia in questa istituzione». Ha detto che «promuoveremo un’agenda conservatrice, combatteremo le politiche dannose dell’amministrazione Biden, e sosterremo i nostri alleati all’estero».
Il primo banco di prova sarà la risposta alla richiesta del presidente di 105 miliardi di dollari, per finanziare gli aiuti a Ucraina, Israele e Taiwan. In aula c’è una maggioranza favorevole ad appoggiare Kiev, ma bisogna vedere se Johnson ostacolerà il voto. Entro la metà di novembre, poi, il Congresso deve approvare la “finanziaria”, senza la quale si rischia lo shutdown, ossia la paralisi delle attività del governo. Ieri, subito dopo l’elezione, Biden ha esortato Johnson a «muoversi rapidamente» sugli aiuti a Israele e Ucraina. Ribadendo poi la sua «volontà di continuare a lavorare con i repubblicani. Allo stesso modo – ha aggiunto – il popolo americano si aspetta che i repubblicani alla Camera lavorino con me». I democratici sperano che il caos creato dai repubblicani e l’estremismo di Johnson li aiuteranno a riconquistare la maggioranza della Camera alle elezioni dell’anno prossimo. Il rischio però è che i danni superino i benefici.